Paolo Vita


La vita pare normale
Una storia vera, piena di stranezze

scrittura ispirata


Prima pubblicazione a stampa (Ediz. Soham) : 4/2008
Prima pubblicazione on-line: 7/2016
Aggiornamento 2 -  20/1/2017







INDICE

Introduzione

La romana e il furlan s’incontrarono ad Addis Abeba

La casa delle tre Marie

Madri e Fratelli

Comandi!

L’ufficiale, il cavaliere e la svizzera

Amici e amori

Matrimonio e viaggi

Meditazione Trascendentale

Il guru di quindici anni

Affatturato da un fachiro

L’avventura spaziale

Il mago di Strovolos

Il Guru arriva

L’addio e le lettere

In India con Giorgia

Una seduta emozionante

La Consapevolezza intensiva di Osho

L’apertura del cuore

Un’attrazione misteriosa

Cenacolo di medianita’

Mi fidanzo

Una mamma tocca il figlio scomparso

Regressioni a vite precedenti

La bevanda dell’immortalita’

Il Cenacolo di S. Angelo Romano

I nodi di Hartmann

Monica della tazzina

Mettersi una mano sul cuore

Sai Baba e la straordinarieta’ quotidiana







Introduzione

Nella mia vita sono stato coinvolto in eventi che mi hanno sorpreso, fino a spingermi a raccontarli. Non si tratta di fatti individualmente eccezionali, ma molti di essi hanno del paranormale, tanto che quando hanno cominciato a manifestarsi, ho sentito il bisogno di annotarli giorno per giorno. Questo mi ha molto aiutato a preservare alcuni dettagli preziosi del momento, che altrimenti sarebbero andati perduti. Osservando retrospettivamente i fatti nel loro insieme, mi hanno fatto pensare che la vita e’ piu’ affascinante di quanto sembri, prendendo i fatti del giorno isolatamente. Alcuni dei fatti accaduti a me sono probabilmente successi anche a molti lettori, ma spesso noi tendiamo a considerarli con un certo scetticismo razionale, a metterli da parte e dimenticarli: la lettura delle mie avventure potrebbe far ripescare qualcosa di analogo dalla memoria del lettore e fargli osservare sotto una diversa prospettiva la sua esperienza.

Le idee mi vengono soprattutto nel dormiveglia; percio’ tengo un blocco ed una matita accanto al letto e annoto pensieri o parole essenziali anche senza accendere la luce, per non svegliarmi del tutto.

La vita e’ un romanzo tanto piu’ affascinante in quanto realmente vissuto. Fin da quando ero ragazzo, ascoltando mia madre raccontare le peripezie sue e quelle della mia infanzia, le chiesi: <<Perche’ non le scrivi?>>. Lei mi rispose: <<Che vuoi che scriva? Tutte cose dolorose!>>. Io invece penso che le esperienze dure siano un esercizio utile e, una volta superate, possa restarne il ricordo positivo di un ostacolo vinto. La differenza sta nell’approccio mentale, che ho maturato nel corso della mia evoluzione: rifiutare l’idea che si tratti di disgrazie o di dispetti che qualcuno ci abbia voluto infliggere, ma piuttosto prove che ci fanno maturare.

Nel testo ho sostituiti alcuni nomi – quelli meno comuni, specie di persone ancora viventi - con pseudonimi, per preservarne la privacy.





La romana ed il furlan s’incontrarono
ad Addis Abeba

Mio padre era un friulano alto, robusto, dal bel viso gioviale; era semicalvo, con solo una cerchia di capelli laterale e posteriore, ma cio’ non sembrava dargli alcun problema. Era uno di 5 figli di una donna semplice, rimasta precocemente vedova; si chiamava Salvatore - un nome piu’ diffuso al sud che in Friuli - ma sua madre era molto devota ed aveva chiamato una figlia Maria, un figlio Giuseppe e lui Salvatore: tutta la sacra famiglia! Sara’ stata contenta quando un’altra sua figlia si fece suora. Salvatore aveva conseguito il diploma di perito tessile e si era impiegato; perse il lavoro, a causa della chiusura del cotonificio in cui lavorava. Con la conquista italiana dell’Etiopia si aprirono molte possibilita’ in quella colonia e lui fu spinto a trasferirsi ad Addis Abeba. Era portato per i motori e per la guida e poco propenso ad un lavoro subordinato: apri’ una ditta di autotrasporti.


L'Etiopia nel 1940

L'Etiopia nel 1940

Salvatore aveva fatto il servizio militare in cavalleria ed amava i cavalli. Un giorno, ad Addis Abeba, si affaccio’ ad una villa e chiese se poteva fare una passeggiata col cavallo che vedeva nel giardino. Evidentemente la comunita’ italiana era circoscritta e affiatata, per cui la richiesta non sembro’ inopportuna. La ragazza interrogata, lo fece accomodare e Luigi, suo padre, acconsenti’ al prestito. La visita si ripete’, si stabili’ un’amicizia, e mio padre conobbe la sorella di Luigi: Natalina, che sarebbe diventata mia madre.

Natalina era nata a Livorno, ma era romana di adozione, anche lei parte di una famiglia di numerosa, con altri sei tra fratelli e sorelle, stavolta orfani di madre. Suo padre – Giulio – era stato un alto e integerrimo ufficiale della regia Marina, idolatrato in famiglia, spesso partecipe dei banchetti di corte; mori’ nel 1925. Natalina era di altezza media, viso lungo e naso affilato, labbra sottili, occhi marrone chiaro, capelli corti non al di sotto del collo, scarsa in ciglia e sopracciglia; non era molto bella, ma anche lei estroversa, vivace, intraprendente; amava la lettura, al punto da leggere libri mentre lavorava a maglia. Sostenitrice dell’opportunita’ di fare esperienze, mi avrebbe incoraggiato molti anni dopo – contrariamente alla maggioranza delle madri – a provare a fumare ed a bere un po’ di vino a tavola, con la conseguenza che non divenni mai un fumatore, ne’ un bevitore. Fu lei che mi spinse anche a fare una vacanza in Inghilterra verso i quattordici anni. Si era laureata in chimica, poi, visto che non c’era lavoro con quella qualifica, si laureo’ anche in farmacia, e si impiego’ in una farmacia di Roma. Dopo qualche anno, stanca di fare i servizi notturni per pochi soldi, anche lei aveva ceduto agli inviti a popolare la colonia e vi si era trasferita, forte anche della presenza di suo fratello. Lì aveva finito per assumere la direzione della farmacia dell’ospedale di Addis Abeba.

Salvatore e Natalina si innamorarono e si sposarono, ed io nacqui ad Addis Abeba il 7 Marzo 1941; mi misero nome “Paolo”, come il mio defunto nonno paterno. Nel frattempo era scoppiata la seconda guerra mondiale e mio padre ando’ a combattere sul fronte africano. Le vicende belliche volsero presto al peggio: fu preso prigioniero dagli inglesi e trasferito nel nord dell’India, nel campo di concentramento di Yol, nella valle del Kangra (stato dell’Himachal Pradesh, vicino al Kashmir ed alle montagne dell’Himalaya). Il luogo risulta un po’ a nord di Rishikesh, una citta’ che avrebbe avuto un significato nella mia vita.

Mio zio Luigi aveva rimandato tempestivamente la sua famiglia in Italia e si era trasferito in Kenia. Mia madre ed io, rimasti ad Addis Abeba, fummo portati in un campo di concentramento per civili, dove restammo per molte settimane, per poi essere rimpatriati in Italia via mare. Io avevo allora una decina di mesi e mia madre quaranta anni. Le condizioni in campo di concentramento misero a dura prova sia la salute di mia madre, sia le mie possibilita’ di sopravvivenza. Mia madre non aveva piu’ latte e quello di mucca o artificiale era scarso e precario; il caldo, le malattie, l’affollamento, gli insetti facevano il resto, ma lei lotto’ con tutto il suo impegno per farcela. Il viaggio di ritorno non fu migliore, lunghissimo: la nave dovette fare il giro dell’Africa, dato che il canale di Suez era bloccato. Le epidemie uccisero diversi bambini, che trovarono in mare la loro sepoltura.





La casa delle tre Marie

Finalmente in Italia, mamma ed io tornammo alla casa di Roma dove lei abitava prima di andare in Etiopia, con una zia e due sorelle: zia Anna e zia Maria. Abitavamo all’ultimo piano di in un grande palazzo in Viale Giulio Cesare, uno stradone ricco di platani, di fronte ad una serie di caserme. In lontananza si vedeva Monte Mario, con l’osservatorio astronomico. Sul viale transitavano i tram, inclusa la storica “circolare rossa”; al loro passaggio in velocita’ i vetri e qualche soprammobile di casa vibravano. Periodicamente lungo il viale, a quel tempo poco trafficato, passava la Guardia presidenziale: un plotone di soldati delle varie armi a turno, che andava marciando a prestare la guardia al Quirinale. Essi erano preceduti da un gruppo dalla fanfara, di cui ricordo bene il rullo ritmato, che scandiva il passo dei soldati. Il rullo dei tamburi mi piaceva, al punto che chiesi a Babbo Natale di portarmi una batteria giocattolo. Crescendo mi divertivo a “suonare” sulle sedie con delle spazzole da batterista e a diciotto anni mi feci regalare una batteria vera. Questa passione trovo’ una possibile spiegazione molti decenni dopo. Alcune finestre davano su un ampio cortile interno al caseggiato, che era – ed e’ tuttora - un isolato quadrato, con un portone su ogni lato e due scale per ogni portone. A primavera le rondini nidificavano sui cornicioni sopra di noi e volavano saettando nello specchio di cielo del cortile.

La zia di mamma, sorella del padre - mio nonno Giulio - si chiamava anch’essa Maria, era una napoletana verace, nubile, che aveva sempre vissuto in casa di suo fratello. Era stata fidanzata ufficialmente, quando sua cognata – mia nonna - mori’ prematuramente poco dopo l’ultimo parto; allora lei decise di restare a casa di suo fratello, ad accudire i sette nipoti, rinunciando al proprio matrimonio e mandando indietro il suo regalo di fidanzamento – un medaglione – senza spiegazioni. Doveva essere un tipo particolare: le mie zie raccontavano che difficilmente si ammalava, ma quando si sentiva debole ingoiava una dozzina di uova fresche e ripartiva. La ricordo anziana, allettata, in un letto antico, con grandi spalliere di ferro a capo e a piedi. Quando avevo circa tre anni, mi piaceva arrampicarmici, come fosse una scaletta e la zia (per me prozia) se ne allarmava e chiamava le altre donne di casa, perche’ mi facessero smettere, gridando: <<’O piccirillo, ‘o piccirillo!…>>. E’ una delle pochissime cose che ricordo di quella donna, che mori’ nel 1944. L’altra e’ che teneva sul como’, di fronte al suo letto, due grandi statue di Gesu’ e Maria addolorata – con le sette spade – protette da campane di vetro.

Zia Anna, la piu’ anziana delle sorelle, era una donnina piccola, minuta, buona, disponibile con tutti, brava cuoca. Zia Maria, la seconda, piu’ alta, anche lei magra, piu’ introversa, cagionevole di salute, ma anche piuttosto ipocondriaca. Si faceva visitare a domicilio da un simpatico medico, cosi’ basso di statura che lo soprannominammo “Rascel”. Zia Maria aveva un amico: il commendator B., che le telefonava ogni tanto; al telefono si davano del lei, per dissimulare la loro amicizia. Entrambe le zie, all’epoca sopra i 50 anni, erano nubili e impiegate come contabili all’Unione Militare: un grande negozio di divise, ma anche di abbigliamento civile, in via Tomacelli.

Le zie erano magre, con un seno – diversamente da mamma – simbolico, se non inesistente. Erano molto regolate, metodiche, igieniste; mettevano il cappello per uscire ed i guanti anche d’estate, per evitare di toccare “dove toccano tutti”; avevano una cura maniacale nel rifarsi il letto: zia Maria non poteva dormire se il letto era fatto da altri e le lenzuola non erano ben tese. Zia Anna doveva dormire col naso coperto dal lembo del lenzuolo. Tenevano le scarpe in un mobiletto in corridoio, ogni paio nella sua scatola originale. Facevano acquistare ogni giorno un litro e mezzo di vino sfuso, perche’ loro due e la domestica ne bevevano un bicchiere (pari ad un quartino) a pranzo ed altrettanto a cena, inesorabilmente. Mamma, invece se lo comprava per conto suo e ne beveva quando e quanto le andava. La domestica andava al mercato – a piazza dell’Unita’, lungo via Cola di Rienzo - portandosi una bottiglia da un litro ed una da mezzo, che lasciava presso il vinaio, lungo il percorso, per poi ritirale al ritorno piene. C’era pero’ un’eccezione: ogni tanto le zie chiamavano un falegname, per fargli fare delle riparazioni o modifiche ai mobili. Quando era prevista la sua venuta ordinavano un quarto di vino in piu’, per offrirgliene un bicchiere.

Per le zie il mio arrivo deve essere stato un avvenimento: si interessavano a me, mi facevano da mangiare, mi compravano capi di abbigliamento e, piu’ tardi, mi portavano al cinema, a teatro di prosa - di cui erano appassionate - ed a cena fuori, ma solo ad intervalli regolari. Zia Anna mi portava anche a vedere chiese, monumenti e “le antichita’ “ – come le chiamava lei, cioe’ i Fori, il Colosseo, le Catacombe, etc.

Il nostro appartamento aveva tre camere da letto, oltre alla stanza da pranzo, ed i servizi, tra cui uno sgabuzzino, che mi incuriosiva molto, con le sue mille cianfrusaglie. Una camera era occupata dalle zie , una da me e mamma e la terza dalla prozia ed una vecchia domestica: anche lei di nome Maria. Quest’ultima era soprannominata “Maria-la-donna”, per distinguerla da mia zia – che a suo tempo era stata chiamata: “Maria piccina”, con fare toscano, dato che le zie e la loro madre erano nate a Livorno - e dalla prozia - l’unica a beneficiare del nome puro e semplice, quando veniva chiamata da suo fratello. Data la lunghezza del soprannome della domestica, esso veniva talora - innocentemente, quanto improbabilmente - abbreviato in “Marialadò”. In base ad un’invenzione di non so quale parente veniva detta anche “Tosca” e con tale soprannome la citero’ in seguito. Tosca era una di quelle vecchie domestiche che, andavano a servizio da giovanissime e stavano in una famiglia per tutta la vita. Fisicamente si presentava un po’ come il gobbo di Notre Dame; era alta circa un metro e trenta, gobba, strabica, sdentata, sciancata (aveva avuto la poliomielite da piccola): trascinava un piede, anziche’ sollevarlo; aveva i capelli grigi, lunghi, che riuniva in brevi trecce, che poi portava raccolte sulla nuca e fermate con grosse forcine tartarugate. Tosca era di origine marchigiana, analfabeta e non si sapeva esattamente la sua data di nascita, ma, dato che era entrata in casa verso il 1900, a circa quindici anni, quando noi arrivammo, nel 1942 doveva avere circa 57 anni. Anche Tosca mi voleva bene. Nonostante la sua condizione fisica, stava sempre bene in salute (l’avro’ vista a letto malata forse due volte in trent’anni) e diceva di aver avuto da giovane un corteggiatore, un muratore, ma di averlo respinto.

Cucinare era per lo piu’ riservato a zia Anna. In tempo di guerra a Roma spesso non veniva erogato il gas e ci si doveva arrangiare con un fornello a carbonella, che si manteneva vivo sventolandone la base con un ventaglio fatto di penne di gallina. Non c’erano nemmeno frigoriferi e i pochi generi alimentari deperibili erano tenuti in cassette sistemate fuori della finestra del corridoio, che affacciava su un cortiletto interno coperto. Se si voleva mangiare o bere qualcosa di fresco, la si metteva per tempo sotto l’acqua “perenne”, cioe’ l’acqua diretta, che arrivava con un filino da circa un litro al minuto, a bocca tarata. In cucina mangiava Tosca, mentre noi mangiavamo in camera da pranzo, come si usava allora. La camera da pranzo aveva mobili in legno marrone chiaro venato, in stile anni ’30. Ai lati del tavolo c’era il buffet ed il controbuffet, con la vetrina in cui dormiva un servizio di bicchieri di cristallo, che non si usavano mai per paura di romperli, in un angolo vicino alla finestra, la radio su un apposito tavolinetto, dall’altro lato della finestra due poltrone, un tavolinetto ed un lume a piede formavano l’angolo salotto. Un orologio a pendolo era appeso sul muro di fronte alla finestra. Zia Maria si occupava di caricare quotidianamente l’orologio e la relativa suoneria, che scandiva le ore e le mezze ore.

Il bucato era assegnato ad un apposita lavandaia a ore: la sera precedente il bucato, le zie mettevano i panni a “mollo”, nell’acqua riscaldata sui fornelli (per molti anni neppure lo scaldabagno funziono’), in un catino, con la radica saponaria, poi al mattino la lavandaia portava il catino ed un pezzo di sapone da bucato in terrazza, dove lavava e stendeva i panni, che poi sarebbero stati ritirati dalle zie o da Tosca. Io stesso spesso partecipavo alla cerimonia. Tutte le sere dopo cena, inesorabilmente, zia Anna si ritirava in camera sua, seduta davanti ad una piccola scrivania che ancora possiedo e, da brava contabile, faceva “il conto”: segnava tutte le spese della giornata sue e di zia Maria, che avrebbe diviso con la sorella e che dovevano quadrare con le entrate, costituite dai loro stipendi. Mamma aveva la sua gestione separata, ma non faceva nessun conto.

Un’altra particolarita’ dell’epoca – oggi incredibile – era il ritiro dell’immondizia: non esistevano cassonetti ed era quotidianamente raccolta a domicilio. Un operaio della Nettezza Urbana, autodefinito “mondezzaro”, suonava alla nostra porta e veniva fatto entrare fino in cucina – all’altro capo della casa – dove svuotava il secchio dell’immondizia in alluminio, a malapena foderato con qualche pagina di giornale, dentro un sacco di juta, che poi si metteva in spalla, con conseguenti probabili sgocciolamenti di umori semiliquidi, attraverso la juta, sulla sua schiena. Dopo aver visitato tutti gli appartamenti della scala svuotava il maleodorante contenuto su un autocarro e ricominciava il giro.

Intanto mio padre era sempre prigioniero in India, dove fu trattenuto fino al 1946. E mia madre dovette andare avanti da sola, lavorando come impiegata presso il Ministero dell’Africa Italiana e poi al Ministero della Sanita’.

Durante gli anni difficili della guerra e dell’immediato dopoguerra era un problema trovare da mangiare e zia Anna andava anche a piedi da casa a Monte Mario, per trovare qualche uovo da contadini che conosceva. Io ero un bambino gracile al mio arrivo in Italia, dopo le peripezie della prigionia e lo rimasi finche’ non potemmo avere sufficiente cibo. Mamma mi porto’ in Friuli a Tiezzo (PN), a conoscere la nonna paterna – Rosa – e ad approfittare delle maggiori disponibilita’ alimentari della campagna. Ingrassai e diventai un pupo paffutello, dai capelli castano-biondi. Nel crescere mi slanciai, assumendo la fisionomia longilinea che mi caratterizza, con i capelli ricci castano scuri.






Madri e Fratelli

Come e’ implicito nell’esposizione precedente ero figlio unico, forse avrei potuto avere dei fratelli o sorelle, ma la guerra aveva separato i miei genitori, che si erano sposati gia’ in eta’ avanzata e, quand’anche mamma fosse stata piu’ giovane, le condizioni abitative non erano certo incoraggianti all’aumento della famiglia. Tuttavia posso parlare di “Madri” e di “Fratelli”, perche’ li conobbi frequentando la scuola.

Le Madri furono le Suore Francescane Missionarie d’Egitto, a cui mamma mi affido’ all’eta’ di tre anni per un primo anno di scuola materna; ci sarei rimasto fino alla terza elementare, dopodiche’ le suore non tenevano piu’ i maschietti. Avevano dei nomi artatamente inusuali, quali: Madre Fiorenza, Giuditta, Lambertina, Apollonia, Tanzilla, … Per me erano delle entita’ al di fuori del normale. Un giorno uscendo dalla scuola, mamma commento’ il suo incontro con la direttrice, dicendo: <<Che brava donna!>> Io ne rimasi stupito e domandai a mamma: <<Come sarebbe: una donna?>> e lei rispose: <<E che e’: un uomo?>>. L’abbigliamento monastico era tanto studiato nella censura di ogni aspetto femminile, che io non le avevo riconosciute come: donne. Istintivamente e inconsciamente le avevo classificate come un tipo umano a se’, ne uomo ne’ donna: suora.

Da piccolo ero molto vivace e mamma non se la sentiva di lasciarmi a casa con Tosca, visto che lei e le sorelle lavoravano, sicche’ mi mise a scuola a tempo pieno, fino a meta’ pomeriggio. Mangiavo con gli altri bambini in refettorio; ne ricordo l’odore caratteristico di rinfresco e di minestrone; ricordo gli scarafaggi che transitavano ogni tanto muro muro, nonostante i lavacri periodici delle suore. Le suore cercavano di canalizzare la mia vivacita’, assegnandomi dei compiti, che mi impegnassero. In certe occasioni si tenevano delle processioni interne all’istituto ed anche allora io ero incaricato di fare qualcosa, come portare il turibolo dell’incenso.

La mia vivacita’ si esprimeva anche fuori della scuola, mediante partecipazione alle faccende di casa, come pestare il sale grosso nel mortaio, macinare il caffe’, girare la macchinetta per passare i pomodori da imbottigliare; altrimenti facevo piccoli dispetti per richiamare l’attenzione dei familiari e, anni dopo, altre cose piu’ pericolose. Scendevo le scale a due gradini alla volta, saltando rumorosamente gli ultimi due o tre, con fastidio dei vicini. Infilavo due fili elettrici nei buchi di una presa e poi facevo sfiorare le due estremita’ libere, provocando un corto circuito, per vedere la scintilla che scoccava. Nel corso di una vacanza in campagna, a Tiezzo (PN), un mio cugino mi aveva insegnato a fabbricare delle bombette di polvere da sparo: si compravano in farmacia delle compresse di clorato di potassio – usate per il mal di gola – e si schiacciavano, polverizzandole; avevo avuto della polvere di zolfo, usata per trattare le botti; mescolavo zolfo e clorato di potassio e ne facevo dei cartoccetti, che si pestavo col martello o deponevo sulle rotaie del tram, che passava sul viale di casa, a Roma; dopo la deposizione mi allontanavo di corsa e mi divertivo a sentire il botto che si produceva quando la ruota del tram schiacciava la bombetta. Provai anche – per breve tempo, in campagna - le bombe all’acetilene: si comprava del carburo, si metteva in terra in un campo, ci si versava sopra dell’acqua e si ricopriva con un barattolo capovolto, munito di un forellino sul fondo: il carburo con l’acqua generava acetilene – un gas combustibile – dopo pochi secondi si avvicinava al foro del barattolo uno stoppaccio acceso assicurato all’estremita’ di un bastone: sospinto dal gas che esplodeva, il barattolo faceva un salto in aria, con fragore. Facevo anche dei cartoccetti maleodoranti, avvolgendo uno spezzone di pellicola fotografica in una striscia di carta, a forma di cilindretto, chiuso da un solo lato; si dava fuoco al cartoccetto dal lato aperto e, mentre bruciava, si schiacciava con un piede spegnendolo: ne usciva un getto di fumo e cattivo odore.

Una volta avevo visto un film presso il cinema della nostra parrocchia: era un film in cui si attaccava una fortezza, con balestre e frecce incendiarie. Il film mi entusiasmo’ e quella nuova arma colpi’ la mia fantasia. Mi costruii percio’ una balestra, con stecche di legno, elastico, molletta dei panni ed una freccia, con punta munita di ovatta, imbevuta di alcool. La sera aprii la finestra della mia camera, che dava sul cortile, puntai al centro, con la balestra orizzontale, accesi la punta e scoccai. Avevo pensato di godermi l’effetto del volo della freccia illuminata nel buio; quando vidi la velocita’ della freccia ebbi un attimo di paura: e se la freccia, anziche’ cadere in mezzo al cortile avesse raggiunto una finestra di fronte? Fortunatamente la freccia cadde, ma non ci provai piu’.



* * *


Per quanto riguarda i “Fratelli” intendo parlare dei Fratelli Cristiani, dell’Istituto Marcantonio Colonna, dove frequentai le restanti due classi delle elementari e le scuole medie inferiori. Ricordo con piacere il maestro Corvi delle elementari, che aveva perso prematuramente un figlio e che ci faceva studiare “pianto antico” di Giosue’ Carducci. Ricordo il professor Giovenale Mellano delle medie, che veniva a scuola in bicicletta e si compiaceva di interrogare spesso i piu’ bravi della classe, tra cui non figuravo. I miei compagni erano Pietro, dai capelli lisci, che teneva a posto coprendoli di brillantina; a quell’eta’ indossava gia’ completi di giacca e pantaloni. Emilio, ultimo di tanti fratelli da avere una nipote sua coetanea, che lo chiamava zio. Federico, poco versato nello studio, ma molto comunicativo: abbandono’ la scuola e uno zio lo prese con se’ in una cartoleria. Molti anni dopo lo incontrai titolare del negozio e sono certo che abbia avuto piu’ successo economico di me, che ero diventato ingegnere.

Alle medie c’era anche un bravissimo professore di matematica: De Censi, che non usava libri, ma dettava le regole, facendocele scrivere in un quaderno apposito e l'insegnante di disegno Castellari, che era anche il disegnatore dei personaggi di un giornaletto a fumetti in voga all’epoca: “Lupettino”, ma evitava con cura di parlarne o riprodurre i personaggi a scuola.


Lupettino

un numero di "Lupettino"

I Fratelli Cristiani - Christian Brothers, irlandesi – sono dei frati cattolici, non sacerdoti; vestono come i preti, con la tonaca. Io non ero molto in sintonia con loro, a quell’eta’, dato che avevano una mentalita’ britannica, in cui l’ordine e la disciplina venivano in posizione dominante; forse oggi mi ci sentirei piu’ a mio agio. Mentre le Madri si chiamavano per nome, sia pure astruso, i Fratelli si chiamavano per cognome – anche tra loro - col Mister davanti: Mr. Mayer, Mr. Kelly, Mr. Collins, etc. Sembrava addirittura che fosse per loro imbarazzante far sapere il loro nome di battesimo, sicche’ si puo’ dire che dei Christian Brothers non si sapeva il “christian name”. Noi ragazzi, nel rivolgerci a loro, per brevita’ li chiamavamo “Mister”, anziche’ Sir, come sarebbe giusto in mancanza del cognome. Fortunatamente partecipavano poco all’insegnamento, limitandosi alla religione ed all’inglese. Fu anche per questo che, finite le medie, accolsi senza troppi rimpianti la notizia che il Marcantonio Colonna non aveva il liceo scientifico, come prosecuzione degli studi, che io preferivo per la mia mentalita’ tecnica e cosi’ cambiai scuola.



* * *


In quegli anni per la prima volta notai che, mentre facevo la pipi', cominciai a notare un brivido lungo la schiena - penso che sia una sensazione comune a molti e che ho tuttora, in misura anzi crescente - ne chiesi spiegazione a mia madre, che non seppe darmela. Molti decenni dopo capii che si trattava probabilmente di un piccolo passaggio di energia, che - stimolata dalla minzione - si liberava dal primo chakra1, per dirigersi verso i chakra superiori.

Fin da piccolo venivo portato a Messa; la cosa mi annoiava, ma contemporaneamente la partecipazione di tanti fedeli suscitava in me un desiderio di imitazione, e fui spinto a ricostruire per gioco la cerimonia, invogliato anche dalla disponibilita’ di un campanello manuale, che le zie tenevano in casa: prendevo delle scatole da scarpe dal relativo armadietto, le sistemavo orizzontalmente su un tavolino a simulare l’alzata dell’altare (che a quell’epoca era ancora appoggiato al muro di fondo della chiesa, col sacerdote che celebrava di spalle ai fedeli). Al centro dell’alzata disponevo una scatola in verticale col coperchio verso di me, che fungeva da tabernacolo. Un librone come messale, due candelieri, un vaso da fiori, una tovaglia ed un bicchiere a calice, coperto da una salvietta completavano la scena. Poi invitavo zie e domestica a seguire la messa, a suonare il campanello sia per avvisare della Messa, sia all’elevazione ed a fare la comunione, usando dei dischetti di carta ritagliati.

Ascoltando i racconti sulla vita ed i miracoli di Gesu’, invidiavo i Suoi contemporanei: perche’ a loro era stato concesso il privilegio di incontrarLo e a me no? Quanto fu piu’ agevole sviluppare la fede per chi ebbe modo di presenziare ai Suoi miracoli? Quanto sarebbe stato per me piu’ bello e facile seguire la via spirituale venendo a contatto con Lui? Vari decenni dopo avrei avuto una risposta sorprendente e molto concreta a queste domande.





Comandi!

Ero cresciuto per i primi anni senza un padre, ma non ne sentivo la mancanza; c’era solo qualche lieve imbarazzo quando qualche compagno me ne chiedeva ed io rispondevo quello che mi era stato detto: che era prigioniero; all’inizio qualche bambino confondeva la mia risposta, capendo che papa’ stesse in prigione, ma anche questa “sfumatura” mi fu chiarita. Per me lui era quel signore di cui mamma parlava ogni tanto e di cui teneva un’unica fotografia in cornice, che lo rappresentava mentre faceva il bagno in un lago, col berretto militare in testa. Un giorno - avevo cinque anni - vidi mamma che parlava al telefono, che stava attaccato al muro in corridoio e si mise a saltare di gioia, dicendo che papa’ era in arrivo. Io non mi sentii affatto accomunato dalla gioia di quella notizia, anzi il mio disappunto era proporzionale all’entusiasmo di mamma: dopo tutto avevamo vissuto fino ad allora senza di lui, che veniva a fare adesso: ad attirare a se’ l’attenzione e l’amore di mamma? Gelosia! Il mio stato d’animo non miglioro’ quando, la sera del suo arrivo - per ragioni che all’epoca non capii - io fui allontanato dalla camera di mamma e messo a dormire in camera delle zie. Dopo un paio di giorni tornai a dormire nella camera di mamma, con loro.

Gradualmente i miei rapporti con papa’ si normalizzarono ed io mi divertivo a lucidargli le scarpe ai piedi, mentre stava seduto in cucina, alla maniera degli sciuscia’, oppure ad affilargli le lamette da barba, con un’apposita macchinetta manuale (nell’economia del dopoguerra non si buttava niente). Una delle cose che mi colpi’ in lui fu che i primi tempi, quando lo chiamavano, rispondeva: <<Comandi!>> e lo faceva persino quando lo chiamavo io. Era la prima volta che viveva a Roma e faceva cosi’ forse per un’abitudine militare, probabilmente ancor piu’ per la sua educazione friulano-veneta. Capi’ che a Roma quell’atteggiamento provocava piu’ ilarita’ che stima e lo abbandono’ presto. Un’altra espressione tipica di papa’ era: <<Cosi’ e’ la vita!>>, un’intercalare che usava per riempire una pausa di conversazione, come altri fanno con una – piu’ comune – osservazione sul clima. Il suo carattere espansivo e cordiale lo portava a chiacchierare assai piu’ di quanto faccia io, era il tipo adatto per il marketing. Era anche portato per il gioco delle carte, con orientamento per i giochi con carte francesi, specie se con interesse, tipo poker e baccarat.

Papa’ aveva avuto una prigionia lunga e difficile in India. Per integrare la magra dieta fornita dagli inglesi coltivava pomodori ed allevava conigli. Dette via il suo orologio d’oro per ottenere cibo dagli indiani. Una delle poche cose che stranamente riporto’ da laggiu’ fu una statuetta in legno di Shiva, che osservavo con curiosita’, anche per la novita' dell'immagine con quattro braccia, cosi' diversa da quanto avevo fino allora conosciuto; papa’ mi disse che era una delle Persone della Trimurti indiana, assieme a Brahma e Vishnu. Nella mia infanzia non capii perche’ avesse portato quell’oggetto, che non aveva un particolare significato per lui, ma la mia evoluzione nella maturita’ mi forni’ una possibile logica premonitiva.



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Un giorno - avro' avuto si e no 7 anni - stavo sulle scale di casa, in attesa di uscire con mamma; ero seduto sul pianerottolo da solo, con i piedi sul gradino sottostante; stranamente, data la mia vivacita’, mi misi a riflettere sul mio nome. Pronunciavo mentalmente, lentamente “Pa-o-lo”, come per dire: <Io sono identificato con questo nome, queste sillabe mi rappresentano, ma mi sento limitato in questa identificazione corporea o personale>>. Nel fare queste riflessioni ebbi un senso di astrazione, come se mi accorgessi di trovarmi in dormiveglia; ne fui distolto dal sopraggiungere di mamma. Alla luce di maturazioni successive potrei dire che quella fu la mia prima meditazione spontanea.

Avevo sentito la parola “yoga”- non so dove ne' come e non esistevano ancora i succhi di frutta - e ne fui colpito, come se essa risvegliasse in me qualche idea nascosta nel profondo; volevo saperne di piu'. Scendendo le scale di casa, domandai a mia madre cosa significasse; lei mi rispose frettolosamente, liquidando lo yoga come una pratica “pericolosa”. Retrospettivamente posso dire che mia madre faceva parte di quella categoria prevalente di persone che, una volta abbracciata una fede - in questo caso quella cristiana, regolarmente praticata - preferivano evitare letture, discorsi ed idee che potessero disturbarne il regolare assetto. Data l'eta' e la difficolta' di attingere informazioni altrimenti, mi attenni all'indicazione di mamma e non ci pensai piu', ma me ne rimase impresso per il resto della vita un ricordo, che avrebbe avuto sviluppi impensabili.







L’ufficiale, il cavaliere e la svizzera

Con tanti fratelli e sorelle, i miei genitori avevano una parentela piuttosto ampia, in gran parte a Roma, anche per parte di mio padre, una cui zia materna vi si era trasferita. Da parte di mamma, oltre alle zie Anna e Maria, c’erano due zii: Luigi e Mario (le altre sorelle erano gia’ morte prematuramente).

Zio Luigi – quello dell’Africa - era alto, manieroso, diplomatico. Aveva partecipato a tre guerre: la prima mondiale - tra “i ragazzi del ‘99”, quelli che furono chiamati alle armi a 18 anni, nell’ultimo anno della guerra, quando gli uomini piu’ grandi erano finiti - la guerra d’Africa e la seconda mondiale. Dopo varie attivita’ era entrato in Polizia, percorrendone tutta la carriera di ufficiale. Ad ogni promozione di grado si faceva ritrarre con la nuova divisa in uno studio fotografico e regalava un suo ritratto incorniciato per ciascuna casa dei suoi familiari: nella nostra camera da pranzo c’erano quattro sue foto, su mobili diversi o’ appese al muro. Era stato anch’egli prigioniero di guerra, ma torno’ in Italia prima di papa’. Era simpatico e, quando ero piccolo e veniva a pranzo a casa nostra, in attesa di mangiare mi raccontava delle favole originali, come quella dei “Fichi bianchi e fichi neri” il cui ricordo e’ svanito nel tempo.

Zio Mario era un bell’uomo, di altezza media, stempiato, fine, come del resto tutta la famiglia. Ai suoi inizi aveva prestato la sua opera presso un’associazione o ente dei cavalieri del lavoro ed avendo lavorato quasi volontariamente, ne fu ripagato mediante l’assegnazione di un cavalierato; non avendo titoli accademici era anche noto come “il cavaliere” (come Tino Scotti). Mario aveva sposato una signora di origine svizzera-italiana: zia Bianca. Poiche’ zia Bianca aveva ereditato, insieme ai suoi fratelli, la pasticceria Bézzola, in via Nazionale, zio Mario si era poi messo a dirigerla. Successivamente la pasticceria divenne una fonte di bonta’ per me, sia nelle visite periodiche che vi facevamo, sia in occasione delle feste, quando i familiari si riunivano per un pranzo collettivo. Allora spesso si rivolgevano a me – unico piccolo della famiglia – per chiedermi quale dolce preferivo che si mangiasse. Quando andavamo alla pasticceria spesso prendevo un gelato. Una volta mi offrirono un semifreddo, una cosa per me nuova che trovai molto buona, cosi’ la volta successiva lo volevo riavere, ma non ne ricordavo il nome, allora andai a senso e chiesi: <<Vorrei un gelato… un po’ caldetto>>.

Zia Bianca aveva diversi anni meno di mamma, un viso quadrato, per lo piu’ sorridente di una precoce dentiera svizzera, carnagione chiara, fianchi larghi. Feroce parlatrice, sapeva tutto di tutti e lo raccontava a tutti; se volevi far sapere qualcosa bastava dirlo a lei. Non legava molto col cognato Luigi, forse perche’ entrambi ambivano attirare su di se’ l’attenzione degli astanti. Fu una delle figure piu’ rilevanti e care della mia infanzia. Non aveva figli e le piaceva invitare me e la figlia di una sua amica a casa sua, a Monteverde, o meglio portarci al cinema, o addirittura in vacanza in Svizzera, quando era libera dal suo lavoro, come cassiera della pasticceria. Abitava in un bel villino di sua proprieta’ a Monteverde. Il villino era a due piani: al primo abitava una sua sorella, al secondo lei, con zio Mario, sua madre ed un fratello scapolo. La costruzione terminava in alto con un grande terrazzo di copertura. Durante gli anni difficili, in cui non si trovava da mangiare, zia Bianca allevava delle galline su quel terrazzo e ci dava di tanto in tanto qualche uovo fresco. Periodicamente poi qualche chioccia dava luogo anche ad uno sciame di pulcini, che correvano per tutto il terrazzo, quando io andavo a vederli, inseguendoli.

Una volta zia Bianca mi porto’ a vedere un film di Sordi – il mio attore preferito – quando entrammo trovammo la sala del cinema Corso, piena, con posti in piedi; dopo un po’, cominciai a stancarmi di stare in piedi nel corridoio laterale e soprattutto ero avvilito dalla prospettiva di vedere buona parte del film in quelle condizioni. Mi ricordai allora di avere in tasca una scatoletta di bombette puzzolenti, al solfuro di idrogeno; con la disinvoltura che allora mi caratterizzava, ne presi una e la gettai al centro della sala, verso la prima fila sul corridoio trasversale: immediatamente vidi due o tre persone alzarsi ed andarsene e prontamente trascinai zia Bianca al loro posto, godendomi il film comodamente. Nei posti da noi cosi’ accaparrati si sentiva ancora un forte odore di zolfo e zia Bianca mi domando’ se lo avessi prodotto io; un po’ per vanteria, un po’ per non subire il sospetto di aver emesso dei gas naturali, spiegai il trucco: zia Bianca ne rimase colpita - tra il divertito e l’imbarazzato - e naturalmente lo racconto’ urbi et orbi.

C’era poi Sergio, un cugino di mamma che vedevamo poco, ma che veniva chiamato nelle situazioni di crisi sanitaria, perche’ era medico, ancorche’ fosse un ricercatore specializzato in parassitologia e non avesse mai esercitato la professione di medico. Tuttavia, essendo l’unico medico nella famiglia di mamma, ci si appellava a lui, se non altro per consiglio, o indicazione dei colleghi piu’ adatti; lui era sempre pronto all’appello e si precipitava premuroso.

I fratelli e le sorelle di papa’ non vivevano a Roma, ma c’era una sua zia, che vi aveva anche tre dei suoi figli e relative famiglie: le conoscemmo con l’arrivo di papa’, che periodicamente organizzava qualche incontro, cena o anche villeggiatura insieme. Questa zia di papa’, in buone condizioni economiche aveva un piccolo mobilificio ed offri’ a mio padre – disoccupato al suo ritorno dalla prigionia – di dirigerlo. Manco a dirlo, la disponibilita’ di una struttura del genere, con i suoi macchinari e materiali, alimento’ la mia inclinazione tecnologica e, quando crebbi, ebbi modo di approfittarne per realizzare tanti oggetti in legno: spade, fucili, vassoi, cornici, sgabelli, etc. Imparai anche stuccare e lucidare i mobili. Un altro sottoprodotto del mobilificio fu la legna di scarto, che utilizzammo per riscaldare casa.





Amici e Amori

Essendo figlio unico e di indole dinamica, da piccolo mi annoiavo e ricercavo compagnia; non mi sentivo pero’ troppo in sintonia con gli altri. Scoprii presto che tutti erano appassionati di calcio e tifosi di qualche squadra – per lo piu’ Roma o Lazio – e una delle prime cose che un bambino mi chiedeva quando ci si conosceva era: <<Di che squadra sei?>> . A me non importava nulla e non ho mai guardato con molto interesse lo sport praticato da altri, mentre nella mia vita sono stato portato e stimolato a farne moltissimi in proprio, tutti a livello amatoriale non competitivo. Inizialmente rispondevo che non ero di nessuna squadra, ma vedevo che cio’ deludeva gli altri e mi emarginava, percio’ verso gli otto o nove anni mi decisi a scegliere – obtorto collo – una squadra; per farlo analizzai inconsciamente la personalita’ dei miei due compagni che al momento comunicavano di piu’ con me, in quanto facevamo la strada insieme all’uscita dalla scuola: uno era una personcina educata e discreta e tifava per la Lazio, l’altro era un tipo piu’ grossolano e tifava per la Roma; decisi che sarei stato laziale.

A parte qualche compagno di scuola o vicino di casa, ebbi un solo amico d’infanzia, a cui fui legato: Manlio. Non ricordo un’epoca in cui non lo conoscessi, anzi rammento che inizialmente ero talmente piccolo che non capivo ancora bene e credevo si chiamasse “Mallio”. Manlio era figlio di Margherita, una signora siciliana, che mamma aveva conosciuto tramite una sua compagna di studi, cugina di Margherita. Inoltre una sorella di Margherita era stata anche lei in Etiopia, con la sua famiglia.

Margherita era una donna piccola, magra, vivace, dai capelli neri che mutarono prematuramente in grigio, lunghi, raccolti sulla nuca e fermati con forcine. Le ero molto affezionato e la consideravo come una zia onoraria. Purtroppo suo marito, prigioniero in Germania, non ne fece piu’ ritorno e Margherita si dovette impiegare per sostenere la famiglia, composta, oltre che da Manlio, da una bambina piu’ grande e un’immancabile sorella nubile. Come vedova di guerra fu assunta dal Ministero della Difesa, con mansioni di dattilografa “con due dita” , come diceva lei, che non aveva potuto far valere un suo diploma di scuola superiore, perche’ la sua scuola era stata distrutta. Ebbe una vita piu’ difficile della nostra: nel piccolo appartamento in affitto – due stanze e mezza – doveva ospitare, oltre ai due figli e la sorella, un’altra sorella separata: ma ci fu un periodo in cui dovette accogliere anche la sorella profuga dall’Africa. Manlio era un bambino piu’ tranquillo di me, dal viso paffuto ed i capelli castano chiari ondulati; amava giocare coi soldatini e si inseri’ sin da giovanissimo nella carriera militare. Io pure ero attratto dai giocattoli a base di armi, ma mi entusiasmavano di piu’ i cowboys. La vita militare, con le sue regole inflessibili, non mi attirava affatto e fui ben lieto successivamente di poter evitare il servizio militare. Una cosa che interessava entrambi era giocare ai poliziotti privati: io – che stavo studiando l’inglese - avevo inventato una agenzia di investigazioni di fantasia la “IBC = Investigation Boys Company” e Manlio - che studiava il francese - mi imito’, fondando la “ADI = Association Detectives Italie”; si sa: un nome esotico fa sempre piu’ effetto! A me veniva spontaneo di chiedere ed annotare i dati personali di chi incontravo: una cosa strana, le cui origini ancestrali si sarebbero spiegate molto piu’ in la’.

Con la famiglia di Manlio, oltre all’assiduita’ di visite e giochi insieme, ebbi anche molte occasioni di vacanza. Nei primi anni del dopoguerra, come dipendente del Ministero della Difesa, Margherita usufruiva di un servizio di vacanza estiva alla buona, consistente nella fruizione di uno stabilimento balneare militare a Fregene, nelle vicinanze di Roma ed io ero invitato ad andare con loro a fare il bagno con degli orrendi costumi di lana, che si sbrillentavano sotto l’azione dell’acqua. La peculiarita’ del servizio - che funzionava su base giornaliera, con pranzo al sacco - era il trasporto, che avveniva con autocarri militari, con delle panche di legno ed una scaletta che veniva appoggiata alla sponda posteriore per la salita e discesa delle persone, aiutate dai soldati. Il viaggio - pur breve in termini di chilometri: una ventina - sembrava interminabile, sia per la lentezza dei mezzi, sia per la tipologia delle strade di allora. Durante il percorso si usava cantare in coro, col vento della corsa che passava attraverso il bordo dei teloni.

Negli anni successivi le cose migliorarono e Margherita pote’ usufruire di soggiorni militari veri e propri, realizzati in strutture stabili ed adattate alla bisogna. Anche li’ ero invitato ad accompagnare il mio amico; si andava in montagna, vicino al confine austriaco, dove facevamo lunghe passeggiate e gite, raccogliendo frutti di bosco. L’amicizia si allento’ verso i quindici anni, quando Manlio inizio’ a frequentare il collegio militare della Nunziatella, a Napoli. Poi fece la scuola allievi ufficiali e divento’ ufficiale della Guardia di Finanza, con i relativi trasferimenti in varie parti d’Italia.



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Verso i quattordici anni iniziai a praticare il Judo, che continuai fino ai 20 anni. Durante le lezioni ci si metteva seduti sul tappetino ad ascoltare il maestro e guardare i colpi. Mi veniva spontaneo sedermi con le gambe incrociate, nella difficile posizione del loto - in cui i piedi poggiano sulle cosce opposte, ottenendo un assetto a schiena dritta, senza sforzo e senza l’ausilio di alcun appoggio posteriore - cio' sorprese favorevolmente il maestro, il quale me ne rivelo' il nome e mi fece capire che era una posizione difficile; io, invece, la vedevo come una cosa semplice e spontanea. In eta' piu' avanzata, quando avrei cominciato a praticare la meditazione, non riuscii a ritrovare l'elasticita' necessaria ad assumerla in condizioni indolori per le caviglie, per un tempo sufficiente. Dopo circa 40 anni ebbi modo di riflettere che forse cio' era retaggio di una precedente vita, che scoprii di aver passata come allievo di un maestro tibetano.

In quel periodo fui ospitato, per le vacanze estive, da certi cugini di papa’, che vivevano a Merano. Nella loro biblioteca trovai un libro che mi interesso' molto: “Hata Yoga” del noto autore Yogi Ramacharaka. L’hata yoga e’ lo yoga fisico, basato su posture, esercizi di respirazione ecc, in genere chiamato semplicemente yoga e confuso con un tipo di ginnastica. Lessi il libro con attenzione e cominciai ad eseguire alcuni degli esercizi suggeriti. Con la spontaneita' della mia eta' non mi vergognavo di farne qualcuno anche davanti agli altri, come masticare il cibo con particolare cura, o fare delle respirazioni profonde, suscitando curiosita' o ilarita' nei presenti. Presi anche degli appunti e mia zia, vedendolo, mi disse che potevo anche portarmi via il libro, visto che mi interessava tanto. Il libro, ingiallito dal tempo, e' tuttora in mio possesso. Ma anche stavolta la cosa non ebbe un seguito stabile; dopo un po' smisi di eseguire gli esercizi e non andai oltre.


il libro sull'Hata Yoga

libro: Hata Yoga

Al liceo, i miei compagni formavano una fauna pittoresca: c’era quello che si dava le arie di navigato viveur: una volta venne in classe coi calzoni dello smoking e disse di aver fatto cosi’ tardi la sera prima che non aveva avuto neppure il tempo di cambiarseli; insieme a due fratelli gemelli, era il piu’ discolo e scansafatiche della classe. All’estremo opposto c’era uno, inizialmente un bamboccione, che raggiunti i 18 anni e ricevuta una macchina in uso, si trasformo’ in un donnaiolo, almeno a sentir lui. C’era uno, alto circa un metro e mezzo, che non studiava mai e si presentava alle interrogazioni nascondendo un “Bignami”, che sbirciava, coperto dal piano alto della cattedra. Talvolta, per scherzare, io e un altro compagno – Lucio – alti entrambi un metro e novantadue, ci mettevamo in fila indiana: io avanti e Lucio dietro, con le sue braccia appoggiate sulle mie spalle; poi ci abbassavamo e lasciavamo che il piccoletto si infilasse tra noi due, con le sue ascelle sulle braccia di Lucio; infine ci rialzavamo e camminavamo con lui appeso in mezzo, che aveva la testa allineata con le nostre e i piedi che annaspavano a mezzo metro dal suolo.

Tra alcuni di questi compagni trovai i miei amici della giovinezza e con uno anche quello della maturita’. Franco fu forse il primo di essi, castano-biondo, con gli occhi azzurri, bravo e caro. Disponeva periodicamente di due biglietti gratuiti per il cinema e li condivideva con me ed un altro compagno, pagando addirittura un terzo di biglietto anche lui, perche’ i biglietti erano due e noi eravamo in tre. Stavamo sempre insieme; purtroppo mori’ in un incidente stradale poco dopo essersi sposato. Gianfranco: bruno dai capelli lisci sempre cadenti sugli occhi verdi, timido, ma ritenuto fascinoso dalle ragazze; dilettante compositore di musica. Dopo il liceo fu l’unico ad iscriversi con me ad ingegneria; poi lui cambio’ facolta’ e ci perdemmo di vista. Massimo, mio compagno di banco, soprannominato “bulletto” dal vicepreside, per i suoi atteggiamenti esteriori, ma non per il suo animo assai amichevole. Michele, pallidissimo pittore dilettante: gli comprai, coi pochi soldi disponibili, alcuni quadri astratti e polimaterici. Giulio, dilettante suonatore di batteria, somigliava un po’ al “bello” dei “Ricchi e Poveri”.

Lucio, gia’ menzionato, alto, estroverso, robusto, atletico giocatore di basket, non eccelleva nel profitto e si arrampicava sugli specchi durante le interrogazioni, un po’ come Alberto Sordi - vigile urbano - nella scena in cui sosteneva gli esami di francese. Lucio fu quello con cui legai per ultimo, ma con cui sono rimasto amico piu’ a lungo, per decenni; anzi e’ stato il mio unico amico intimo, dopo l’allontanamento di Manlio e la perdita di Franco.


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Per quanto riguarda gli amori giovanili, devo dire che, fino a che incontrai mia moglie, essi furono sempre non corrisposti: o mi piaceva qualcuna a cui non interessavo, o era qualche ragazza che non mi piaceva, che ambiva imbastire qualcosa con me; in questo caso, spesso lo sapevo tramite amici o parenti e la cosa mi imbarazzava. Talvolta lei organizzava una cena o una festa apposta per rivedermi, ma io non ci andavo, per evitare di suscitare equivoci ed inutili speranze: non ero il tipo propenso a flirt ed avventure passeggere: se mi impegnavo dovevo farlo con convinzione e completamente.

La prima fu una bambina, che conobbi ad una festa mascherata verso gli otto anni – io ero vestito da suonatore nero di jazz, con la faccia tinta da un cerone – mi insegnarono a ballare la raspa e la facevo ogni volta che la suonavano, poi c’era il valzer, che sapevo ballare solo in avanti; la mamma della bambina mi diceva che lei sapeva girare, io annuivo, ma con imbarazzo, perche’ ero io che non sapevo ballare in tondo.

Un’estate – avro’ avuto dieci anni - i miei affittarono una villetta a Fara Sabina, vicino Roma. Spesso mangiavamo in una trattoria vicina, tenuta da una famiglia, con quattro figli ed un cane. Il figlio maggiore era sensibilmente piu’ grande di me e mi parlo’ di ragazze, di corteggiamento e di “fare l’amore” (ma in senso platonico, di mettersi insieme, come si usava dire nei paesi); gli chiesi: <<Che vuol dire “fare l’amore”?>> <<Si parla di quanto lei e’ bella, di quanto lei vuoi bene, delle stelle, …>>. Volli imitarlo e mi slanciai con una delle sue sorelline, molto carina, dai capelli riccioluti castano chiari: le chiesi: <<Vuoi fare l’amore con me?>> <<No!>> rispose decisa. Si chiamava Maddalena: un nome che avrebbe assunto un significato nella mia maturita’.

Una volta Giuliana - la fidanzata di Manlio - mi telefono’ per invitarmi ad una festa presso una sua amica, che avevo visto una volta e mi disse se le potevo telefonare. Successivamente capii che quella ragazza era interessata a me e forse aveva fatto quella festa per rivedermi, ma al momento non lo sapevo; forse Giuliana credeva che ci fosse stato un interessamento reciproco, o almeno che io capissi l’antifona e non si sbilancio’ oltre; sicche’ io telefonai alla ragazza ed esordii: <<Ciao, sono Paolo, mi ha detto Giuliana di telefonarti…>>.

Quando avevo quindici anni, ci fu una ragazza con cui sembrava potesse svilupparsi qualcosa; era carina ed intelligente, l’avevo conosciuta in un soggiorno estivo montano. Era il tipo “simpatica”, come descritta nella canzone di Rascel. Parlavamo e ballavamo; al termine della vacanza – non era successo niente di sentimentale, eravamo solo amici - ci scambiammo gli indirizzi e cominciammo a scriverci. Ci scrivemmo per vari mesi, due o tre volte al mese, pur vivendo nella stessa citta'. Poi io realizzai l’assurdita’ della situazione e le scrissi, proponendole di incontrarci in centro; lei rispose che non era il caso: non ci scrivemmo piu’. Per alcuni anni poi fui attratto da una ragazza che sembrava interessarsi a me, ma quando mi lanciavo si ritraeva o scompariva: aveva un atteggiamento civettuolo, le interessava solo suscitare ammirazione; quando lo compresi lasciai andare.

Poco prima di compiere 20 anni, un 2 gennaio, fui invitato alla festa di compleanno di Giuliana, dove incontrai Daniela: una ragazza bruna, bella alta formosa. Nessuno me la presento', la vidi e la invitai a ballare; lei dette segni di interessamento nei miei riguardi: mi disse poi che l'avevo colpita, vedendomi da lontano, mentre ero seduto a riempire la mia rubrica telefonica per l’anno nuovo. A conclusione della festa io non feci nulla, fu lei che mi invito' ad un ballo per l'Epifania, che pensavo fosse una festicciola simile a quella in cui l’avevo incontrata; scoprii invece che si trattava di andare ad un veglione pubblico in quattro: lei, io, sua sorella ed il relativo fidanzato. Cosi' inizio' la nostra storia, che approdo’ molti anni dopo al matrimonio. Le mie successive conoscenze mi fecero riflettere che quello fu un piccolo colpo di fulmine, un "riconoscimento" e che dovevamo esserci incontrati gia' in vite precedenti: chissa' dove, chissa' quando...

1chakra significa “ruota” in sanscrito; secondo le dottrine orientali e’ una ruota o vortice di energia, che si concentra in alcune zone del corpo energetico, il quale avviluppa e vitalizia il corpo fisico. Esistono sette chakra principali lungo il corpo, dal coccige alla sommita’ del capo. Il primo chakra e’ appunto alla base della colonna vertebrale e contiene la maggior parte dell’energia potenziale dell’uomo, che tende a salire verso i chakra superiori, nel corso della sua evoluzione.





Alti e bassi

Verso i diciannove anni, feci visita a zio Luigi in una localita’ di mare e campagna dove lui – ormai in pensione dalla polizia - aveva messo uno dei primi allevamenti intensivi di galline da uovo. Mi offri’ l’opportunita’ di usare un piccolo fucile da caccia ad una canna, nell’ambito del suo terreno. Entusiasta di poter finalmente imbracciare un fucile vero - dopo tanti finti, che avevo costruito o avuto come giocattoli - feci un giro e, visto un uccellino su un ramoscello, gli sparai; l’animale fece un giro su se stesso, restando aggrappato per qualche secondo al ramoscello, a testa in giu’, poi cadde morto in terra. Il fatto mi colpi’ negativamente, rimasi cosi’ male per aver ucciso che smisi di cacciare appena iniziato.

Nei primi anni dal suo rimpatrio, papa’ aveva comprato una Vespa, che fu l’unico nostro veicolo per parecchio tempo, usato anche in tre, con me in piedi davanti a papa’ e mamma dietro, con entrambe le gambe da un lato, “all’amazzone”.


La Vespa del 1950

La Vespa del 1950

Prima zia Anna e poi mamma andarono in pensione e si misero a lavorare con papa’, in ufficio, per l’amministrazione. Mamma c’era andata anticipatamente, approfittando di uno “scivolo” del Ministero della Sanita’ a cui era passata, con l’abolizione del Ministero dell’Africa Italiana . Con la liquidazione di mamma comprammo una macchina: la Fiat 1100/103, che sostitui’ la Vespa nelle uscite insieme; la 1100 sfiorava i 113 km/h, il suo bagagliaio ci sembrava enorme e sui sedili - a panchina, con la leva del cambio di velocita’ al volante – ci viaggiavamo spesso in sei: tre davanti e tre dietro, con Margherita e i suoi figli.

Papa’ aveva rilevato il mobilificio e le nostre disponibilita’ migliorarono. Acquisto’ anche un terreno contiguo allo stabilimento, con una vecchia villetta. Vi fece costruire un proprio nuovo capannone per il mobilificio, abbandonando il vecchio, in affitto. Riatto’ la villetta e la ammobilio’. Quando ebbi diciotto anni ci trasferimmo li’, lasciando finalmente libere le zie in Viale Giulio Cesare.

Il benessere e la gioia di mamma, che aveva tanto desiderato una casa propria, fu breve. Due grossi problemi si abbatterono nel giro di un paio d’anni sulla nostra famiglia: mio padre ebbe un infarto e poi falli’. Il fallimento fu dovuto soprattutto al fatto che lui aveva avallato delle cambiali verso terzi, di un costruttore di poltrone, suo cliente principale, che non le pago’. Stabilimento, villetta e mobili ci furono messi all’asta e dovemmo andarcene in un appartamento in affitto, lavorando nuovamente nel vecchio capannone con un’azienda a mio nome, ma dopo pochi mesi il capannone subi’ un piccolo incendio e papa’ ebbe poi un secondo infarto. Mamma, temendo il peggio, gli mise dei giovani medici per tenerlo sotto controllo in casa a turno, ventiquattro ore su ventiquattro. Poi lui miglioro’ ed il medico curante disse che non era piu’ necessaria un’assistenza continua, che percio’ fu abbandonata. Pochi giorni dopo, mentre stava mangiando una minestrina, a letto, gli venne un terzo infarto e mori’ sul colpo. Dovemmo liquidare quel poco di attivita’ rimasta, lasciare anche l’appartamento in affitto e tornammo, mamma ed io, dalle zie, a Viale Giulio Cesare. Zio Luigi mi chiamo’ a rapporto e mi disse, senza preamboli: <<Quanti decimi hai?>> - anni prima sua figlia aveva notato che non vedevo bene le scritte da lontano, lo aveva detto a mamma e mi avevano messo gli occhiali – risposi che sapevo di avere le lenti da 1,25 diottrie e che forse da quel dato si poteva risalire alla valutazione del visus; poi mi spiego’ l’arcano: la vista poteva essere l’unico ostacolo ad un mio arruolamento come allievo ufficiale – cosa che lui suggeriva, data la nostra precaria situazione familiare ed economica. Mamma sapeva che non ero portato per la carriera militare e desideravo fare l’ingegnere e mi rassicuro’ che ce l’avremmo fatta. Con la pensione di lei tirammo avanti, finche’ mi laureai in ingegneria elettronica, evitando il servizio militare, dato che ero figlio unico di madre vedova.

In tutte quelle scuole cattoliche avevo ricevuto un’istruzione religiosa tradizionale e cercavo di attenermici, ma col crescere crescevano anche in me domande e dubbi; cercavo di risolverli con letture e ricerche approfondite, su libri di teologia, ma restavano dubbi e perplessita’. Non riuscivo a trovare risposte che soddisfacessero la mia mente: le avrei trovate altrove e piu’ tardi. Una volta, appurato il fatto che i ministri del matrimonio sono gli sposi stessi – e non il prete – domandai chiarimenti ad un sacerdote amico: <<Se due persone si trovassero su un isola deserta, potrebbero sposarsi da sole?>> egli mi confermo’ di si’. Molti decenni dopo scoprii una possibile spiegazione inconscia per il mio interesse nella questione e capii anche che spesso diciamo o facciamo tante cose, ignorandone il movente profondo.

Lo stesso sacerdote fu mio insegnante di filosofia al liceo; ricordo che, nel parlare di S.Agostino, ne sintetizzo’ il pensiero citandone la frase: “noli foras exire, in te ipsum rede, quoniam in te ipsum habitat veritas et si te ipsum mutabilem inveneris, trascende te ipsum”1 (non uscire fuori, torna in te stesso, poiche’ in te abita la verita’e, se ti troverai mutevole, trascendi te stesso). Quella frase mi colpi’ e mi si impresse nella memoria: anche di essa capii l’importanza ed un’applicazione pratica vari anni dopo.




Matrimonio e viaggi

Dopo aver conosciuto Daniela, continuai ad invitarla e vederla; dopo l’invito alla festa dell’Epifania sua sorella maggiore la sgrido’, ritenendo che lei fosse stata troppo audace ad invitarmi, sicche’ Daniela inizialmente fece marcia indietro per recuperare un’immagine di compostezza; ci si vedeva in un bar o in una villa, a passeggio, presto la portai al cinema, dove ci demmo il primo bacio: per me il primo in assoluto, con immaginabile goffagine.

Daniela era brava nel disegno e nella pittura e realizzo’ vari quadri e copie di dipinti famosi; era una studentessa delle magistrali iscritta alla facolta’ di lingue del Magistero; studiava con profitto, ma non era portata per la conversazione nelle lingue straniere; si laureo’ e fece anche una supplenza scolastica in attesa di sposarci. In seguito avemmo l’opportunita’ di vivere per vari mesi all’estero, ma neppure li’ si lancio’ nel parlare; in italiano, invece non aveva problemi. Sua sorella e sua madre la battevano alla grande in fatto di parlantina. La mamma era una tale parlatrice che un giorno era al telefono con un’amica e i suoi familiari uscirono per andare al cinema; al loro ritorno la trovarono che parlava ancora la telefono con la stessa persona. Daniela era molto legata alla sua famiglia e in armonia con la sua cara sorella Maria Pia.

Mio suocero era un alto funzionario del ministero della difesa, di poche parole, amante dei “Promessi sposi”, su cui scrisse un saggio rimasto inedito. Perduti i genitori, era cresciuto in un paese della Ciociaria presso un zio prete. Questi ad un certo punto gli affido’ l’istruzione catechistica e lui ci raccontava alcuni aneddoti raccolti tra i ragazzini del contado:

Domanda: <<Chi e’ lo Spirito Santo?>> Risposta: <<’Na palommella>>

Frase dal Pater Noster in bocca ad un contadinello: <<…Et ne nos in due casse …>>

Denominazione popolare della chiesetta intitolata alla Madonna “Mater succurre miseris”: “La Madonna degli zuccheri miseri”.

Poiche’ eravamo ancora studenti il nostro fidanzamento duro’ piu’ di cinque anni. In quel periodo andammo in vacanza con la famiglia di lei, nuovamente in soggiorni militari, grazie all’impiego di mio suocero. Ci veniva anche Massimo, fidanzato (e poi marito) di Maria Pia, la sorella di Daniela. Massimo e’ un grandissimo parlatore, polemista, anticlericale, crede che esista un’energia impersonale che anima il mondo e che quando moriamo perdiamo la nostra individualita’. Con lui facevamo discussioni notturne di teologia nella stanza che condividevamo; i vicini ci bussavano ripetutamente sul muro per farci smettere all’una o le due del mattino.

Poco dopo la laurea, a 24 anni, trovai impiego presso un’azienda di elettronica professionale e militare, nella zona tiburtina: un’area che si stava sviluppando, con varie aziende del ramo e dell’indotto, quella che sarebbe stata chiamata “Tiburtina valley”, in analogia con la “Silicon valley” californiana. Lì ebbi occasione di lavorare in varie divisioni e reparti, cambiando talora per mia iniziativa, piu’ spesso per ristrutturazioni aziendali. In ogni attivita’ mi sono sempre trovato bene, perche’ me ne interessavo a fondo, studiandone i vari aspetti, iscrivendomi ad associazioni professionali, abbonandomi a riviste specialistiche ed anche scrivendo opuscoli, articoli, partecipando a congressi, anche come presentatore di memorie e come organizzatore. Redassi un libro tecnico, che ebbe un buon successo e fu premiato in USA.

Si potrebbe pensare che il mio atteggiamento sia insito nel livello o tipo di studi che ha fatto, ma, anche prima di lavorare, ho sempre pensato che qualsiasi cosa si faccia – di propria volonta’ o perche’ la vita ce la presenta - e’ meritoria, aperta a buoni sviluppi, se la si abbraccia, ci si interessa ad essa e la si approfondisce.

Ebbi modo di fare molti viaggi, dato che l’azienda esportava molta della sua produzione. Visitai gran parte dell’Europa, e degli USA, la Tailandia, il Brasile, l’Iraq. Mi piaceva vedere posti nuovi ed ero diventato bravo nel trovare itinerari di volo interessanti, che mi consentissero – lungo il viaggio - di fermarmi per un week-end in localita’ attraenti, quali: i Caraibi, le Bermuda, il Marocco, Singapore, l’India ed il Nepal. Queste ultime localita’ mi attraevano per la mia passione per lo yoga e la meditazione. Non ebbi modo di visitare la Polinesia, che mi affascinava piu’ di tutto, vedendo i documentari di Folco Quilici. Pensavo che fosse normale e comune una tale attrazione, vista la bellezza dei luoghi, ma anche per questo dovetti scoprire un motivo in piu’.

Durante un viaggio in Iraq – molto prima della guerra con gli USA – ebbi occasione di scoprire l’origine della maschera di Pulcinella: un fatto che non ho mai visto riportato da nessun cronista occidentale, in occasione dei tanti reportage da quel paese. Un giorno passeggiavo nel centro storico di Bagdad, affollato di persone del popolo in abiti semplici, mi vidi venire incontro un arabo vestito con un completo di pantaloni e blusa di cotone bianco, ampi e stretti al collo ed ai polsi, esattamente come nella maschera di Pulcinella, ma quel che era ancor piu’ singolare fu che aveva anche un berretto a pan di zucchero bianco, tipico proprio di quella maschera. Capii che probabilmente, nel corso del periodo arabo in Campania, quel vestito era diventato una sorta di emblema dell’uomo del popolo. Persino la maschera nera di Pulcinella non richiamava il colorito scuro degli arabi? Sottolineai la cosa ad un mio collega che concordo’ con la mia osservazione.

Una volta impiegatomi, fissammo la data del matrimonio e ci sposammo con Daniela. Io pensavo che stando a casa, da sola, ad aspettare il mio ritorno dal lavoro, si sarebbe annoiata e le suggerii di fare qualche attivita’ lavorativa. Lei, invece, volle fare la casalinga e lo fece per tutto il resto della vita, per vocazione, con passione per la cucina e per i dolci in particolare. Manteneva stretti contatti con la sua famiglia, con cui era molto legata. Dopo tre anni di vita coniugale libera da impegni avemmo il nostro primo figlio: Marco.

Marco era molto mammone, negli anni dell’asilo e delle elementari fu un problema mandarlo a scuola, forse per effetto della gelosia per la sorellina Laura, che nacque due anni e mezzo dopo di lui; alla nascita di lei, accompagnai Marco a vedere la sorellina attraverso il vetro del nido, dicendo: <<Vedi: quella e’ Laura>>; lui sorprendentemente disse: <<voglio tante Laure>>; gli risposi: <<Bene,…studia!>>. Era agitato come e piu’ di me: dovemmo togliere tutti i soprammobili alla sua portata. A scuola era considerato un problema, un giorno getto’ di sotto il ferro da stiro, messo da Daniela a raffreddare sul davanzale della cucina; il ferro cadde sulla persiana sporgente del piano di sotto, sfondandola e precipitando poi nel cortile antistante casa, fortunatamente mentre non passava nessuno. Colpito dall’accaduto mi affrettai a stipulare un contratto di “assicurazione del capo famiglia” per la responsabilita’ civile. La copertura assicurativa ci consenti’ di ripagare: un orologio a pendolo svizzero di zia Bianca, alle cui catenelle Marco si era appeso, il pallone di un compagno di giochi, che Marco aveva calciato facendolo ricadere sulle lance di un cancello ed altre cose.

Anche Marco, come me, era sportivo. In Tailandia – dove vivevamo in un complesso dotato di campo da tennis e maestro - imparammo insieme a giocare a tennis: io a trentaquattro anni, lui a sei. Tornati in Italia continuammo a praticarlo di quando in quando; un giorno eravamo in un circolo sportivo e Marco - ormai un po’ cresciuto – si avvio’ a giocare, per la prima volta, con un nostro amico adulto; quest’ultimo noto’ che Marco camminava portando la racchetta nella sinistra e gli chiese: <<Sei mancino?>>; <<No, sono romano>> rispose candidamente Marco.
Molti anni dopo sentii una risposta altrettanto spontaneamente comica, in un servizio televisivo; un reporter era allo stadio Olimpico di Roma, presso i cancelli, per sapere l’umore e le aspettative di due tifosi di mezza eta’, con tanto di sciarpa giallorosa e domando’:

<<Voi siete ottimisti?>>

Uno dei due – una signora – dopo un attimo di perplessita’ rispose, con orgoglio:

<<No, Noi siamo Romanisti!>>.



Laura, bambina tranquilla, somigliante a mia madre, ma piu’ bella e piu’ alta, molto femminile. Fu per molti anni la vittima preferita dell’esuberanza di Marco, come accade spesso nelle famiglie. Crescendo assunse una discreta somiglianza con Mina da giovane, incluso un neo sulla guancia.





Meditazione Trascendentale

Ripresi a leggere dei libri sullo Yoga; stavolta si trattava di yoga mentali, come il Raja Yoga, basato su visualizzazioni e lo Jnana Yoga, basato sulla meditazione della Verita’. Uno dei libri che mi colpi' particolarmente fu la famosa “Autobiografia di uno yogi” di Paramahansa Yogananda2. Ero attratto dalla possibilita' che l'uomo aveva, secondo tali scritti, di conseguire poteri paranormali. Mi interessava pero' anche l'aspetto mistico, cioe' il conseguimento di tali poteri, a seguito di un'evoluzione spirituale. Questo dava un respiro piu' ampio alla vita, una prospettiva che andava al di la' del solito tran-tran; scoprii anche che i miracoli non accadono solo nella tradizione giudaico-cristiana, ma sono patrimonio di tutti i popoli e di tutte le religioni.

Mi iscrissi anche alla Societa' Italiana di Parapsicologia, presso la quale ascoltai delle conferenze ed ebbi in prestito altri libri. Partecipai a conferenze ed esperimenti, ero sempre piu' interessato al paranormale. Lessi libri di misticismo, gnosi, teosofia, psicologia, taoismo, buddismo, sufismo. I miei preferiti, oltre a Yogananda, erano: Lao Tze, Osho Rajineesh, Ramana Maharishi.

Avevo circa 30 anni ed avevo il presentimento che la mia vita non sarebbe durata oltre i 60 anni; tale presentimento non mi causava alcuna apprensione: era una semplice constatazione. Lessi anche un libro sulla Macrobiotica e ne provai i piatti, andando anche qualche volta ad un ristorante macrobiotico al centro di Roma. La base della Macrobiotica e’ l’impiego del riso integrale, cotto a lungo, per ammorbidire la parte esterna coriacea. Non mi piacque gran che’ e non era gradito neppure a mia moglie che doveva cucinarlo, cosi’ misi da parte l’esperienza.

Un giorno, forse dal barbiere, vidi “per caso” una rivista che menzionava la presenza in Italia di un guru indiano. Si trattava di Maharishi Mahesh Yogi, che teneva un corso per istruttori di meditazione a Fiuggi. Mi ripromisi di andarlo a trovare, di parlargli ed andai a Fiuggi. Domandando a destra e a manca trovai l'albergo usato per il corso, ma di incontrare il Maharishi non si parlava neppure; cosi' mi contentai di chiedere informazioni ad alcuni suoi seguaci – ce n’erano di varie parti del mondo - ed in particolare ad una ragazza che faceva l'istruttrice di meditazione. Ne ricavai due dati fondamentali: gli estremi di un libro: “La scienza dell'essere e l'arte di vivere”3, che era il libro base del Maharishi e che acquistai subito a Fiuggi stessa ed il numero di telefono di una signora di Roma che avrebbe potuto introdurmi alla Meditazione Trascendentale, detta anche brevemente 'MT', o 'TM' in inglese, per “Transcendental Meditation”.


il Maharishi

il Maharishi

Tornato a Roma contattai la signora, che mi presento' la tecnica e, nel luglio 1972, fui iniziato alla MT da un istruttore della mia eta’, da lei indicato. L’insegnamento si svolse in cinque sedute di circa un’ora al giorno e richiese un versamento in denaro, che copre anche eventuali controlli e consigli per il resto della vita. Il Maharishi sembra ritenere che in occidente il valore sia associato all’economia e che non sia apprezzato cio’ che non si paga, questa sarebbe una ragione per far pagare per l’insegnamento e per tenere lontano chi non vi sia seriamente interessato. La tecnica e’ una forma di yoga mentale, che il Maharishi presenta con approccio molto scientifico, depurata – per quanto possibile - dagli elementi religiosi che la contornano in India, in modo da renderla accessibile anche ai non credenti. Essa e’ classificata come “karma yoga” – yoga dell’azione - in quanto favorisce il contatto periodico col nostro Essere, per consentirci di rientrare nell’azione con un piu’ alto e valido atteggiamento interiore. L’esercizio consiste nella ripetizione mentale di un suono – chiamato “mantra”: una parola o frase di cui, secondo il Maharishi, non importa conoscere il significato - per 20 minuti al mattino ed alla sera. Cio' aiuta indirettamente a minimizzare i pensieri, che ci assediano continuamente ed a consentirci qualche istante di contatto con la nostra vera natura interiore, il Se superiore, che coincide col puro Essere. Trovai la MT molto utile per gli scopi proposti e - quel che piu' conta - piacevole. Cio' e' della massima importanza per una pratica continuativa; non vi e' chi non concordi, per esempio, sull'utilita' della ginnastica, ma pochi la praticano continuamente per il fatto che e' noiosa.

Tra i venti ed i trenta anni avevo preso l’abitudine di fumare la pipa. Avevo gradualmente accumulato una collezione di una dozzina di pipe di varia foggia e materiale. Mi piaceva fumare il tabacco “Clan”, molto aromatico e piacevole anche per chi ne sente l’odore da lontano. Fumavo poco: solo una pipa dopo pranzo ed una dopo cena e a mia moglie piaceva sia l’odore del tabacco che vedermi con la pipa in bocca. Poco dopo aver iniziato la meditazione il fumo perse interesse per me ed abbandonai spontaneamente il fumo della pipa. Nei mesi successivi ottenni la scomparsa di quella che chiamavo “l'ansia esistenziale”: una forma di lieve e sorda oppressione, che mi pesava sul petto, in relazione all’incertezza sugli eventi della vita ed al futuro. Mi accorsi anche che, uscendo dalla meditazione, per alcuni minuti avevo un atteggiamento piu’ tranquillo e tollerante. Si attenuo’ molto in me il timore della morte e la preoccupazione per il mio futuro e per l’opinione degli altri. Da allora (luglio 1972) ho continuato a praticarla ininterrottamente. Anzi ho poi ricevuto altre due iniziazioni alle cosiddette “tecniche avanzate”, da Grazia, che fu una delle prime discepole e collaboratrici del Maharishi: lo aveva incontrato a Rishikesh, dove aveva il suo ashram (non lontano da quella localita’ di Yol, dove mio padre fu prigioniero di guerra). Le tecniche avanzate sono basate su dei mantra piu' completi, assegnati dopo un certo tempo dalla iniziazione alla meditazione base, che si svolge mediante un mantra contratto.

Non fu facile mantenere la costanza nella meditazione, quell’abitudine “strana” non si incastrava serenamente nella routine familiare ed era vista con un certo fastidio da mia moglie, un oziare, mentre lei doveva sbrigare tante faccende piu’ pratiche; gli altri la consideravano probabilmente una stranezza originale. Una volta eravamo ospiti nella casa di paese di mia suocera e c’era anche Patrizia, figlia dei miei cognati, che avra’ avuto 8 anni circa. Io mi ero messo nella stanza da letto assegnataci, per la mia meditazione serale, avendo appeso alla porta un cartello - come quello degli alberghi - in cui si ricordava di “non disturbare”. Patrizia voleva entrare nella nostra camera per qualche motivo e la mamma le disse: << Non entrare adesso, che zio Paolo sta facendo lo yoga>>; Patrizia allora domando’: <<E se lo beve tutto da solo?>>.

Non sempre gli altri, specie i bambini facevano silenzio in prossimita’ della stanza in cui facevo la meditazione, ma quando uscivo ero in uno stato di pace tale, che mi era impossibile sgridare o discutere. Col tempo penso che la MT abbia influito positivamente su altri aspetti del mio carattere: quando qualcosa andava “male” non me la prendevo piu’, ero assai piu’ propenso ad accettare la vita cosi’ come viene. Capivo il motto del Maharishi: “non resistete a nulla”. Piu’ tardi scoprii che c’e’ un altro proverbio iniziatico, che dice: “La resistenza crea la sofferenza”: sono i desideri ed aspettative che le cose vadano come pretendiamo noi, che ci procurano la maggior parte delle sofferenze. Anche alcuni miei colleghi – senza sapere cosa stessi facendo – mi dissero che percepivano in me qualcosa di nuovo e piacevole.

Frattanto continuavo a leggere un libro dietro l'altro su questi argomenti. I miei autori ed ispiratori erano dei maestri indiani: Ramacharaka, Yogananda, Krisnamurti, Ramakrishna, Vivekananda, Maharishi Mahesh, Ramana Maharishi, Aurobindo, Osho. Ero anche sensibilizzato a cogliere incontri e localita' correlate a questi temi. Cosi' visitai centri dell'Iskon: Institute for Krishna Consciousness, fondato da Prabhupada, i cui seguaci sono popolarmente noti sotto il soprannome di “Hare Krishna” dato che girano in costume indiano arancione, cantando il Mantra: "Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare,..."). Si tratta di un altro ramo dello yoga, detto “Bakti yoga”: e' lo Yoga della devozione e dell'Amore, si basa sull'abbandono e l'amore a Dio ed al Guru; quest'ultimo assume importanza fondamentale, sia perche' la sua figura aiuta il discepolo ad abbandonare preoccupazioni ed attaccamenti, lasciandone a Lui la cura, sia perche' il Guru puo' aiutarlo con la propria energia (Grazia). Il Guru e' generalmente considerato o autodichiarato come Avatar = incarnazione divina4, un'entita' realizzata, che ha deciso di incarnarsi per aiutare l'umanita', anche a costo di sacrifici personali e che si puo' assumere il peso di azioni – peccati - altrui, per facilitarne l'evoluzione. In occidente conosciamo Gesu’ come unico Avatar, ma in India e’ una tradizione antichissima, assai precedente alla venuta del Cristo. In India si ritiene che un vero Maestro debba essere illuminato, realizzato, altrimenti non potra’ guidare i discepoli (come puo’ un cieco guidare un altro cieco?).

Molti libri menzionano l’importanza per il ricercatore spirituale di incontrare un maestro personale, che si prenda cura di lui e lo guidi secondo le sue peculiarita’. Ero quindi ansioso di incontrare un guru personale, che, a differenza di quelli summenzionati non fosse morto o inaccessibile, uno che mi potesse guidare personalmente. Comunque pazientavo, conscio del proverbio iniziatico secondo cui "quando il discepolo e' pronto arriva il Guru". Nel corso di un mio viaggio di lavoro nel nord Europa potei passare in Svizzera, dove sapevo che viveva il Maharishi, che vi si era trasferito, dopo aver iniziato la sua missione a rishikesh, in India. Da Zurigo – usando treno e battello - mi recai a Seelisberg, un paese su una collina sovrastante un lago, dove sorgeva il centro europeo dell'IMS - International Meditation Society - una delle organizzazioni fondate da Maharishi Mahesh per diffondere la MT e presunta sede del maestro stesso. Il luogo era fuori dalle strade principali svizzere ed il centro – un ex albergo - era ancora in ristrutturazione. L’unico seguace che vi incontrai era un ragazzo, che mi fece compilare una scheda personale, con foto e referenze, poi mi disse che non era possibile vedere il maestro, ne’ trovare alloggio nel centro, ne' unirsi ai seguaci locali per una meditazione collettiva. Me ne andai deluso a mangiare qualcosa e mi incamminai sulla via del ritorno. Poi incontrai quel ragazzo sul battello e mi racconto’ che lui stesso, che lavorava li' come volontario, aveva visto il Maharishi da lontano, solo due volte in un anno. Vari decenni dopo capii che quello non era stato il momento buono e che il guru a me destinato sarebbe stato un altro, ancora piu’ grande.

Intanto maturai - non so come - l'idea di essere stato, in una vita precedente, un inglese, che avesse avuto modo di visitare l'India ed incontrare qualche guru, magari di sfuggita. Forse avrei potuto essere un ufficiale inglese comandato per qualche tempo in India. L'idea era suffragata dal fatto che quando, per la prima volta, avevo messo piede a Londra - avevo solo 14 anni – mi ci ero trovato molto a mio agio, confacente alla mie inclinazioni. Molto tempo dopo avrei trovato conferma di quella sensazione.





Il Guru di quindici anni

Sempre alla ricerca del mio guru, fui anche attratto parecchio dal “Guru Maharaji” - un altro maestro indiano, al secolo Prem Rawat - che era nato nel 1958 ed inizio' la sua attivita' a otto anni, dichiarandosi un Avatar e diventando famoso nel mondo a quindici anni. Dall’India, anche lui, si era trasferito in occidente. Frequentai il centro romano della sua organizzazione, che allora si chiamava “Divine Light Mission” ed ebbi occasione di vedere il maestro in una delle sue visite a Roma, tenutasi al Palazzo dello Sport, all’EUR. Quell'incontro non mi tocco' particolarmente, ma ritengo di aver tratto giovamento dalle mie partecipazioni alle riunioni chiamate “satsang” (compagnia della verita'), in cui i vari seguaci parlavano delle loro esperienze e cantavano dei canti molto belli, composti dallo stesso Maharaji.


Guru Maharaji a 15 anni

Guru Maharaji a 15 anni

L’insegnamento del Maharaji - incentrato sulla nostra divinita’ interiore - si basa, per il suo riconoscimento su tre attivita’: la meditazione, il servizio ed il satsang Una sera stavo per ottenere l'iniziazione (gratuita) alla meditazione, da uno degli insegnanti che era arrivato nel centro, ma questi mi rimando' all'indomani. Per qualche motivo non tornai l'indomani, ma ho l'impressione di aver comunque ottenuto la capacita' di sentire quello che loro chiamano “il verbo”: una vibrazione a bassa frequenza, che percepisco nei timpani, durante la meditazione ed al tempo stesso l'aiuta. Essa sostituisce talvolta in me il mantra che uso per la MT.

Fu in quel periodo che notai come accingendomi a mangiare, specie se in situazione di tranquillita' e solitudine, mi venisse spontaneo un moto di ringraziamento, una sorta di brevissima meditazione. Un’altra pratica “rituale”, presente in molte religioni, che riscoprii nella spontaneita’ fu quella di lavarmi - completamente, parzialmente o almeno le mani - prima di meditare: era una sorta di esigenza inspiegabile, da cui ero spinto. Questo mi confermo', assieme a tante altre esperienze, l'insegnamento del Maharishi, secondo cui quello che importa veramente e' l'avvicinarsi a Dio nella meditazione: tale contatto ci porta automaticamente al miglioramento, mentre gli insegnamenti teorici possono servire solo ad indicarci una meta, e non vanno imitati esteriormente, perche' sarebbero solo una sovrastruttura ed una finzione. Nella fattispecie cioe' era inutile pregare prima del pasto solo perche' ci dicono di farlo, ma senza che cio' sia sentito, mentre viene spontaneo ed utile quando nasce da una maturazione interiore. In tal caso non c'e' alcuna necessita' di farlo pubblicamente: e' meglio un pensiero interiore. Anche il lavacro non e’ una pratica puramente igienica, ma probabilmente risponde ad una necessita’ di migliore meditazione.

Un'altra esperienza che ricordo, relativamente alla frequentazione della Divine Light Mission, e' il canto dell'Arathi: li' per la prima volta assistei ad esso e mi colpi' positivamente. Si tratta di un canto durante il quale si agita, dinanzi ad un'immagine divina o del Guru, un piatto in cui brucia un pezzetto di canfora. La canfora brucia senza quasi lasciare residui, cio' simboleggia l'ego che va bruciato, per lasciare posto al Se superiore.

Un giorno, su indicazione dei miei cognati che ci erano capitati con amici, mi affacciai incuriosito in un locale al centro di Roma, dove si facevano sedute spiritiche come spettacolo. Quando ci andai il locale era deserto, le sedute si tenevano in altri orari. Mi aggirai per pochi minuti, ma sentii una sensazione di forte disagio, che mi suggeri' di andarmene e non tornare piu'.



 Affatturato da un fachiro

Nel 1974, ebbi poi l'opportunita' di andare per lavoro in Thailandia, cosi' mi fermai per un week-end a Calcutta nel mio viaggio di andata. Calcutta mi fece un'impressione tremenda, per la grande miseria della massa di persone, che ne popola molti quartieri, in condizioni disastrose. Potei pero' visitare un paio di luoghi di cui avevo avuto notizia dalle mie letture: Dakshineswar e Belur Math. Dakshineswar e’ il tempio presso cui visse per molti anni Ramakrishna, uno dei piu' noti guru, vissuto nel 1800. Il luogo fu anche frequentato da Yogananda, come descritto nella sua autobiografia. Il tempio comprende sostanzialmente un gruppo di statue di divinita' ed una tettoia che lo fronteggia, utile perche' i fedeli possano ripararsi dal sole e dalle piogge durante le loro visite; il tutto e' racchiuso da un recinto in muratura che ingloba un piccolo locale ogni tanto. In uno di essi era vissuto per un certo tempo Ramakrishna. Il Belur Math e’ un monastero di seguaci del grande maestro, nel suo perimetro si trova - tra l'altro - il “Tempio di tutte le religioni”. Ramakhrisna sosteneva la dignita’ di tutte le religioni e ne aveva praticate diverse. Il tempio e' costituito da un tetto sostenuto da colonne, con una parete di fondo. E' spoglio, salvo per una statua che, se ben ricordo, rappresenta l'uomo, come tempio di Dio. Mi sedetti per pochi minuti nel tempio, percependone una notevole energia ed aiuto alla meditazione.


interno del Belur Math

interno del Belur Math

Durante il mio viaggio di ritorno dalla Thailandia, feci in modo di ottenere una deviazione per il Nepal e trascorsi un week-end a Katmandu. La visita fu essenzialmente turistico-tradizionale. Il paese era ancora piuttosto isolato dal resto del mondo: una sola strada asfaltata collegava Katmandu al resto del mondo tramite l'India, oltre al mezzo aereo recentemente attivato. Affacciandomi nei negozietti scoprii una sorta di spirito del commercio, che doveva essere proprio dell’antichita’, quando i mercanti, dopo mesi di cammino arrivavano tra popolazioni lontane e scambiavano le loro merci con quelle locali, con grande interesse per entrambi. Entrai in un negozio di oggetti dell’artigianato locale e capii che il proprietario era interessato ad alcuni dei miei oggetti; intavolai una lunga trattativa, con la quale io gli cedevo alcune cose mie, come un ombrellino con l’apertura a scatto, un orologio da tasca, ecc e lui mi dava in cambio bigiotteria e borse, che piacquero molto a mia moglie. Pernottai all’hotel Annapurna, dove consumai anche la cena ed ebbi un’esperienza umoristica. Alla fine del pasto lessi sul menu’ tra i dessert: “Himalayan fruit”; pensai: “proviamo questa specialita’, chissa’ che frutta esotica, introvabile altrove!”; mi vidi recapitare un piattino con due mele cosi’ deformi e rachitiche che in Italia le avremmo date in pasto ai maiali.

Un altro aspetto particolare del Nepal e’ l’usanza della “Dea vivente”: una bambina viene scelta periodicamente per essere allevata con onori e servizi in un edificio adibito allo scopo e viene considerata come una Dea; viene trattata cosi’ fino ad un’eta’ ampiamente antecedente il suo probabile sviluppo e poi dimessa, per essere sostituita da un’altra; lei andra’ poi sposa ad un buon partito. I turisti possono visitare l’ingresso della casa e vedere la “dea” e i bambini suoi amici, che giocano con lei e raccolgono offerte dei visitatori.

L’altra cosa - piu’ importante - per cui menziono Katmandu, e’ un fatto accadutomi, che sospetto collegato ad aspetti paranormali: nel corso della visita mi associai ad un giro turistico, che mi porto’ in una localita' di campagna, presso un torrente, dove si praticava ancora una forma di religiosita' primitiva, basata su sacrifici di animali, come descritto nella Bibbia. Galline, piccioni e capre venivano offerti a qualche divinita’ dai fedeli, che li sgozzavano, aspergendo un altarino col loro sangue. Inoltre i fedeli si lavavano nel fiume a scopo purificatorio, mentre altri ne bevevano l’acqua (anche a valle dei primi). Lungo il muretto di contenimento del pendio in cui era stata tagliata la stradina sterrata - in discesa con dei gradini rudimentali, che portava alla riva del fiume – stavano o sedevano alcuni sadhu: rinuncianti e ricercatori spirituali o presunti tali. Alcuni erano seminudi e cosparsi di cenere. Mi entusiasmai a quella vista: nella mia ingenuita’ avevo incontrato un fila di uomini dall’aspetto “molto spirituale”. Avrei incontrato il mio guru in quel remoto paese? Come capire qual’era quello giusto? Uno di essi attrasse la mia attenzione di patito dello yoga: sembrava piu' pulito, con lunghi capelli pettinati e raccolti sul capo, vestito con una tunica arancione ed un grande scialle bianco, sedeva in perfetta posizione del loto sul muretto di delimitazione della stradina. Aveva dei fiori davanti a se’ e l'aspetto di un “vero maestro spirituale”, come alcune foto che avevo visto nei miei libri. Gli domandai in inglese: <<Sei uno swami5, un guru?>> Mi rispose prontamente di sì, col capo e mi tese la mano per chiedere l'elemosina. Quel gesto mi deluse: dalle mie letture avevo capito che un vero guru non chiede l'elemosina (tuttalpiu’ accetta un’offerta spontanea). Anziche' dargli una moneta, alzai la mano destra e la feci ricadere in avanti in un gesto di sconforto, come a dire “ma va la’!” e proseguii la mia strada verso il fiume, sentendo il “guru” dietro di me che diceva qualcosa dal tono sgradevole e minaccioso.

Quando tornai indietro per la stessa strada mi tenni sul lato opposto a quello dell'uomo, che pero' non si lascio' sfuggire l'occasione per dire delle parole a me incomprensibili e lancio’ uno sputo concentrato e mirato, che attraverso’ la stradina davanti al mio passaggio. Il mio week-end era terminato e tornai a casa, ma non potei neppure tornare in ufficio, perche' mi ammalai di una malattia, che mi tenne a letto per varie settimane. Avevo febbre periodica, ventre duro e dolorante, forte anemia; persi circa 10 kg. Nonostante molte analisi e ricerche, nessun medico riusci' a capire di che si trattasse; poi lentamente mi ristabilii. A distanza di tempo ho sospettato che il “guru” nepalese fosse un fachiro, dotato di capacita’ paranormali e mi avesse fatto una specie di fattura, una maledizione, per vendicarsi del mio rifiuto. Ad un lettore occidentale razionale questa ipotesi puo' sembrare ingenua, ma dalle mie letture avevo appreso che, accanto a molti impostori che proliferano anche in Italia, spacciando fatture false, esistono anche dei maghi neri, capaci di utilizzare veramente tecniche e formule con effetti paranormali, a scopi non ortodossi.





L’avventura spaziale

Nel 1975 ebbi l’opportunita’ di partecipare ad uno dei primi programmi spaziali industriali: il SIRIO, che prevedeva la realizzazione ed il lancio di un satellite artificiale per la sperimentazione di telecomunicazioni ad alta frequenza; esso fu messo in orbita mediante un razzo vettore Delta, dalla NASA, da Cape Canaveral ed io mi occupai dei rapporti con la NASA. Una delle cose che mi colpi’ li’ fu di scoprire che – diversamente da quanto sapevamo in Italia – La figura di Von Braun era ignorata, mentre si metteva in rilievo quella di Goddard, uno scienziato americano, che da noi non si sente nominare e che fu un pioniere dello spazio USA. Alla NASA tutto e’ molto procedurizzato: ogni operazione va scritta passo per passo, indicando chi fa cosa e quando. La procedura va approvata e poi – specie per le operazioni di lancio – provata e riprovata, prima del lancio effettivo; percio’, da un lato, nulla e’ lasciato al caso e ci sono ottime probabilita’ di riuscita, dall’altro il lavoro risulta molto burocratizzato. Comunque il lancio ed il funzionamento del satellite fu un bel successo, di cui la stampa scrisse molto.


Il lacio del SIRIO mediante vettore Delta da Cape Canaveral

Il lacio del "SIRIO", mediante vettore "Delta", da Cape Canaveral

Durante la campagna di lancio, nell’estate 1977, tutto il team e relative famiglie si trasferi’ per tre mesi a Cocoa Beach, un paese vicino a Cape Canaveral. Non tutti sanno che quella zona e’ un parco nazionale, con una laguna ricca di vegetazione e molti animali, tra cui delfini ed alligatori. Noi abitammo in un bel residence, posto vicino all’oceano ed in riva alla laguna. Nel giardino c’era uno stagno, comunicante con la laguna e spesso visitato da un alligatore. Facendo il bagno nella piscina del residence, in un momento in cui era deserta e tranquilla, scoprii come era bello fare il morto a galla, stando solo e rilassato: il dondolio nell’acqua, con un sostegno galleggiante che assicurava un galleggiamento stabile, mi portava in una condizione meditativa spontanea, favorita dalla presenza del sole. Molti anni dopo scoprii che ci sono degli istruttori che usano questa tecnica per ottenere esperienze simili.

In quel periodo ebbi occasione di lavorare con un collega, che scoprii aveva interessi simili ai miei, praticava la Meditazione Trascendentale e leggeva lo stesso genere di libri. 'Casualmente' mi parlo' di Sai Baba. Non lo avevo mai sentito nominare e gli chiesi: <<E chi e’?>>; lui mi rispose, con aria stupita: <<Come, non sai chi e’ Sai Baba? E’ un grande maestro indiano. Ho un libro su di Lui, se vuoi te lo presto, e’: “Sai Baba, l'uomo dei miracoli” 6>>. Sathia Sai Baba si e’ manifestato nel 1940, con una grande ricchezza di miracoli di ogni genere; insegna la filosofia dell’Amore ed assiste coloro che lo seguono. Lessi avidamente il libro e ne fui cosi' attratto da scrivere una brevissima lettera a Sai Baba stesso, chiedendogli di aiutarmi. Non mi aspettavo risposta: era come una preghiera.

Un’altra esperienza negativa, come quella della caccia di vari anni prima, la feci con la pesca: uno dei passatempi di Cocoa Beach era appunto la pesca. Io, che l’avevo provata solo una volta, sulle Dolomiti, circa dieci anni prima, comprai una canna e mi misi a pescare dal bordo della laguna, nel giardino del mio residence. C’erano molti pesci gatto, che si vedevano saltare ogni tanto, e fu facile pescarne qualcuno. Sentii un certo disagio nel vederli morire fuori dall’acqua; uno mi colpi’ particolarmente, messolo nel lavandino di cucina, mi guardava come con aria di rimprovero, protraendo a lungo le sua agonia (i pesci gatto hanno buone riserve di acqua per tenere umide le loro branchie). Smisi anche di pescare e gettai via la canna.



Durante i week-end avemmo l’opportunita’ di girare la Florida, con Disney World ed altre amenita’, che gli americani sanno creare dal nulla. Lì le citta’ di mare – prima fra tutte Palm Beach - sono assai piu’ belle delle normali citta’ americane. La mitica Miami Beach, un tempo attrazione mondiale e panoramicamente molto bella, era pero’ gia’ diventata ricovero di pensionati, che si scaldano al sole della Florida. In California ebbi l’opportunita’ di visitare “Lake Shrine” (santuario del lago): uno dei complessi della Self Realization Felloship, l’organizzazione fondata da Paramahansa Yogananda, la cui autobiografia mi era tanto piaciuta; il luogo si trova a pochi chilometri da Hollywood, sulla strada che conduce all’oceano – il famoso Sunset boulevard7 (viale del tramonto) - ed e’ centrata su un laghetto, circondato da vegetazione tempietti e statue; tra essi spicca un sepolcro contenente parte delle ceneri del Mahatma Gandhi – che incontro’ Yogananda e fu da lui istruito sul kriya yoga - ed un cortile di tutte le religioni, in cui le principali fedi sono onorate mediante i loro simboli. Vi trovai un’atmosfera di gran pace, dove si e’ portati alla meditazione e volli tornarci a distanza di molti anni.


* * *


Quando ci sposammo io pensavo che sarebbe stato bello avere cinque figli; Daniela non era d’accordo e concordammo per tre; pero’, dopo aver avuto i primi due, mia moglie disse che erano sufficienti ed archiviammo l’argomento. Ma il destino volle che dovessimo onorare l’impegno preso: dieci anni dopo Laura Daniela rimase incinta, con una certa preoccupazione, dato che aveva ormai quarantuno anni. Ma tutto ando’ per il meglio: nacque Giorgia, una bella bambina, che porto’ una ventata di giovinezza in famiglia. Daniela fece amicizia con molte giovani mamme, che avevano figli coetanei di Giorgia all’asilo e poi a scuola. Anche Giorgia divento’ alta come Laura: oltre un metro e ottanta, ma assai meno di Marco, che mi somiglia molto ed arrivo’ a uno e novantasei. Giorgia fu pero’ l’unica in famiglia giocare a pallacanestro.

Purtroppo - pochi anni dopo – Daniela scopri’ un nodulo al suo seno destro; il suo ginecologo disse che sicuramente non era nulla di grave e che glie lo avrebbe tolto: avrebbe anche fatto fare un esame estemporaneo del nodulo, appena tolto, per vedere se era maligno, nel cui caso avrebbe tolto anche i gangli ascellari. Il mattino dell’operazione l’analista non c’era e l’esame estemporaneo si fece solo dopo, per scoprire che il tumore era maligno. Cosi’ Daniela si dovette operare di nuovo – da un altro chirurgo – e volle togliersi, per sicurezza anche l’intero seno. Segui’ una chemioterapia prudenziale e controlli periodici. Trascorsero circa cinque anni – sufficienti a darci una certa tranquillita’ sulla risoluzione definitiva del problema – quando apparve un bozzetto sullo sterno di Daniela. Stavolta andammo a Milano, dal massimo specialista italiano, che ci tranquillizzo’: bastava un po’ di radioterapia, per bloccare un piccolo tumore ai gangli retrosternali, che normalmente non si tolgono come quelli ascellari, per la grande invasivita’ che l’intervento richiederebbe. Nuove cure e serie di controlli ci portarono avanti altri cinque anni, quando i marcatori tumorali segnalarono una recrudescenza del male: chemioterapie nuove e sperimentali non valsero a stroncarlo.




Il mago di Strovolos

Molti anni dopo, per la mia attivita' lavorativa ebbi occasione di incontrare una signora inglese, piu’ anziana di me: Joan, che mi dette una sensazione positiva appena la vidi, casualmente nella Hall di un albergo vicino a Londra, dove ero convenuto con altri colleghi, per una riunione tecnica internazionale. Avendo saputo che era un'esperta di una disciplina professionale nuova di cui stavo occupandomi, ne accettai il biglietto da visita e, una volta tornato a Roma, mi ricordai di lei. Suggerii alla mia sezione dell’associazione professionale a cui ero affiliato, di organizzare un seminario su tali argomenti. Quando Joan venne a Roma su nostro invito, l'accompagnai a cena, per dovere di ospitalita' e scoprii che gradiva mangiare vegetariano. Parlammo del perche' e mi disse che lo faceva su consiglio “interiore”, giacche' aveva delle capacita' paranormali di sensitivita’ ed aveva anche avuto le stimmate in passato. La cosa mi lascio' perplesso, ma la donna mi aveva comunque dato una buona impressione. Data la sua nazionalita’ le domandai se conosceva Findhorn: una localita' scozzese, che era stata teatro dello sviluppo prodigioso di ortaggi giganteschi, coltivati da una piccola comunita’ di persone ispirate. Joan mi disse di averla visitata ed aver conosciuta Eileen Caddy: la fondatrice, che aveva ricevuto una serie di messaggi vocali da Dio8. Anch'io cominciavo ad orientarmi verso l'abbandono del consumo di carne. Inoltre cominciavo a notare qualche fastidio nei confronti dei detersivi; mentre in passato avevo usato fare il bagno col bagnoschiuma, trovavo ora che questo mi provocava qualche irritazione della pelle.

Qualche tempo dopo il suo seminario romano, inaspettatamente, Joan mi mando' la fotocopia di un libro, che riteneva interessante, si intitolava “The magus of Strovolos”9. Illustra la vita di un sensitivo cipriota molto dotato e circondato da altri sensitivi, che si dicevano guidati da S.Giovanni evangelista ed operavano beneficamente in quell'area travagliata dal conflitto greco-turco. Il libro mi interesso' molto, tanto che acquistai gli altri due successivi dello stesso autore: “Homage to the sun” e “Fire in the heart” - altrettanto affascinanti e finii per iscrivermi ad una scuola-circolo per corrispondenza, tenuta da quelle persone. Il corso fornito non mi sembro' molto interessante. Poi ci fu una strana separazione tra il maestro ed il suo discepolo piu' prossimo; infine il maestro mori' ed io lasciai cadere la cosa.

Un’altra esperienza interessante la feci quando seppi – non ricordo come – che era possibile assistere a Roma alla “Cerimonia del te’ ”: “Cha no yu” o “Cha do”. E' una tradizione giapponese zen del 1500, basata sul concetto della perfezione rituale con cui il te’ verde polverizzato viene preparato. Si usano appositi utensili. Ogni gesto e' svolto con estrema calma e precisione.
La serenita’, la concentrazione e la consapevolezza connesse con la cerimonia possono portare la mente a livelli tali da favorire un salto di consapevolezza.10

Intanto cominciai a notare qualche manifestazione di telepatia: mi veniva in mente un argomento, che occupava per un po' i miei pensieri, poi la sera stessa, in TV c'era una trasmissione che trattava proprio quel tema. Pensai anche al significato del modo di dire “venire in mente”: le idee che abbiamo sono generate da noi, o ci “visitano”, come una canzone che ci puo' capitare di ascoltare per la strada? Molte idee e scoperte, che noi crediamo di generare e magari utilizzare imprenditorialmente, ci appartengono, o’ ci sono state “regalate”? Come mai talora piu' di una persona scopre o’ cerca di realizzare la stessa cosa? Puo' darsi che un'idea abbia colpito piu' persone contemporaneamente?

Continuai a leggere libri, inclusi quelli su Sai Baba. Crebbe il mio interessamento per Lui, finche' desiderai avvicinarmi di piu'. Scrissi all'organizzazione di Prashanti Nilayam - il Suo ashram11 principale, in India - chiedendo l'indirizzo di un eventuale gruppo romano di devoti. Non ricevetti mai risposta, ma dopo qualche settimana dall'invio della mia lettera, Barbara – la moglie del mio amico Lucio, che sapeva del mio interesse per Sai Baba - mentre tornavamo in pullman da una settimana bianca, assieme ai rispettivi familiari, mi disse: <<Abbiamo conosciuto la sorella di un nostro conoscente, che e' stata da Sai Baba>>

Mi feci mettere in contatto con lei, che mi racconto' le sue esperienze, mi mostro’ un anello materializzato da Sai Baba per lei, mi presto' delle audio cassette di bhajans (canti devozionali), praticati dai devoti di Sai Baba e mi dette l'indirizzo del principale centro Sai Baba di Roma, a Trastevere. Ci andai due o tre volte, comprai dei libri, ottenni delle bustine di Vibhuti 12. Ascoltai anche i bhajans, ma mi lasciarono indifferente, cosi' non ci tornai piu', anche perche' era abbastanza lontano dalla mia zona.





Il Guru arriva

Cominciai a parlare di andare in India a trovare Sai Baba, che, diversamente dal Maharishi Mahesh, si lascia vedere regolarmente dai suoi discepoli (detti comunemente “devoti”). La cosa, pero' restava piuttosto teorica, perche' mia moglie non era portata per questi interessi, anzi aveva impiegato vari anni per accettare l'idea che io meditassi mattina e sera. Pero' in qualche modo le piaceva l'idea che io meditassi e, mentre io ero restio a parlarne di mia iniziativa, lei sollevava facilmente l'argomento durante incontri con amici e conoscenti. Intanto talora sentivo come il mio corpo fosse pesante: mi sembrava un vincolo che mi impediva di volare liberamente come avrei voluto, un impaccio da sopportare. Certi amici, che sapevano che io praticavo la MT, e se ne erano informati da me e l'avevano intrapresa anche loro, non sapevano che io conoscessi Sai Baba. Dissero un giorno che volevano andare in India a vederlo. Questo fu l'aggancio per me per accompagnarmi a loro, senza trovare obbiezioni da parte di mia moglie. Cosi' nell'agosto del 1997 andammo a Prashanti Nilayam – che, in sanscrito, significa: la “Dimora della suprema pace” – l’ashram principale dove vive Sai Baba nel Suo paesino natale di Puttaparthi – Andhra Pradesh – al centro dell’India meridionale. A proposito di Puttaparthi, c’e’ uno strano gioco di parole in inglese, che per “combinazione” ci ricorda la base della crescita e realizzazione spirituale: Puttaparthi = “put apart the I” (metti da parte l’ego).

Il viaggio fu pesantissimo: alla partenza i dirigenti del centro Sai Baba romano ci affidarono, a sorpresa all’aeroporto, alcuni scatoloni di pasta, da portare alla mensa dell’ashram; gli scatoloni erano numerosi e pesanti. Il viaggio aereo fu lunghissimo, comprendendo uno scalo in medio oriente ed uno a Bombay. A Bombay ci investi’ un caldo umido opprimente ed una folla di venditori, portabagagli improvvisati, mendicanti, conducenti di taxi e di motoriksho (motocarrozzette realizzati con vetturette tipo Ape) tutti in cerca petulante di clienti occidentali. A Bombay – oggi rinominata “Mumbai” – occorre spostarsi dall’aeroporto internazionale al nazionale ed attendere circa sette ore per il volo interno verso Bangalore: la citta’ piu’ “vicina” a Puttaparthi. Quando finalmente concludemmo il viaggio aereo a Bangalore prendemmo due taxi per percorrere gli ultimi 160 km. In India i taxi costavano poco rispetto all’occidente – circa venti Euro l’uno, per il percorso menzionato – e sono un’alternativa piu’ comoda e pulita rispetto agli autobus. I taxi erano per lo piu’ realizzati con delle macchine diesel, di progettazione anni 1950 ca, della Ashok Leyland, su licenza britannica.

Comunque – per chi non ci e’ mai stato – risultano un’avventura, sia per le condizioni delle strade, sia per lo stato delle auto, sia soprattutto per il modo di guidare degli autisti: immaginate un misto tra un autista napoletano ed uno di quei giovani scandinavi che si sfidano a guidare uno contro l’altro, per vedere chi si scansa per ultimo. Infatti le strade, oltre che spesso ingombre di ogni genere di animali, erano – uso il passato perche’ sul tragitto interessato la situazione sta migliorando di anno in anno, ma il discorso vale per tante altre zone dell’India - in certi tratti piu’ periferici, asfaltate solo per una stretta striscia centrale, con ampie banchine laterali sterrate. Quando non ci sono altri veicoli il taxi viaggia al centro, ma quando si avvicina un altro mezzo in senso inverso, ognuno dei due cerca di mantenersi piu’ a lungo possibile sull’asfalto, per evitare di rallentare e consumare le esili gomme troppo a lungo; sicche’ ci si vede arrivare un veicolo – talora un autocarro – in un apparente scontro frontale, che viene evitato solo con una manovra dell’ultimo momento. Per fortuna quei taxi non consentono velocita’ superiori ai 60 chilometri l’ora. Cio’ significa che per percorrere i 160 chilometri si impiegano almeno tre ore e mezza, anche perche’ i conducenti si fermano a meta’ strada presso un baretto per fare una sosta, con consumazione offerta dal proprietario, che spera cosi’ di attirare anche i passeggeri.

Per completare l’avventura subimmo due forature dei vecchi pneumatici piuttosto lisci, risolte solo grazie alla presenza di due taxi; infatti, dopo aver cambiato la ruota la prima volta, eravamo senza scorta alla seconda foratura: il secondo taxi ci salvo’ andando per noi a far riparare la ruota di scorta presso un vicino borgo. In tutto un viaggio del genere richiede almeno ventiquattro ore, ma nonostante le peripezie, lo tollerammo abbastanza bene. Il clima in quell’area e’ quasi sempre caldo umido, simile al nostro agosto, salvo nel mese di gennaio, in cui rinfresca un po’ e in aprile-maggio, che e’ il periodo piu’ caldo. Finalmente arrivammo a Puttaparthi: il paese natale di Sai Baba. Il paese e’ fuori dagli itinerari e strade principali ed un tempo non c’era neppure una strada camionabile per arrivarci; poi si e’ sviluppato parecchio, sia con negozi di prodotti artigianali, sia con piccoli residence, che affittano camere.

L’ashram e’ molto grande ed ha un’ottima ricettivita’: puo’ ospitare al suo interno molte migliaia di persone, grazie alle decine di palazzine costruite per lo scopo, contenenti stanze per lo piu’ con bagno. Ci sono anche dei capannoni, dove si dorme tutti insieme, su materassi o sacchi a pelo propri. Le camere sono condivise da due o piu’ persone – fino a sei – in base alle scelte dell’organizzazione ed all’affollamento dell’ashram. La pulizia e’ affidata agli occupanti, che devono usare biancheria da letto e da bagno propria. Se gli occupanti della stanza sono piu’ di due, i rimanenti devono anche noleggiare brande ed acquistare materassi. Le finestre sono difese da grate – contro l’accesso delle scimmie, che popolano la zona – e da zanzariere, contro gli insetti, ma e’ bene usare anche degli emanatori. Nei bagni non c’e’ lo scaldabagno, ma l’acqua e’ riscaldata dal sole nei serbatoi anneriti, posti sui terrazzi. Il soggiorno all’interno dell’ashram e’ consigliabile per la maggior tranquillita’: fuori regna la confusione, come in tutta l’India: chiasso, auto che suonano il clacson, mendicanti e venditori che inseguono gli occidentali. Nell’ashram invece non sono ammessi venditori, mendicanti, auto – salvo i taxi, e solo per caricare e scaricare i passeggeri – e comunque e’ vietato suonare il clacson: e’ come stare in due mondi diversi.

Chi non trovasse posto nell’ashram, o preferisse un comfort maggiore (scaldabagno, maggior pulizia, minore affollamento, potendo stare in camera da soli o con persone di nostra scelta), puo’ dormire in alberghetti del paese, che costano 3-4 volte di piu’, ma sempre economici per noi. C’e’ un servizio di lavanderia a domicilio, che lava qualsiasi pezzo, in 24 ore, ad un prezzo fisso di due/tre rupie. Ci sono tre mense: una indiana spartana, una indiana piu’ ricercata ed una occidentale. C’e’ poi uno spaccio sia di prodotti alimentari che di generi vari. Tutto e’ servito e mantenuto da volontari13 ed i prezzi sono bassissimi, inferiori al gia’ basso costo della vita indiano. Una stanza con bagno, ad esempio, costa due Euro al giorno, da dividere tra gli occupanti; un pasto alla mensa occidentale costa meno di due Euro. I prezzi per le alternative piu’ semplici (capannoni, mensa indiana) sono assai minori. Nessun’altra forma di versamento o donazione viene richiesta, ma solo accettata e, se proprio lo si vuol fare, occorre mettersi in fila per un versamento in banca, a favore delle opere di Baba. D’altra parte Sai Baba dice che tutti quelli che arrivano da Lui sono stati da Lui stesso invitati (senza che loro se ne rendessero conto); vi sono aneddoti su persone che volevano andare da Lui e che non ci sono riuscite, persino qualcuno che arrivo’ fino alle porte dell’ashram e che fu poi impossibilitato ad entrarvi; dunque, diversamente dall’approccio del Maharishi, non c’e’ ragione di prevedere dei “filtri” economici all’accesso dei devoti.

Nell’ashram c’e’ anche un negozio di libri su Sai Baba, uno sportello bancario per il cambio di valute, un ufficio postale telefonico, un museo delle religioni e delle sale per conferenze. Il cuore dell’ashram e’ la “Sai Kulwant Hall”: un grande porticato affiancato ad un piccolo tempio. Sotto il porticato si svolge usualmente – due volte al giorno – il darshan di Baba: un’udienza generale, nel corso della quale Egli passa in mezzo ai devoti, seduti in terra in file ordinate, prende le lettere - che ognuno cerca di consegnargli, con i propri problemi e richieste di aiuto – scambia qualche parola con alcuni, materializza la vibhuti ed eventualmente invita qualcuno ad una “interview” 14. Accanto alla Sai Kulwant Hall c’e’ la casa di Sai Baba e l’auditorium Poornachandra: una grande sala, capace – come la Sai Kulwant Hall – di circa 20.000 persone, con un palcoscenico, dove si tengono degli spettacoli, in occasione di particolari festivita’. All’esterno dell’ashram ci sono: le scuole di Sai Baba – dalle elementari all’universita’ – gratuite per tutti gli studenti indiani meritevoli, un ospedale generale ed uno specialistico – anch’essi gratuiti - uno stadio per lo sport degli studenti, un planetario e persino un piccolo aeroporto.

La vita nell’ashram segue un programma giornaliero che prevede: sveglia attorno alle quattro, raduno sul piazzale vicino al tempio e canto dei ventuno OM. I devoti si dispongono seduti in terra in file parallele (per lo piu’ si usano dei sedili portatili, imbottiti con schienale). Il primo devoto di ogni fila estrae un numero da un sacchetto – tipo tombola – che indica il turno col quale quella fila entrera’ poi nella Sai Kulwant Hall. Questo viene fatto per evitare che i devoti facciano a gara recandosi sempre piu’ presto in fila, per entrare per primi e guadagnare i posti prossimi ai corridoi dove passa Sai Baba, perdendo troppo sonno. Mentre i devoti aspettano nel piazzale due processioni si snodano lungo i vialetti dell’ashram: una di uomini ed una di donne, che cantano dei bhajans. Poi si entra nella sala del darshan. In attesa dell’arrivo del Maestro, una donna canta un canto di invito al Suo risveglio simbolico – in realta’ Sai Baba non dorme mai – poi un gruppetto di pandits (studiosi dei Veda, le antiche scritture indu’) gira attorno all’isolato, cantando dei mantra vedici. Infine arriva Sai baba e da’ il Suo darshan. Mentre Baba si intrattiene con le persone invitate all’interview, si va a fare colazione, oppure a meditare nel tempio. Verso le nove si torna nella Sai Kulwant Hall per il canto dei bhajans. Alle dieci c’e’ una conferenza in inglese offerta in una saletta da un devoto anziano di Baba, che parla delle sue esperienze, o di un insegnamento di Baba. Dopo pranzo si ritorna a fare le file per il darshan pomeridiano, seguito o integrato con i bhajans.

Salvo in caso di feste religiose – indu’, cristiane, buddiste, ecc, in cui ci sono processioni, rappresentazioni, addobbi e discorsi di Sai Baba - l’attivita’ e’ sempre la stessa tutti i giorni, il che comporterebbe - da un punto di vista razionale - una gran noia; tuttavia c’e’ qualcosa di imponderabile, che attrae milioni di persone a soggiornare li’ per almeno 2 – 3 settimane ogni anno e vi sono devoti che trascorrono presso Baba anche vari mesi.

Dato il clima, ci si veste in cotone leggero: gli uomini preferibilmente di bianco, le donne dei colori che vogliono. L’abbigliamento e’ contraddistinto da qualche stranezza: la maggior parte degli uomini stranieri indossa un punjabi – cosi’ detto perche’ usato nel Punjab, e’ un completo di pantaloni e camicia larghi, tipo pigiama; i pantaloni sono stretti in vita mediante un laccio che scorre in un cannello; la camicia a casacca, con apertura parziale al collo senza colletto, ha taglio e decorazioni tipicamente indiane, si indossa fuori dei calzoni ed arriva in genere quasi alle ginocchia – per umoristico contrasto gli indiani preferiscono vestirsi con camicia e pantaloni di foggia occidentale; perfino gli inservienti diretti di Sai Baba vestono cosi’. Fanno eccezione solo gli indiani poveri o tradizionalisti, che, in luogo dei pantaloni, indossano il dothi15. Ci sono alcuni rari occidentali che copiano gli indiani anche nell’uso del dothi. Le donne indiane sono piu’ legate alla tradizione ed indossano il sari o il punjabi e le straniere le imitano.

A Prashanti Nilayam vidi finalmente Sai Baba: si concretizzava il mio desiderio di incontrare l’incarnazione di Dio, invidiata da piccolo ai contemporanei di Gesu’. Non ci accadde nulla di materialmente vistoso, come puo' avvenire a tanti, che possono ricevere guarigioni od oggetti materializzati; io desideravo una medaglietta con l’immagine di Sai Baba, da appendere alla catenina che ho al collo; non l’ebbi, pero’ il mio desiderio si sarebbe avverato per una via diversa. Noi non fummo neppure ricevuti privatamente da Sai Baba, come tanti sperano, ma ebbi delle risposte e, soprattutto, qualcosa cambio’ in me. All'inizio la stessa vista del Maestro mi lascio' un po’ deluso. Sai Baba e' piccolo – un metro e cinquanta – non piu’ bello. Durante le Sue apparizioni pubbliche parla pochissimo con le persone e, se mai, dice semplici frasi in inglese, quali:

<<Where from?>> (di dove sei?)

<<How many?>> (quanti siete, nel vostro gruppo?)

<<Wait, wait, wait>> (aspetta, aspetta)

<<Go!>> (vai, andate alla stanza per l'interview: l’udienza privata)

Si direbbe che lo faccia a posta per evitare qualsiasi illazione su ipotetiche doti “magnetiche” che possano affascinare un inesperto visitatore. Nonostante cio', e nonostante la distanza da percorrere per raggiungerlo, le scomodita' connesse, la lingua in cui vengono cantati i bhajans - prevalentemente sanscrito, ma anche hindi, o telegu - pian piano, si sviluppo’ in me un'attrazione sottile per Lui, che crebbe ancor di piu' nei mesi successivi, fino a portarmi a pensare a Lui ed a rammentare i bhajans per buona parte del giorno. Ebbi la certezza che l'attesa del “mio Guru” fosse finita.

Baba, nei Suoi discorsi parla la Sua lingua natale – il telegu – con traduzione alternata in inglese, ma padroneggia tutte le lingue: i devoti che non sanno l’inglese e si sono trovati a parlarGli senza aiuti testimoniano di averLo sentito parlare nella loro lingua e persino nel loro dialetto. Baba insegna l’Advaita Vedanta – il principio dell’Unita’: tutto e’ Uno, e’ Dio che si manifesta in miliardi di modi, ma E’ essenzialmente unico. Da un punto di vista morale Baba insegna l’Amore per Dio e per il prossimo ed il Servizio disinteressato. E’ un approccio assimilabile al Bakti Yoga, ma non ne fa un credo diverso; al contrario, onora e valorizza tutte le religioni, che sono ricordate nel Suo stemma: il “Sarvadharma”. Sai Baba insegna ad essere buoni seguaci della propria religione ed ha realizzato anche un bel museo di tutte le religioni, all’interno del Suo ashram di Prashanti Nilayam. Presso di Lui e’ gia’ realizzato l’ecumenismo totale, senza alcuno sforzo: un devoto di Baba non si pone il problema di quale nazionalita’, razza o religione sia chi gli siede accanto o dorme nella sua stessa stanza. Cristiani, indu’, mussulmani, buddisti, lamaisti, ebrei, scintoisti, ecc sono tutti fratelli, perche’ tutte le religioni sono buone strade per riportarci alla coscienza dell’unico Dio. Egli e’ senza forma, ma gli uomini Lo immaginano con infinite forme, nomi ed attributi; e’ inconoscibile dalla ragione umana e quindi e’ sciocco disputare su di Lui. Baba dice anche che non e’ necessario recarsi da Lui fisicamente, ma finche’ i devoti non superano l’attrazione per la Sua forma fisica continuano a farlo.

Oltre agli aspetti spirituali, Baba cura molto gli interventi umanitari; ha realizzato scuole, case per i poveri, acquedotti; tutto senza chiedere soldi a nessuno, ma solo con donazioni spontanee. Dal punto di vista delle pratiche spirituali, Sai Baba ne insegna due fondamentali: la partecipazione ai canti devozionali ed il servizio disinteressato. C’e’ anche un tipo di meditazione che viene suggerita nell’ambiente, ancorche’ non rivendicata da Baba come l’unica valida: la “Meditazione della Luce” 16

Dopo aver mangiato vegetariano per la durata della permanenza a Prashanti Nilayam – come tanti altri maestri spirituali, Baba sconsiglia l’assunzione di carne e pesce, per chi vuole avanzare spiritualmente e nell’ashram si servono solo pasti vegetariani - sentii di continuare ad evitare la carne anche in Italia. Era gia' qualche anno che istintivamente evitavo di mangiare la carne di manzo e preferivo quella di pollo: decisi di chiudere del tutto. Non si trattava di una scelta religiosa o filosofica forzata, ma di preferenza di gusti, maturata spontaneamente a seguito di quella prima visita.

Circa un anno prima di recarmi a Prashanti Nilayam avevo iniziato a scrivere un libro: la "Biografia Ignota di Gesu'" 17, una ricostruzione storico-bibliografica della vita di Gesu', con particolare riguardo per gli aspetti ed i periodi trascurati dai Vangeli. In tale lavoro mi ero avvalso di vari testi, molti dei quali incontrati durante le mie letture sull'oriente. Tra questo materiale c'era anche una fotografia di Gesu' materializzata da Sai Baba nella macchina fotografica di una devota Argentina. La foto era disponibile su una videocassetta e sulla copertina di un libro. Io volevo inserirla nel mio libro, ma la qualita' della riproduzione ottenibile da tali fonti non era un gran che. Inoltre pensavo di dover controllare se c’era un copyright. Cosi' scrissi una – terza - lettera all'organizzazione editoriale di Prashanti Nilayam, chiedendo sia se mi era permesso pubblicare la foto nel mio libro, sia se potevo averne una copia migliore.

Anche stavolta non ebbi risposta. Quando arrivai a Prashanti Nilayam mi recai di persona all'ufficio “Sri Sathia Sai Books and Publication Thrust”. Esordii dicendo al direttore: <<Come Lei sa, c'e' una foto di Gesu', materializzata da Sai Baba>>; con mia sorpresa, il direttore nego' di saperne alcunche'. Cosi' me ne andai perplesso: evidentemente non aveva senso chiedere permessi di pubblicazione per una foto che l'organizzazione ignorava, ma non avevo potuto ottenere una buona copia. Andai allora in giro per tutti i negozietti di Puttaparthi - il paese natale di Sai Baba, in cui si colloca Prashanthi Nilayam - cercando e chiedendo della foto, ma senza successo: sembrava che nessuno la conoscesse.

Dormivo in una camera assieme ad un ragazzo - che faceva parte della famiglia di amici con cui ero andato li' - ed altri due signori: un inglese ed un indiano residente in Inghilterra. Tornando in camera dopo le mie ricerche fui stupito di vedere sul letto di Peter - il mio compagno inglese di camera - proprio la foto tanto cercata. Lui era in giro in quel momento e, quando lo vidi, mi affrettai a chiedergli dove l'avesse trovata: mi disse di averla avuta da una signora in Inghilterra: se volevo potevo dargli il mio indirizzo e me ne avrebbe mandata una copia al suo ritorno a casa. Mi sentii gia' appagato di quella “combinazione”. Ma le cose non dovevano finire li': uno o due giorni dopo Peter mi si presento' con la foto per me: l'aveva trovata in uno di quei negozietti da me frugati invano. Evviva avevo gia' quel che cercavo. Ma non era ancora finita: qualche giorno dopo, i miei amici, parlando della cosa con altri italiani, si sentirono dire che un ragazzo, Massimiliano, aveva trovato un foto molto bella dello stesso soggetto. Contattai Massimiliano e, dopo vari contrattempi, riuscii finalmente a vedere la foto e confrontarla con la mia: era piu' grande e di qualita' molto migliore; a paragone la mia, che gia' mi sembrava buona, risultava deludente. Cosi' mi accordai con Massimiliano - che era di Roma come me - per avere una copia della sua foto, che egli si riprometteva di far fare a Roma. Cosa che poi avvenne.


la foto di Gesù

la foto di Gesù



L’Addio e le lettere

Sempre a Prashanti Nilayam anch'io feci come tanti altri: preparai una lettera da consegnare a Sai Baba. Egli usa raccoglierle durante le sue udienze generali – Darshan18 - mentre passa tra i devoti. Nella mia lettera avevo chiesto un intervento a favore di mia moglie, ormai ammalata di tumore al seno da molti anni. Nella busta avevo messo una foto di tutta la famiglia ed una specifica di Daniela. Per molti giorni avevo portato con me la lettera ed atteso l'occasione di offrirla a Sai Baba. Egli era passato anche un paio di volte alla mia portata, ma non aveva preso la mia lettera.

Un giorno riguardando le foto mi soffermai a notare che la foto singola di Daniela non mi piaceva: era piu' recente dell'altra e la mostrava sofferente; pensai che avrei voluto non solo che fosse guarita, ma che fosse anche tornata bella come prima - Sai Baba dice di chiedere il massimo - cosi' tolsi dalla busta la foto singola, lasciandoci solo quella di gruppo. Quel giorno stesso Sai Baba passo' vicino a me e prese la mia lettera. Nel vedergliela prendere fui contento, ma - in quel preciso momento - ebbi come un brivido: e se quella combinazione: i “rifiuti” precedenti e l'accoglienza della busta “depurata” della foto individuale di Daniela avessero voluto indicare che non c'era possibilita' di “intervento” per Daniela? Purtroppo i fatti finirono per confermare il mio sospetto.

Daniela si aggravo' nel dicembre del 1997 e, nel giro di 15 giorni, esauri' le sue energie e ci lascio'. Sai Baba non l'aveva salvata, ma la sua fine fu accompagnata da tutta la famiglia e confortata dal nostro parroco, che - senza che nessuno di noi l'avesse avvertito dell'epilogo imminente, a noi stessi ignoto fino all'ultimo - venne a trovarla ed assisterla nell'ultima ora. Effettivamente era ridiventata giovane e bella, ma nell'Aldilà. Grazie alla MT ed all’assistenza di Baba, potei reagire con accettazione alla separazione da Daniela. Il giorno dopo, guardando nel suo comodino, trovammo un libricino di appunti, di cui ignoravamo l'esistenza. Conteneva delle trascrizioni fatte da Daniela riguardanti pensieri, ripresi presumibilmente da letture che l'avevano attratta. Tra di essi fummo colpiti da una sorta di lettera, che appariva come scritta da un defunto e che rassicurava i suoi cari sulla sua condizione di pace e serenita':

Se tu sapessi il mistero immenso del cielo dove vivo,
Se tu potessi vedere e sentire quello che io sento e vedo
in questi orizzonti senza fine e in questa luce che tutto investe e penetra,
Tu non piangeresti se mi ami.

Molti anni dopo scoprii che era uno scritto di S.Agostino. Era come se Daniela ci avesse voluto confortare. Ne fummo un po' impressionati e rasserenati.

Dopo qualche giorno una nostra amica, Adia, una lettera, che presumevo di condoglianze. Quando l'aprii mi resi conto che si trattava di qualcosa di diverso: era una lettera di Daniela per me. Telefonai ad Adia e scoprii che, a nostra insaputa, la nostra amica era dotata da anni di facolta' medianiche, che la portavano improvvisamente a stendere dei messaggi in scrittura ispirata, provenienti da persone defunte, talora sconosciute. Adia il giorno stesso della morte di Daniela aveva sentito l'impulso a scrivere e si era ritrovata quel messaggio, che mi aveva poi inviato per posta, non senza una certa titubanza, conscia che molte persone non accettano facilmente cose del genere. Daniela, nella lettera, ci rassicurava nuovamente sulla sua condizione di liberta' e felicita', accennava al fatto di essere stata accolta, al momento del trapasso, dai suoi genitori defunti, da sua nonna e dal suo angelo custode. Ci raccomandava di non rattristarci: avrebbe trascorso un periodo di “riposo” e poi forse sarebbe tornata a scriverci; aggiungeva alcune considerazioni familiari, che ci davano confidenza sull'autenticita' del messaggio. Per me questa seconda e piu' personale lettera fu un'importante conferma della prima e della mia fiducia sulla sorte di Daniela.

Quell'evento inauguro' una nuova era nella mia conoscenza del paranormale: da allora si sussegui' una serie di incontri spontanei con sensitivi, medium, astrologi, cartomanti, etc. che io non avevo mai cercato ed anzi avevo considerato con diffidenza nel periodo precedente della mia vita. Li incontrai tutti “casualmente”, senza cercarli; erano persone che non svolgevano quelle attivita’ per lucro, ma avevano delle doti spontanee. Non ho mai pagato uno di essi che avesse una tariffa per predire qualcosa. Essi mi divennero ed ebbi una serie di coincidenze ed esperienze inusuali19, al punto che anch'io avrei finito per sviluppare capacita' sensitive. A differenza di molte persone colpite da un lutto, non ho cercato conforto o contatti con tali mezzi, ma le cose sono accadute da se, o’, semmai, come conseguenza di una ricerca mossa da altre motivazioni.

L'ultimo anno di malattia di Daniela si era dimostrato per me pesante: ero povero di energie, dimagrito circa 5 chili, avevo difficolta' digestive ed in ultimo mi sentivo male nel soggiornare e dormire nella nostra camera da letto. Dopo la morte di mia moglie sentii il bisogno di dormire altrove o di cambiare i materassi e le coperte; mi sembrava che le sofferenze si fossero come attaccate alle suppellettili della stanza e continuassero ad emettere vibrazioni nocive alla mia salute. I miei figli non solo non lo credevano, ma, equivocando, rigettavano l'idea come “offensiva”. Mia cugina MG – a cui mi rivolsi perche’ anch’essa vicina ad interessi spirituali - capi' il problema, chiese consiglio ad un'amica piu' evoluta e mi fece sapere che era bene cambiare i materassi e purificare l'ambiente con incenso, candele e preghiere.

In quel periodo cominciai ad avere altre sensazioni paranormali: ad esempio nel passare vicino al contenitore della posta che raccoglieva, nel corridoio dell'ufficio, le buste indirizzate a tutto il reparto, percepivo la presenza di qualche missiva per me e in genere la trovavo effettivamente. Questo fenomeno continuo' nel tempo, in buona misura, anche dopo il mio pensionamento, con la posta di casa: anche li' le stampe di tutto il palazzo venivano lasciate tutte insieme su un mobiletto ed io ero attratto a vedere se c'era qualcosa per me o la mia famiglia quando era effettivamente presente qualche busta.

O., un’amica di famiglia, mi disse che sua cugina Annina ed il marito Enzone erano dei medium e partecipavano a delle riunioni chiamate “cenacoli” e me ne dette il recapito. Telefonai e mi accolsero amichevolmente. Parlammo dei temi della medianita’ e delle loro attivita’. Mi dissero che collaboravano con un gruppo di medium marchigiani e mi fornirono informazioni sui cenacoli, che si svolgono prevalentemente vicino ad Ancona. Finii per concordare di incontrarci e mi prenotai per un evento che – senza che me ne rendessi conto al momento dell’iscrizione - sarebbe stato molto interessante e significativo per la mia vita.





In India con Giorgia

Giorgia - mia figlia, allora di 16 anni - aveva gia' espresso interesse per l'India e Sai Baba l'anno precedente, quando io c'ero andato per la prima volta. In quella occasione io avevo accantonato la sua richiesta, che mi sembrava un po' affrettata, supportato in questo da mia moglie, che era ancora tra noi. Nel 1998 Sai Baba aveva sviluppato vieppiu' la sua attrazione nei miei confronti. Avevo frequentato con assiduita' il centro romano dei devoti di Baba in via Arno ed in macchina ascoltavo continuamente le cassette di bhajans, che prima mi annoiavano soltanto, abbandonando l'ascolto del radiogiornale, che era stato una delle mie principali fonti di aggiornamento e distrazione durante i miei spostamenti. Cosi', quando i miei amici si dissero orientati a tornare a visitare Sai Baba, io mi associai prontamente, programmando anche la venuta di Giorgia. Avevo anche annotato in una lettera i miei pensieri e domande per Sai Baba, per poterle esporre con calma e completezza; oltre ad altre cose piu' importanti chiedevo: 1) Se dovevo continuare a praticare la Meditazione Trascendentale. 2) Cosa fare del mio libro sulla vita di Gesu', che era iniziato sotto auspici sorprendentemente buoni , ma si era poi arenato al momento della sua tentata pubblicazione su carta. Il libro era corretto? 3) Dato che - dalla morte di mia moglie - avevo perso parte dell'entusiasmo che avevo sempre avuto per il lavoro, se fosse il caso che andassi in pensione - avevo 57 anni e 38 di contribuzione INPS - per dedicarmi a qualche servizio che Baba avesse voluto indicarmi.

Partimmo da Roma il 19 agosto. Giorgia, nonostante la sua scarsa preparazione sull'argomento, si trovo' bene, inserendosi senza difficolta' nell'attivita' dell'Ashram, incluso lo svolgimento di servizi volontari nella mensa occidentale. Facevamo parte di un gruppo di 10 italiani. All'interno della mensa, come in altri punti dell'Ashram, viene esposto il “pensiero del giorno”, tratto da scritti o discorsi di Sai Baba. Il 23/8 ne vidi uno che recitava: “Il mago e' Dio, egli e' dotato di innumerevoli attributi propizi”.


Lavagna col pensiero del giorno di Sai Baba, a Prashanti Nilayam

Lavagna col pensiero del giorno di Sai Baba, a Prashanti Nilayam

Quel pensiero mi lascio' perplesso: come sarebbe che il mago - una persona cosi' modesta, a confronto di Sai Baba - possa essere Dio? D'altra parte lo stesso Baba dice che tutti siamo Dio... Accantonai il pensiero, classificandolo tra quelli meno belli ed utili. Lo stesso giorno busso' alla porta della nostra stanza Edo, un devoto di 35 anni, che avevamo incontrato all'aeroporto di Bombay e abitava nel nostro stesso edificio. Continuando la nostra conoscenza, gli chiesi: <<Che lavoro fai?>> <<Il massaggiatore>> rispose. Salutai la notizia con favore, dato che soffrivo da qualche settimana di un dolore alla spalla, che avevo cercato di curare invano con la pranoterapia. Cosi' gli chiesi aiuto e lui si applico' subito sulla mia schiena, ma, anziche' concentrarsi sulla spalla, mi disse: <<Sento qualcosa di negativo, collegato alla tua casa>>; poi preciso': <<Dove essere successo qualcosa di pesante a casa tua>>; dissi: <<Si,e’ morta mia moglie>> <<Hai assorbito delle energie negative, sei salvo per miracolo>>. Non volle aggiungere altro e suggeri' che al nostro ritorno, finissi di “ripulire” la camera - cosa che avevo gia' fatto, con preghiere tradizionali cattoliche - con il canto del Mantra OM 20 ad alta voce, una candela bianca e l'incenso; disse: <<l'OM pulisce tutte le vibrazioni negative>>. Successivamente mi assicuro' che al mio ritorno tutto sarebbe stato OK. Disse anche: <<Hai bisogno di una donna>>. Restai molto colpito dalle informazioni fornite dal massaggiatore-sensitivo, che nulla sapeva dei nostri trascorsi. Egli era noto in tutto il nostro gruppo perche' parlava parecchio delle sue capacita' ed un altro ragazzo lo soprannominava “mago G”.. A pranzo ripassando davanti alla lavagna col pensiero del giorno vi colsi una convalida delle indicazioni ricevute e mi sembro' che Sai Baba si fosse servito del nostro conoscente per fornirmi quel messaggio (il mago e' Dio, o almeno ha detto cose ispirate e vere). Mi annotai il testo completo, che continuava: "The Maharishis formed a name on the basis of each attribute and a form on the basis of each name. They attained realization meditating on those forms. Making the Attributeless attributefull and the Formless formfull" (SSS Sandaha Nivarini)21. Questa seconda parte non sembrava rispondere all'altra mia domanda sull'opportunita' di proseguire con la tecnica del Maharishi?

Pochi giorni dopo mi fu presentato un altro sensitivo: Enzo Farina, un uomo piu' giovane di me, piccolino, con pochi capelli, sopracciglia folte, la punta del naso prominente ed un po’ all’insu’; e’ sempre sorridente e piu’ maturo del precedente in tutti i sensi. Egli aveva scritto una sua autobiografia 22, in cui descrive la sua infanzia siciliana assai difficile ed il suo abbandono del lavoro di bancario, per trasferirsi a Roma - senza alcun appoggio - e dedicarsi alla sua vocazione di sensitivo, al servizio degli altri. Inizialmente ammiratore di Yogananda, era poi diventato come me devoto di Sai Baba. Mi vendette il libro, con una sua dedica. Parlammo solo per pochi minuti del piu' e del meno. Il giorno dopo, camminando all’uscita del Darshan, mi avvicino' e domando':

<<Dove lavori?>>

indicai il nome della ditta

<<E' una compagnia?>>

<<Si, di sistemi elettronici professionali e per la difesa>>

.<<Allora vai in pensione il prossimo anno, mi hai detto?>>

<<Veramente io non l'ho detto, ma e' una delle domande che avevo preparato per Swami23>>

<<Si, andrai in pensione in autunno con una buonuscita. In autunno del '99 o anche di quest'anno. E tua moglie?>>

<<E' morta 8 mesi fa>>

<<Ti risposi?>>

<<No>>

Ci separammo; ormai avevo capito che anche questo “mago” era utilizzato da Sai Baba per darmi altre risposte attese, ma non le compresi subito tutte. Poi ci rivedemmo con piu' calma; nel frattempo avevo letto la dedica che mi aveva scritto sul suo libro; essa diceva: "Non aspettare i frutti delle tue azioni, arriveranno al momento giusto e cioe' quando Dio vorra'. Baba". La dedica era firmata "Baba" e probabilmente era tratta da un Suo "pensiero": la sentii come risposta alla mia seconda domanda sulla mia “Biografia ignota di Gesù”.

Cosi' gli spiegai tutto. Mi chiese di pensare un numero tra 1 e 10 e scrisse su un foglietto, mostrandomi il numero da me pensato e correttamente indovinato.

 Poi mi lesse la mano e disse:

<Lla linea della vita ha una frattura (nella mano sinistra), che indica la vedovanza, ma vivrai fino ad almeno 80 anni. Hai praticato lo Yoga in una vita precedente. Confermo che andrai in pensione in autunno. Pubblica il libro. Mangia meglio, vegetariano, bevi acqua oligominerale, bollita, calda al mattino, 1 ora prima di colazione. Hai mani da pranoterapeuta: pratica!>> (cosa che mi lascio' del tutto incredulo, ma si dimostro' valida circa un anno dopo)

<<Un anno dopo il pensionamento incontrerai una donna piu' giovane di te di circa 15 anni, con interessi spirituali, con la quale avrai un'amicizia...>> (anche questo si verifico')

<<Tra circa 6 anni andrai a vivere in campagna >>

Indovino' il numero e lesse la mano anche a Giorgia:

<<Hai la mano da artista>> (esatto, Giorgia ama disegnare)

L'informazione sull'esperienza yogica in una precedente vita confermava la mia sensazione spontanea di anni addietro. Altri dati sarebbero stati verificati successivamente. Intanto chiedevo mentalmente a Sai Baba di migliorare le mie qualita' affettive, di aprire il mio chakra del cuore. Quest’ultima richiesta mi sarebbe stata esaudita mesi dopo, ma mi fece anche scoprire cosa comportava.

Qualche giorno dopo, una signora conosciuta sommariamente da Giorgia le offri' due cucchiai di Amrita 24, che era andata a prendere a Mysore: una citta’ distante circa otto ore di macchina: un altro regalo di Baba. Ho poi riflettuto che e' stato assai meglio che se fossimo andati a prendere l'Amrita noi stessi, in quanto abbiamo avuto un segno di affetto particolare ed abbiamo preso l'Amrita non in base ad una nostra iniziativa, ma ad una scelta Sua.

Se dopo la prima visita avevo abbandonato la carne, stavolta abolii anche il pesce. Comprai anche un opuscolo in cui Sai Baba forniva dei suggerimenti sui cibi satvici e la loro preparazione; nel leggerlo mi sembro' che ci fossero moltissime esclusioni, tanto da rendere veramente difficile l'alimentazione ideale; ad esempio i cibi andavano mangiati crudi o quasi; i cibi amidacei erano considerati tamasici, cioe' da evitare. Pensai che si trattava di ideali da tenere presenti, ma senza troppe preoccupazioni: non bisogna comportarsi in un modo perche' ci viene detto, ma sapere cosa e' meglio ed occuparsi di evolvere, finche' quelle scelte divengano spontanee. In tal modo esse saranno stabili ed indolori; diversamente penso che si rischia di sforzarsi invano per poi ricadere nei vecchi atteggiamenti. In seguito - su sollecitazione altrui e per sincerarmi della scelta fatta - riprovai a mangiare di tanto in tanto carne o pesce, ma invariabilmente non mi piacevano piu’; e dire che da giovane mi piaceva molto la bistecca, il prosciutto, il piccione arrosto ed altre cose del genere.

Qualcosa di simile stava accadendo per i detersivi: se anni addietro avevo smesso l'uso del bagnoschiuma, ora abbandonai gradualmente altri prodotti: lasciai il dopobarba e le colonie, il cui profumo mi infastidiva, anziche’ piacermi; mi rinfrescavo il viso rasato semplicemente con la mano bagnata. Smisi di lavarmi il viso col sapone, e di usare sapone o altri detergenti anche per il corpo: preferivo massaggiarmi nella vasca da bagno senza niente, aumentando la frequenza dei bagni. Naturalmente uso ancora il sapone per lavarmi parti del corpo che si siano sporcate particolarmente, come le mani – dopo un lavoro manuale - o i piedi, quando uso i sandali d’estate. Ricordai che da piccolo ero rimasto colpito dal racconto delle le mie zie che parlavano del loro zio Ciccillo, che faceva lo stesso, contando ad alta voce le passate d'acqua che faceva sulle varie parti del suo corpo. La sensazione di apertura dei pori della pelle e di una migliore comunicazione con l'aria dell'ambiente si intensifico' in me. Era rimasto solo lo shampoo, ma abbandonai anche quello, a favore di un olio, trovato in erboristeria, che puliva i capelli, senza aggredire la cute. Una sera poi lessi una frase sul televisore, accanto all'orologio del segnale orario: "I pesci si lavano tutti i giorni, senza sapone" (una frase campata in aria, ma che sembrava approvare il mio comportamento ed io sono anche del segno dei Pesci). Avevo imparato anche un trucco culinario per minimizzare la cottura del riso: metterlo a bagno per almeno 25', prima di cuocerlo; in tal modo il riso si cuoce in 3' ca, anziche' i soliti 15 - 20, con minori perdite nutritive. L'opuscolo confermava anche un altro principio che avevo gia' letto sia nel primo “storico libro” sull'hata yoga, sia in un libro consigliatomi assai piu' recentemente “Nutrirsi di luce”: il principio era quello di concentrarsi sull'energia emanata dai cibi direttamente nella bocca, durante la masticazione; essa costituirebbe un buon contributo extra rispetto all'energia calorica, che la scienza attribuisce alle sostanza alimentari.


            Tornato in ufficio scoprii che un mio collega aveva un floppy disk dell’INPS, col quale si poteva valutare l’entita’ della propria pensione, in base ai dati personali e feci i miei calcoli: se fossi andato in pensione avrei percepito una pensione netta pari a circa il 90% del mio stipendio.

Nella seconda meta' di Ottobre, passando per un corridoio, sentii parlare due colleghi: si trattava di incentivi al prepensionamento. La direzione del personale aveva scritto una lettera alla organizzazioni sindacali, in cui offriva una disponibilita' ad incentivare chi desiderasse andare in pensione. Rammentai l'indicazione di Enzo e mi riproposi di perseguire la cosa, ma ero incerto se propormi da me, far sapere indirettamente che potevo essere interessato o attendere che mi invitassero. Dopo qualche giorno un funzionario della direzione del personale mi chiamo' per propormi il mio passaggio ad una nuova Divisione, nata per trattare certi programmi di difesa internazionali, di cui mi ero gia' occupato per anni. Risposi che anziche' trasferirmi ad un'altra Divisione ero interessato ad andare in pensione. Per farla breve, entro Novembre mi ritrovai pensionato, come predetto, con un incentivo che poteva contribuire a facilitare – insieme al ricavato di un appartamento – l’inizio di una vita indipendente per i miei figli. Con stupore constatai che – contrariamente a quanto avviene normalmente - dal momento del pensionamento non avevo piu’ alcun rimpianto per il lavoro ed il relativo ambiente, anzi nei mesi successivi vari colleghi mi cercarono per offrirmi del lavoro di consulenza, ma non esitai a declinare l’invito.

Piu' o meno in quegli anni constatai che la mia premonizione di vivere non molto oltre la soglia dei 60 anni era svanita: pensavo ora di vivere nettamente di piu'; era un fatto psicologicamente naturale: man mano che si invecchia allontaniamo la nostra data di morte? O era cambiato qualcosa nel mio Destino? 





Una seduta emozionante

Un venerdi' ai primi di Dicembre una mia cugina - che conosce e condivide i miei interessi spirituali - mi invito' a partecipare ad una riunione di un piccolo gruppo che faceva degli incontri spirituali, presso la signora Sara, che ha capacita' medianiche. Sara e’ una bella signora, piccolina, un po’ piu’ giovane di me. Mi accolse con molta affabilita', dicendomi a prima vista che ci dovevamo essere gia' incontrati, cosa che non ricordavo (tempo dopo si svelo’ l’arcano). Alla riunione erano presenti anche altre tre signore. Ci fu un breve colloquio, durante il quale Sara menziono', fra l'altro, che in ogni circostanza ad un osservatore distaccato puo' accadere di trovare degli aspetti comici. Io ascoltavo incuriosito e perplesso: non avevo mai partecipato ad una seduta medianica.

Poi la luce fu leggermente attenuata ed un candela fu accesa. Eravamo seduti in poltrona in salotto, senza toccarci, anzi abbastanza distanziati tra noi. In mezzo c'era un tavolinetto basso da salotto. Sara suggeri’ di toglierci gli orologi. Le signore presenti, ad eccezione di Sara, si erano tolte anche le scarpe. Io mi sarei tolto le scarpe volentieri, cosa che faccio spesso in riunioni spirituali, specie se di impostazione orientale. Neanche a farlo apposta - le coincidenze non esistono come combinazioni casuali, dice Sai Baba - scatto' la situazione tragicomica menzionata da Sara poco prima: mi resi conto di avere il classico pedalino bucato in corrispondenza dell'alluce sinistro. La cosa mi imbarazzava perche' la maggior parte delle signore presenti mi erano state appena presentate e non avevo ancora familiarita' con loro; stavo quindi un po' sulle spine e speravo che le mie scarpe - sebbene molto grosse e con la suola in gomma - passassero inosservate. Mia cugina invece disse: <<Paolo, hai la suola di gomma?>> L’avrei morsicata! Non ebbi il tempo di trovare una risposta - non sapevo che dire - che Sara mi salvo' con un intervento fulmineo, dicendo: <<Non c'e' nessun problema!>>, con un tono conclusivo, che non lasciava spazio per ulteriori discussioni sull'argomento: gran sospiro di sollievo e ringraziamento al cielo da parte mia. Mesi dopo avevo raggiunto maggiore confidenza con Sara e le raccontai l’episodio: ne ridemmo insieme e lei mi confido’ che aveva percepito il mio imbarazzo ed era intervenuta per mettermi a mio agio.

Chiudemmo gli occhi e Sara inizio' a parlare per conto di uno Spirito Guida. Parlava normalmente, solo con un volume vocale piu' basso del normale e senza perdere coscienza di se’. Ci fu un messaggio iniziale di contenuto generale simile a quelli che si leggono su molti libri, che riferiscono di riunioni del genere. Poi Sara ci chiese se avevamo domande da fare. Dopo un po' di esitazione una signora ruppe il ghiaccio, domandando suggerimenti sui suoi rapporti psicologici con suo marito. Segui' un'altra signora, che chiese cose analoghe nei confronti di due signorine a cui aveva affittato delle camere. Infine, dopo molta esitazione - non mi veniva in mente nulla di meritevole da chiedere - parlai io, facendo due prime domande: 1) chi era che interveniva 2) se poteva fornirmi chiarimenti su una questione archeologica. Mi fu risposto che a parlare per bocca di Sara era una Guida Spirituale, che non sapeva rispondere alla mia seconda domanda. Solo allora – stranamente data la recente perdita di mia moglie - mi venne in mente di chiedere se c'era qualche messaggio da parte di Daniela. Qui il messaggio divenne assai piu' preciso, emozionante e coinvolgente: mi fu detto che Daniela era in condizioni felici, ringraziava per le tante preghiere che l'avevano aiutata; era sempre con noi ed anche in quel momento era accanto a me, sulla mia destra ed appoggiava la sua mano sulla mia spalla sinistra, vicino al collo. Io ne fui molto emozionato, avrei voluto sfogarmi liberamente, piangendo e singhiozzando; mi trattenevo a fatica per la presenza dei vari convenuti, che fortunatamente stavano con gli occhi chiusi. Il lunedì successivo mi telefono' mia cugina, dicendomi che Sara, la sera stessa della nostra riunione, aveva ricevuto un messaggio di Daniela in scrittura ispirata; mi chiedeva come recapitarlo. Contattai Sara che me lo fece avere via fax. Il messaggio era molto affettuoso e grato per non esserci disperati, cio' aveva facilitato il suo distacco, confermando quanto detto durante la riunione; assicurava la sua continua presenza al nostro fianco, mi chiedeva di non dimenticarla, ma di vivere la mia vita in modo completo e di non fissarmi solo nel suo ricordo. Manteneva cosi' la promessa fatta con la prima lettera, che mi aveva mandato attraverso Adia, e la rinnovava: a Dio piacendo avrebbe scritto ancora.

In quel periodo mia nipote mi offri' di prestarmi il libro “Molte vite, un solo amore”25, che riteneva interessante per me: e' un saggio di uno psicologo americano e contiene informazioni che trovarono un terreno favorevole nella mia mente. Ne fui molto colpito. L'autore pratica la regressione ipnotica, guidando i pazienti ad esplorare le loro vite passate. Questo e' un argomento che avevo gia' studiato attraverso altri libri; in questo, pero', si parla di persone che hanno anche compreso di conoscere attualmente qualcuno che era gia' stato loro partner in vite precedenti. L'autore, inoltre, ha trovato che facendo sedute di gruppo, in cui i presenti si guardano negli occhi a coppie, scelte spontaneamente, talora si scoprono affinita' piu' o meno strette; questo fatto, sottovalutato al momento della lettura, si dovette poi rivelare per me profetico. Un altro messaggio spiega che, oltre al nostro mondo, ne esistono vari altri paralleli e coesistenti anche spazialmente, ma separati dalla frequenza vibratoria della materia/energia e percepibili mediante stati diversi di coscienza. Il tempo in essi scorre con velocita' diverse, inversamente proporzionali alla frequenza vibratoria, cosi' che nei mondi piu' elevati, la frequenza e' maggiore e il tempo scorre piu' lentamente: un anno li' equivale a vari anni nostri.

Scoprii anche la sensazione di energia che ci viene dal sole. Ero stato influenzato; si tratto' di una forma senza febbre, ma che mi aveva procurato una gran debolezza e la resipiscenza dei miei lati deboli, come la difficolta' digestiva, il mal di schiena, il freddo alle estremita', ecc.; stavo percio' istintivamente molto riguardato in casa, anche perche' il clima era freddo e coperto. Quando ebbi l'opportunita' di cogliere qualche raggio di sole attraverso una finestra aperta, percepii una netta sensazione di energia che rianimava il mio fisico debilitato. Ricordai allora come una simile ricerca di sostegno fosse stata fatta istintivamente anche da Daniela nella sua ultima settimana di vita e come si sentisse meglio esponendosi al sole all'interno della nostra camera, con la finestra spalancata.

Capii cosi' perche' alcuni popoli antichi possano aver conferito attributi divini al sole. E' da notare che io non ho mai amato di espormi al sole per abbronzarmi al mare, anzi sono noto nell'ambito familiare per stare sempre riparato sotto l'ombrellone. Ho trovato che il benessere derivabile dal sole si ottiene meglio se ci si concentra sul pensiero di ricevere la sua energia. Anche Sai Baba consiglia di utilizzare l’energia del sole. Io trovo molto vantaggioso - anzi necessario al mio benessere psicofisico – passeggiare quotidianamente o quasi in una villa di Roma, a passo svelto. Fortunatamente ho vicino casa Villa Ada, che ha una particolarita’: e’ recintata con un muro e quando vi si entra, al varcare della porta, si percepisce un’atmosfera nettamente diversa da quella cittadina ed assai piu’ positiva. Un altro modo di assorbire energia e’ quello di alzare le braccia sopra il capo, a forma di V, con le mani affacciate tra loro e visualizzare l’energia che penetra nella sommita’ del capo, come guidata dalle braccia che formano un imbuto e da una respirazione profonda. La cosa funziona meglio se si abbinano le due tecniche, cioe’ si fa il gesto delle braccia a V al sole. Se si e’ osservati da altre persone si puo’ fare un gesto piu’ contenuto, sollevando le braccia a V, ma tenendo gli avambracci piegati, con le mani dietro la testa, come quando ci si stiracchia, o si prende il sole sulla sdraio al mare. Una volta incamerata l’energia, la si puo’ anche distribuire ad altri, visualizzandone l’uscita da uno dei propri chakra. Mi sembra che questo possa trovare conferma in un passo della Bibbia26, in cui si descrive Mose’ che assiste Giosue’ nella battaglia contro gli amaleciti: se Mose’ teneva le mani in alto – probabilmente inviando energia ai suoi combattenti – Giosue’ vinceva; se si stancava ed abbassava le braccia, essi venivano soverchiati.

Da tempo si era determinato in me un atteggiamento di ascolto, che mi induce a fare certe attivita', sia per ispirazione interiore, sia per richiesta altrui. Non mi chiedo piu' quale vantaggio se ne possa trarre, semplicemente eseguo, come per un imperativo categorico (cosi' lo chiamava Kant).





La Consapevolezza intensiva di Osho

Una delle signore conosciute da Sara ci dette un depliant intitolato “Consapevolezza intensiva”: menzionava un corso di yoga del filone di Osho Rajineesh, a cui lei aveva gia' partecipato. In passato avevo letto vari libri di Osho e specialmente la serie “The book of the secrets”27; lo considero al top della esposizione teorica dello yoga, ma non avevo mai praticato alcuna tecnica sua (di impostazione piu' o meno tantrica). Avevo letto piu' volte che non era opportuno cambiare tecniche yoga, ma una volta scelta una era meglio attenersi ad essa; da qui la mia domanda in passato a Sai Baba.

Anche per questo avevo finito per non partecipare qualche settimana prima ad una meditazione di cui avevo saputo: si trattava di un corso di padre Ballester, un noto gesuita spagnolo, che ogni tanto viene a Roma per questo. Pur essendo invogliato dal fatto che vi avrebbero preso parte due coniugi amici, con cui avevamo parlato di meditazione e che si affacciavano appena ad essa, finii per non andarci. Quindi a livello razionale non avevo motivi per afferrare l'occasione della “Consapevolezza intensiva”, ma sentii una spinta interiore irrazionale ad andarci, quando mia figlia Laura - che aveva visto il depliant sulla mia scrivania - mi chiese se ci andavo. E' da rilevare che la stessa signora che ci aveva dato il depliant – e che in un primo tempo avrebbe dovuto venire per preparare da mangiare ai partecipanti - fini' per rinunciare; infine dato che gli iscritti erano pochi, fui informato che il corso si sarebbe tenuto nel week-end del 27 e 28 marzo 1999, in forma abbreviata ed in casa dell'istruttore. Nonostante tutto non ebbi esitazione a confermare la mia presenza. Stupito io stesso della attrattiva che sentivo, arrivai a pensare che Sai Baba avesse scelto quel mezzo per accontentare la mia passata richiesta di un salto di coscienza. Debbo dire che la mia sensazione che “qualcuno” mi stesse guidando li' fu pienamente confermata: non ebbi una vera “illuminazione”, ma maturai una nuova prospettiva, un vero salto, riguardo all'Amore.

Ma andiamo per ordine, cominciando col descrivere in cosa consisteva il corso e che si faceva. La tecnica base consisteva nel mettersi uno di fronte all'altro, a due a due; una persona deve chiedere all'altra: <<Dimmi: chi c'e' dentro?>>, intendendo dire <<Chi sei tu?>> ovvero <<Quale pensiero, sentimento o sensazione c'e' in questo momento in te?>>.

In essenza e' la famosa domanda di Ramana Maharishi 28: <<Chi sono io?>>, ma non rivolta a se stessi, bensi’ inserita in un contesto diverso e – come accadde - foriera di ricadute notevoli in poco tempo; l'altra persona deve dire liberamente e sinceramente tutto cio' che le passa per la mente, come facciamo sempre rimuginando nel nostro cervello da soli. Dopo cinque minuti i ruoli si invertono. La persona che ha fatto la domanda tace ascoltando l'altra che parla, restando impassibile di fronte a qualunque risposta ed intervenendo eventualmente solo per ripetere la domanda, ogni volta che l'interrogato smette di parlare per piu' di pochi secondi.

Se c'e' una persona dispari che non si puo' accoppiare, essa parla da sola davanti ad uno specchio. Dopo un'ora le coppie si cambiano e si riprende. E' una tecnica che mette in imbarazzo sia per la naturale ritrosia ad esternare i propri pensieri piu' riposti a persone appena conosciute, sia per la scarsezza del materiale da esporre, che sembra esaurirsi via via che il tempo passa. Ogni tanto la monotonia viene spezzata da una pausa di riposo - da passare in silenzio - o da un cambiamento di attivita'; le attivita' alternative sono: ballo - tipo discoteca, seguito magari da un lento - discussioni di gruppo, sessioni in cui si ride o si piange, meditazione, canto prolungato dell'OM, discussione in gruppo.

Al corso erano presenti, oltre all'istruttore SM e la sua compagna, che si occupava della casa e del cibo, io, Piero: un uomo sui 45, piccolo commerciante, Almar: una psicologa di pari eta' e Patty: una ragazza bassina sui 25 (arrivata in ritardo, con conseguente nostra sperimentazione della tecnica allo specchio). Prima di iniziare SM ci fece scrivere su un foglio il recapito di una persona da contattare in caso di necessita’. In generale la domanda “fatidica” <<Dimmi: chi c'e' dentro?>> non ha provocato grandi rivelazioni o reazioni, solo Piero in una discussione di gruppo successiva, stimolato da una domanda dell'istruttore, dette improvvisamente in escandescenze, insultandolo con tale foga, da darci l'impressione che stesse recitando, poi si mise a piangere e capimmo che aveva un vecchio conflitto irrisolto con suo padre, che lo aveva oppresso. Ebbi la netta sensazione, confortata poi da Almar, che lo sfogo, conclusosi con una piena pacificazione, gli poteva aver giovato, ma forse era stata “persa” l'opportunita' di cogliere qualche passo in piu', che forse poteva contribuire a chiarire meglio il conflitto e sbloccarlo.

Nella notte tra il sabato e la domenica dormimmo nella villa dove si svolgeva il corso mi svegliai presto – verso le sei – mi sentivo molto attivo e sentii il bisogno di rinfrescarmi: forse si tratto’ di un anticipo dell’esuberanza energetica che sarebbe scaturita come conseguenza di quel corso. L’istruttore ci aveva preavvisato che poteva accaderci qualcosa, di non preoccuparci e di esprimerci come sentivamo di fare; tuttavia, quando fu svegliato dal mio armeggiare in bagno, con la vasca che scrosciava acqua per lavarmi le gambe, venne a vedere e dimostro’ un certo disturbo.





L’apertura del cuore

La cosa piu' importante del corso di yoga, che avevo appena frequentato, riguardo’ non l'autoanalisi, ma la relazione interpersonale: il guardarsi negli occhi, rivelandoci scambievolmente i nostri pensieri, ci porto' a conoscerci molto, in breve tempo e la conoscenza ci ha portato ad amarci. Questa attrazione viene poi incrementata da “l’abbraccio del cuore”, che si pratica al termine di ogni sessione di coppia, cioe’ ogni ora. L’abbraccio del cuore consiste nell’abbracciarsi a lungo – per almeno un minuto - curando che tutto il corpo sia a stretto contatto con quello dell'altro, con i visi accostati – guancia a guancia, le gambe sfalsate – una coscia nell’inguine dell’altro – con le braccia che passano uno sopra la spalla e l’altro sotto l’ascella dell’altra persona; si sta fermi, comprese le mani, senza massaggiarsi la schiena come e’ andato di moda per un certo tempo.

Spontaneamente, dopo un po' di questo esercizio con una persona di polarita' opposta - cioe' dell'altro sesso - ci viene anche di toccarci scambievolmente le mani, attraverso le quali si percepisce una vibrazione di energia, che dilata il cuore e procura una gran dolcezza. Tutto avviene indipendentemente dall'aspetto estetico dei partners; infatti posso dire che a prima vista i miei compagni di corso Piero che Almar erano tipi di media apparenza. Almar non si poteva dire bella – era una donna alta circa un metro e settantacinque, magra, dal viso allungato e le lenti a contatto, che compensano dei forti difetti visivi; non tingeva i corti capelli grigi. Quando poi vidi entrare la terza: Patty quasi mi rammaricai, perche' mi sembro' avesse delle proporzioni che le conferivano poca grazia; anch'io, d'altra parte non mi consideravo piu' ne' giovane ne’ bello. Rapidamente queste mie impressioni svanirono, lasciando il posto ad un amore irrazionale, che si puo' paragonare a quello del genitore per il figlio, per cui si dice che anche lo scarafaggio e' bello per sua madre. Gli occhi di Patty erano diventati per me addirittura affascinanti.

La cosa strana e' che, parlandone con i miei compagni di corso riscontrai una buona concordanza sulle mie sensazioni, mentre l'istruttore si disse contento della mia esperienza, che pero' non risultava comune a quelle di altri gruppi. Egli sembrava piu' soddisfatto di sensazioni e manifestazioni forti, come quella di Piero, anche se era esplosa contro di lui. La sorpresa e' che si tratta di un Amore diverso dal solito: non e' solo amicizia, ne attrazione fisica, ne' fratellanza, ma tutto insieme, ad un livello piu' intimo ed elevato, una scintilla dell'Amore Divino, una dolcezza che con le persone di polarita' opposta diviene lievemente sensuale, ma senza necessariamente spinte sessuali. Un parallelo che potrei fare tra l'amore-passione e questo – che per motivi di dignita’ e comodita' chiamerei “Amore” (con l'A maiuscola) - e': la passione e' come un torrente, che si formi improvviso e travolga potentemente tutto cio' che trova sul suo corso, anche straripando, per poi eventualmente inaridirsi; l'Amore che cominciai a percepire e' come una serie di ruscelli sottili e tranquilli, che rinfrescano ed irrigano la campagna, senza sosta e senza sforzi. Da un lato c'e' un'energia che si dissipa in buona parte verso l'esterno e richiede tempo per recuperare, dall'altra l'energia non si dissipa ma si accresce col contributo reciproco ed il rapporto non conosce stanchezza. Inoltre il rapporto di coppia e' esclusivo (forse per assicurare l'unita' della famiglia a protezione dei figli); l'Amore e' diffusivo verso tutti senza sminuirsi.

Mi sembra che Osho suggerisca anche un'altra spiegazione: a furia di guardare sempre lo stesso volto ed ascoltare cose sempre piu' prive di informazioni reali, si trascende la persona che c'e' di fronte, si raggiunge un vuoto che ci conduce a Dio e, sperimentandolo scopriamo Lui che e' Amore; l'Amore puo' nascere quando svanisce il senso dell'individualita'.

Penso che mi sia stato fatto un dono in risposta alla mia richiesta dell'agosto precedente a Sai Baba, riguardo all’apertura del chakra del cuore, che mi porta ad amare maggiormente anche Dio, cosicche' si e' innesto’ un circolo virtuoso Dio-uomo-Dio. Mi sembra anche di aver capito quanto si legge o sente dire: che guardando nel profondo degli occhi si vede l'anima e quindi la divinita' nell'uomo; certo non si “vede” in senso fisico, ma forse si percepisce inconsciamente qualcosa che fa il miracolo. Peccato che non si possa applicare questa tecnica con tutti ed anzi, in genere, si rifugge accuratamente dal fissarsi negli occhi, rivelarsi i propri pensieri piu' intimi o toccarsi. C'e' addirittura il rischio di essere fraintesi: siamo tanto abituati ad altri tipi di relazioni che e' inconcepibile questo. Le conseguenze di quel corso non finirono li’.







Un’attrazione misteriosa

Dopo il corso di Consapevolezza Intensiva non facevo che pensare ad Almar. Non capivo perche', infatti non me ne sentivo innamorato. Era perche' le ore passate insieme ci avevano dato l'opportunita' di un contatto che mi aveva fatto percepire una sua sensibilita' particolare nei miei confronti, un circolo virtuoso dell'Amore in senso lato? O c'era dell'altro? La cosa era tanto piu’ strana perche’ alla fine del corso non mi ero curato gran che di Almar; anzi fu lei a raccogliere i numeri di telefono di tutti – come spesso accade alla fine di una vacanza - proponendo di rivederci per una cena insieme: io le detti il mio, ma non chiesi il suo.

Ricordai che Enzo mi aveva predetto che avrei incontrato una donna sensibilmente piu' giovane di me, con cui avrei avuto una amicizia. Razionalmente propendevo nettamente per evitare una relazione tradizionale. Tutto questo pero' poco si accordava con una carica emotiva che mi perseguitava nei giorni successivi al corso: pensavo continuamente ad Almar, specie nel dormiveglia, finche', vedendo che non mi contattava per la cena proposta, decisi di telefonarle. Vi riuscii, trovando sull'elenco telefonico il nome di sua sorella e, attraverso di lei, arrivai ad Almar.

Su mio suggerimento prendemmo appuntamento al ristorante vegetariano Jaya Sai Ma (ispirato a Sai Baba) assieme a Patty. Non riuscimmo invece a contattare Piero: il quarto del gruppo. Ero assai combattuto, prevedendo sviluppi e magari una “conclusione” a casa di Almar. La ragione mi diceva di non avventurarmi, mentre emotivamente ero attratto. Ci rincontrammo allegramente e durante la cena ci raccontammo i fatti salienti delle nostre vite. Almar butto' li' l'informazione secondo cui - diversamente da quanto credevo - era separata, lasciata da suo marito senza chiari motivi, coltivava una speranza di riunirsi a lui.

In un momento di assenza di Patty che usci' dal ristorante per fumare, fui sollecitato prontamente da Almar con un nuovo <<Cosa c'e' dentro?>>, cercai di chiarire i miei sentimenti per lei: dissi di essere confuso: desideravo intrattenere un rapporto di amicizia con i sentimenti caratteristici del corso, ma senza trascendere, giacche' le auguravo di riunirsi col marito. Almar rispose interessata: <<Si vedra’>>. Tornata Patty si parlo' anche di Sai Baba e di aspetti spirituali. Con mia soddisfazione, Almar dichiaro' una serie di conoscenze ed interessi in questo campo: aveva persino sognato Sai Baba. Al termine della cena - come prevedevo - Almar ci invito' a casa sua. All'ingresso notai una grande immagine di Krishna 29: che buon auspicio!

Lì facemmo l'abbraccio del cuore, al suono della musica usata nel corso, di cui Almar aveva acquistato un CD, poi restammo fino all'una e mezza a parlare, tra l'altro, della sensibilita' alle percezioni extra sensoriali. La serata si concluse in un modo che, a vederlo dall'esterno, risulta grottesco: io me ne tornai a casa, col gradito invito di Almar a rivederci, e Patty resto' a passare la notte con Almar; il motivo era di natura pratica, dovendo Patty - che vive fuori Roma - tornare l'indomani presto nello stesso quartiere.

Continuai a valutare distaccatamente il fenomeno, speravo che, nonostante le mie spinte energetiche, si stesse consolidando l'Amore fraterno. L’estate precedente avevo chiesto a Sai Baba di aprirmi il chakra del cuore, per amare di piu' Lui ed il prossimo, conscio come ero di una mia limitazione sotto questo aspetto. Non sapevo che l'amore e' una energia globale, che non fa distinzioni di oggetto e che il suo dinamismo puo' portare alle agitazioni che stavo subendo, ma che in fondo accoglievo volentieri, perche' rappresentavano nuovi ed affascinanti sviluppi della mia vita. Mi sembrava di capire che i miei rapporti con Almar fossero un fatto energetico e non c'entravano ne' il sesso, ne' un rapporto di coppia tradizionale. Forse potevo rivedere Almar ogni tanto, per ricaricarci reciprocamente e prudentemente di energia e favorire la nostra crescita, senza problemi.

Il mio benessere traballava, specie dopo pranzo, ero dominato da una sensazione di pressione al centro del petto, in corrispondenza della punta dello sterno. La pressione al petto andava e veniva; in certi momenti diventava come un'ansia. Mi sembrava che la meditazione mi aiutasse a sopportare la pressione; in un’ora in cui la sapevo al lavoro, decisi di lasciarle un messaggio in segreteria telefonica a casa. Il giorno dopo ricevetti una telefonata di Sara: parlando con lei, le menzionai il mio periodo di particolare energia, che attribuivo al corso di Consapevolezza Intensiva. Discutemmo a lungo e Sara ebbe occasione di menzionare qualcosa, che mi suono’ come involontario messaggio utile per la mia situazione: e' bene procedere con cautela nell'evoluzione spirituale, per non correre rischi di sballo. Finii per tirare fuori la questione di Almar, menzionando il mio sospetto che potesse trattarsi di un fenomeno di coppie gia' vissute. Sara mi chiese il nome di battesimo di Almar e mi lascio'. Circa dieci minuti dopo mi richiamo' con una risposta dolcissima, da parte della sua Guida spirituale:

Il lungo legame che Paolo ha avuto in un' altra vita con quest'entita' non e' stato un legame tra uomo e donna, bensi' tra due donne. Paolo era allora una donna e aveva una sorella, piu' piccola, molto piu' piccola di lei. Avevano perso la mamma in eta' giovanile e Paolo, l'allora sorella maggiore, si e' sentita molto responsabile verso questa bambina piu' piccola e cosi' bisognosa di affetto. Questa bambina era tranquilla, con due occhi grandi, una bambina che accettava tutto con tanta rassegnazione, una bambina che si appoggiava molto alla sorella, ma senza rendersene conto. Questa bambina aveva occhi grandi carnagione chiara capelli castano chiari. Appena paffutella, era proprio il simbolo della tenerezza, una tenerezza infinita che la sorella maggiore percepiva in tutta la sua grandezza. Questa incarnazione di Paolo e' avvenuta molto tempo fa, ma la tenerezza che questa bimba gli ispirava era cosi' forte che non e' finita con quella incarnazione. Non e' necessario aggiungere altri particolari di quella incarnazione, non ora almeno. Ma Paolo senz'altro potra' riconoscere quel sentimento che e' principalmente senso di tenerezza, senso di protezione, senso di responsabilita'. Puoi dire a Paolo di condividere, se vorra', questo messaggio con la persona che gli ispira questo sentimento. Vi benedico con amore infinito.”

Mentre Sara leggeva il messaggio al telefono mi commossi. La risposta era stata di una tempestivita' e dettaglio assai superiore allo sperato. Ecco spiegato l'arcano: come sia possibile essere tanto attratti da una persona di cui non si e' innamorati. Avrei voluto andare da Almar per raccontarle tutto, pensando di scambiarci una gioia. Fui frenato soprattutto dall'avvertimento indiretto ed involontario di Sara.

Decisi di acquistare il libro “Molte vite, un solo amore”30 per darlo ad Almar, in modo che potesse meglio comprendere la situazione: avrebbe supportato il messaggio che le avrei dato. La sera la chiamai: scoprii che anche lei mi aveva telefonato, ma mi rispose con apparente distacco ed esitante ad accettare il mio invito: sentiva troppa tensione in me. Dissi che era vero, ma che, dopo accurata indagine, ne avevo scoperto il motivo e che si trattava di una cosa assai inusuale. Incuriosita cerco' di sapere, ma dissi che era meglio lo esponessi di persona; azzardo' l'ipotesi che si trattasse di reincarnazione. Era un'intuizione, o una deduzione? La salutai, lasciando libera lei di decidere quando vederci. Le cose erano andate come previsto dall'avviso sulla cautela: l'incontro era stato procrastinato; razionalmente era un bene. Mi rendevo conto che la descrizione della Guida di Sara menzionava i miei sentimenti, ma non diceva nulla di Almar: e se lei fosse restata indifferente alla storia? Quella notte mi svegliai verso le 3.15, sentii aumentare l'energia al centro del petto: fremeva come un pentolino d'acqua agli inizi dell'ebollizione, poi ci fu un senso di calore nella stessa zona, che mi indusse ad alleggerire il mio abbigliamento.

Un paio di giorni dopo Almar mi telefono': la accolsi con un sospiro di sorpresa ed entusiasmo, che la imbarazzarono. Mi propose di andare a pranzo e stare assieme fino alle 17, quando aveva un altro impegno. Era una bella giornata assolata, Almar propose di andare al-mare, per allontanarci dal frastuono del quartiere. Durante il tragitto in macchina verso la vicina Fregene parlammo volutamente di argomenti “leggeri”, ripromettendoci di entrare nel vivo delle “rivelazioni” quando saremmo stati di fronte, come si faceva durante il corso di Consapevolezza Intensiva. Finalmente ci sedemmo in un ristorante in riva al mare e le spiegai perche' e come avevo avuto il messaggio sulla nostra vita passata. Lo feci leggere direttamente a lei, a causa dell'emozione che mi procurava. Lo lesse attentamente, ma sembro' suscitare in lei piu' curiosita' che emozione; poi approfondendo i commenti su di esso sembro' che si sintonizzasse di piu', specie sulle mie emozioni. L'affetto che le dimostravo la coinvolgeva. Le detti il libro “Molte vite, un solo amore”, nonche' una stampa del messaggio rivelatore. Dopo il pranzo passeggiammo a lungo sulla spiaggia, parlando delle nostre vite e delle nostre famiglie. Ero gioioso: percepivo una crescente sintonia e serenita' tra noi: stavamo bene e senza riserve mentali. Almar dimostrava interesse per la ricerca spirituale ed un affetto fraterno; disse di stupirsi di come le veniva spontaneo confidarsi con me, riguardo a molte sue vicende familiari e personali. Riaccompagnai Almar a casa e ci lasciammo felicemente, ringraziandoci l'un l'altra. Lei disse: <<Ho svoltato la giornata>> che era iniziata per lei con qualche contrasto.


* * *


Come altra conseguenza della Consapevolezza Intensiva, credo di aver capito i motivi dell'importanza della danza, che travalica gli aspetti estetici e di passatempo: probabilmente il movimento favorisce la distensione delle inibizioni e l'allargamento della propria energia, che puo' entrare cosi' piu' facilmente in contatto con quella altrui, realizzando quella fusione energetica che e' parte cosi' importante dello scambio d'amore. Il ballo non mi interessava piu' da molti anni, ma cominciai a pensare che sarebbe stato un'esperienza utile, sia dal punto di vista della mia crescita, sia da quello della curiosita' intellettuale.

Ebbi anche un’altra piccola esperienza: guidando la macchina, mi sentii innervosito ingiustificatamente; riflettendo sul perche' mi venne in mente che poco prima ero passato a piedi vicino a due persone che discutevano un po' animatamente, per questioni di traffico. Che la mia sensibilita' in accentuazione negli ultimi tempi avesse “raccolto” le emozioni altrui? Quindi riflettei che l'aumento di sensitivita' puo' avere anche queste ripercussioni negative. In quel periodo d'abitudine mi svegliavo verso le tre del mattino, per restare a letto tra dormiveglia e meditazioni fino alle sei e mezza. Il mio stato energetico era superiore al normale e non risentivo del sonno cosi’ ridotto. Le mie sensazioni variavano tra la dolce gioia e una sorta di lieve ansia, con un senso di peso sul petto. Non sapevo se rivedere Almar mi avrebbe risolto questa “malattia” o poteva acuirla, perche' forse avrebbe intensificato l'apertura del centro del cuore. Andai a passeggiare a villa Ada e cio' mi giovo' abbastanza.

Una sera andai da Enzo, che frequentavo presso il suo studio, dove teneva degli incontri settimanali di meditazione. La meditazione che segui' mi giovo' parecchio; durante il suo corso ebbi un impressione di gran distacco. Al termine Enzo – di sua iniziativa - mi volle prestare una videocassetta di Sai Baba, intitolata “Pure Love” (Amore puro).

Il sabato successivo, mentre meditavo, arrivo' una telefonata di Almar, la richiamai: disse che era rimasta in casa, aveva finito il libro che le avevo dato e che l'aveva colpita molto: come psicologa quale e’, si disse interessata a sviluppare le tecniche dell’autore. Disse poi di avere un'ambiguita' di sentimenti, da un lato era attirata da me, dall'altro c'era una resistenza che non capiva bene, un “NO” profondo. Aveva anche una resistenza ad incontrarmi di persona, mentre stava bene con me al telefono. Per cercare di aiutarla nei suoi dubbi, le confidai per sommi capi i miei ed i percorsi da me fatti per elaborarli. Le parlai anche delle mie sensazioni durante il corso, al ristorante ed a Fregene: le mie reazioni e le impressioni da me avute sui suoi comportamenti. Fu un colloquio assai aperto, in cui lei si sciolse molto e che mi dette molta confidenza e serenita'.

La mattina dopo ricevetti una telefonata di Adia: l’amica che mi aveva fatto avere la prima lettera di Daniela. Le raccontai la mia storia con Sara: ne fu molto colpita e disse che avevo una vibrazione nuova nella voce, cosa che avevo intuito dalle reazioni di alcune persone sconosciute a cui avevo fatto recenti telefonate. Nel pomeriggio andai dal medico di famiglia, per via di certi dolorini pelvici, che si erano spostati ai lati, nei punti che nelle donne corrispondono alle ovaie: mi disse che non trovava nulla ed ipotizzo' dolori muscolari dovuti alla ginnastica, che in quel periodo praticavo. La sera andai da mia cugina Chiara - che e’ pranoterapeuta - e mi fece un'applicazione, che mi giovo'.

Mi venne poi in mente di rivedere il video “Pure Love”: ne rimasi ancor piu' colpito di alcuni giorni prima, quando lo avevo visionato per la prima volta. Sentivo scaldarsi il centro del mio petto (internamente, perche' l'esterno, toccandolo con la mano, restava normale) ed una gioia mi pervadeva. La sera mi telefonarono Annina - per una conferma della mia partecipazione al “Cenacolo” - e la compagna di SM. Quest'ultima mi sentiva a proposito di un mio parere sul corso di Consapevolezza Intensiva, che avevo frequentato presso di loro: le dissi che ci avevo pensato molto e raccontai le mie reazioni. Ne fu colpita e mi chiese di scriverle a SM.

Il mattino seguente mi svegliai alle due, con un senso di rinnovata pressione al pube: sentivo come una sfera di pressione e calore, centrata sull'osso pubico e irradiantesi per un diametro di circa quindici cm. Mi sedetti sul letto, nella mia solita posizione di meditazione a gambe incrociate, indossando la vestaglia, che tenni aperta nella zona del basso ventre. La sensazione di calore si trasformo' in fresco, come quella che si ha quando si mette in bocca una mentina. Pensai che avrei potuto sentire SM, se avesse esperienza sull'argomento e potesse consigliarmi, oppure chiedere un messaggio tramite un sensitivo. Mi alzai per urinare e controllare se avessi difficolta' a farlo (segno di eventuali disturbi prostatici): nulla. Incoraggiato dalla telefonata della sera prima, telefonai a SM, per chiedergli consiglio, ma mi rispose che non ne sapeva nulla e che non gli era mai accaduto qualcosa di analogo. Allora telefonai a Sara, chiedendole se poteva chiedere alla sua Guida cosa mi stava succedendo e cosa fare/evitare. Disse che - per evitare pericoli di indicazioni incerte sulla diagnosi - preferiva chiedere alla sua amica e nota insegnante di kundalini yoga, chiamata col nome datole dal suo maestro: Hari Meher Kaur (nel seguito abbreviato “Hari”). Comunque suggeriva di sospendere le pratiche spirituali. Decisi di non rivedere il video e rinviare eventuali incontri con Almar. Andai nuovamente dal medico di famiglia per sentire se fosse il caso di fare un'analisi relativa alla prostata. Me la prescrisse assieme ad altri controlli e mi interrogo' e visito' di nuovo senza trovare nulla. Acquistai il secondo libro di Weiss "Molte vite, molti maestri".

La sera mi telefono' Sara, che aveva parlato con Hari: anche quest'ultima suggeriva di sospendere le attivita' spirituali, che mi stavano soverchiando: mi si sarebbero attivati troppo il secondo ed il quarto chakra: avrei dovuto limitarmi a passeggiate nella natura e far ginnastica, per ricontattare il mondo materiale, la terra, magari a piedi nudi. L’indomani andai a villa Ada, come suggeritomi da Sara, mi sedetti su una panchina nel prato, mi tolsi scarpe e calzini e poggiai i piedi nudi sul terreno erboso. Poi andai a toccare un pino secolare, con le palme delle mani; infine mi fermai sul bordo di un prato, tenendo due rami di un cespuglio di alloro tra le mani; il viso rivolto al sole respirai l'aria profumata di fieno.


pini a Villa Ada

pini a Villa Ada

Mi chiamo' al telefono Hari: chiese se avevo disturbi cardiaci e se mi ero fatto fare un Elettrocardiogramma, chiese se avevo avuto fenomeni di deja vu31 o premonizione. Le citai il riconoscimento di Almar e pensai agli altri fenomeni di telepatia. Disse che secondo lei si erano attivati i miei chakra pari, (secondo, quarto, sesto), il canale Ida e l'emisfero cerebrale destro, ed occorreva bilanciarli con i maschili (primo e terzo). Mi suggeri’ di fare: terapia coi fiori di Bach32, pranayama33, passeggiate nel parco sdraiandosi sull'erba in contatto con la terra (supino e rovesciato), andare in palestra specie per i muscoli addominali, e di controllare che non ci fossero problemi fisici (cardiaci, urologici).

Mi invito' ad incontrarla l'indomani a casa sua, per spiegarmi i primi due punti.

Ripresi la lettura del libro “Molte vite, molti maestri”. Ne lessi qualcosa a salti, come nella bibliomanzia - la pratica di trarre ispirazione da frasi di libri prese a caso - notai la frase: “Pazienza e tempestivita'… Tutto viene quando deve venire. Una vita non puo' essere condotta a gran velocita'… Dobbiamo accettare quello che ci giunge in un dato tempo, e non chiedere di piu'..”. Mi sembrava di risentire gli insegnamenti di Baba, gia' rimuginati nei giorni precedenti "Non correte… La natura richiede i suoi tempi: per fare un figlio ci vogliono 9 mesi".

L’indomani andai da Hari; nel recarmici ero allegro, sentivo che il nostro incontro sarebbe stato importante, avvisata dal portiere mi accolse sulla porta. Era una donna semplice, piccola, esile, con due grandi occhi scuri, cerchiati con la matita, dai modi gentili e pacati. Hari e’ allieva di Yogi Bhajan, un maestro indiano di Kundalini Yoga, che viaggia in occidente di tanto in tanto. Mi fece sedere in una sala evidentemente dedicata allo Yoga, che lei insegnava, con tappeti e cuscini in terra. Si sedette contro una parete, tra due scaffaletti di libri e soprammobili. Le raccontai per sommi capi della mia attivita' meditativa, del mio discepolato con Sai Baba, di cui aveva sentito parlare soltanto. Disse : <<Ci sono dei libri?>> Risposi che ce ne sono centinaia e per l'appunto glie ne avevo portato uno: era “Sai Baba, l'uomo dei miracoli”, che avevo acquistato molte settimane prima per regalarlo, ma senza sapere a chi: ora era venuta l'occasione adatta. Le detti anche la videocassetta “Sai Baba, un fiume d'Amore” e la Sua foto col lingam d'oro. Mi disse che aveva avuto un'allieva, devota di Baba, che le aveva suggerito di fare yoga. Hari, mentre faceva lo yoga con lei, aveva percepito la presenza di Baba accanto a loro! Aveva anche una bella foto di Baba nel portafoglio. Parlai di come ero arrivato a partecipare al corso di Consapevolezza Intensiva, i suoi scopi e la piega che aveva preso con me, i disturbi provati, con speciale riguardo per quelli dell'area pelvica. Riferii anche la storia della mia “ritrovata” sorella Almar, in caso potesse avere connessione.

Hari mi parlo' con semplicita', ma esprimendo concetti e suggerimenti che me la fecero sentire assai amica e ben sintonizzata con i miei problemi. Diagnostico' l’apertura parziale del secondo e quarto chakra. La sensazione che avevo avuto di dolorini alle zone equivalenti alle ovaie sottolineavano il ruolo femminile-materno che si era risvegliato in me incontrando Almar e che poteva essere ridiretto in attivita' creative. Occorreva ridistribuire l'energia del secondo chakra in tutto il corpo, per evitare eccessi di attaccamento, quali quello che stavo subendo.

I suoi suggerimenti furono: Andare nei parchi e sedermi contro un albero che mi “piacesse”, poggiare la schiena contro il suo tronco e visualizzare di avere delle radici che dal fondo della mia spina dorsale scendevano nella terra, in modo da sviluppare un senso di radicamento in essa che elaborasse la mia parte materiale, per bilanciare ed integrare quella spirituale. Sdraiarmi a terra, sia a pancia sotto, che supino per “sentire” l'energia dell'albero e della terra fluire in me. Andare al mare e camminare con i piedi nell'acqua era una cosa utile. Praticare attivita' materiali con-crete, quali la terracotta (creta) o l'orticultura. Anche la scrittura di libri, di cui le accennai, poteva andar bene. Il contatto fisico con le persone e magari fare l'amore erano altre cose adatte. Praticare il pranayama, secondo uno schema che mi dette - basato su respirazioni alternate attraverso le narici - ed il “respiro di fuoco” (respirazioni addominali rapide). Fare la terapia dei fiori di Bach, di cui era specialista e che mi avrebbe preparato, selezionando le essenze con un pendolino: avrei preso 4 gocce di liquido sotto lingua, almeno 4 volte al giorno, piu' altre assunzioni, in eventuali momenti di difficolta'. Hari mi disse anche che dovevo avere capacita' di pranoterapia, come mi aveva detto Enzo in India. Tornato a casa pranzai e poi mi venne in mente di telefonare ad Almar: parlammo del piu' e del meno, specie di ipnosi e del secondo libro di Weiss. Finalmente le dissi che potevamo cogliere l'occasione per vederci a cena al ristorante vegetariano “Jaya Sai Ma”, a Trastevere: accetto’.

Mi recai allegramente a Villa Ada, con una coperta, per applicare subito i suggerimenti di Hari. Dopo alcune ipotesi diverse, che scartai, ritornai all'albero che avevo gia' scelto e toccato il giorno prima: il pino secolare di circa un metro e venti di diametro. Sistemai la coperta in un punto adatto a sedermi, mi tolsi le scarpe e sedetti, a gambe incrociate, con la schiena appoggiata al tronco, per quanto possibile, compatibilmente con la sua forma. Visualizzai di avere delle radici che dal fondo della mia colonna vertebrale scendevano nella terra. Mentre stavo cosi' mi si avvicinarono uno dopo l'altro, a breve distanza di tempo due scoiattoli, uno che balzava di ramo in ramo, fino al mio albero, uno che correva sul terreno. Poi ne venne una coppia che giocava all'inseguimento reciproco. Salirono su un albero di fronte al mio, a circa due metri di distanza, scesero a terra, avvicinandosi di piu' e guardandomi, poi risalirono sull'albero di fronte e, passando di ramo in ramo, saltarono sul mio. Uno di essi si getto' giu', cadendomi davanti come una pigna matura, a circa sessanta centimetri dai miei piedi, appena al margine della mia coperta: una cosa che avrebbe spaventato molte persone, ma che mi fece solo piacere, come se un amico mi avesse dato una pacca sulla spalla; poi salto' subito sull'albero di fronte, affacciandosi verso di me da dietro il tronco, ora sulla destra, ora sulla sinistra. Ero rimasto immobile, inviando loro vibrazioni di energia affettuosa. Mi sembrava che la natura stesse rispondendo amichevolmente al mio approccio. Non mi era mai capitato di essere avvicinato da tanti scoiattoli e cosi' da vicino: all’epoca gli scoiattoli a villa Ada erano rari e paurosi. Che gli scoiattoli percepissero la mia energia benevola? Mi alzai per passeggiare; vidi qualche persona che prendeva il sole e mi venne la voglia di farlo anch'io. Andai in una zona piu' appartata, sedetti su una panchina e mi tolsi camicia e T-shirt per pochi minuti, tanto per incamerare un po' di energia solare. Mi sentivo bene, senza alcun fastidio ai chakra. Tornato a casa feci l'ultimo esercizio di pranayama, quello che mi sembrava piu' adatto alle mie esigenze, in base agli scopi indicati sul foglio.

La sera uscii per andare all'appuntamento con Almar. L’incontrai che usciva dal suo studio; riscendemmo insieme in ascensore: rivedendola verificai subito che non mi sentivo attratto da lei in senso erotico ed archiviai definitivamente ogni prospettiva in tal senso. La conversazione - durante e dopo la cena, quando passeggiammo un po' nelle strade circostanti - rivelo’ che lei aveva avuto tanti altri incontri simili al mio: un'amica ancora in rapporti con lei; un'altra che si era interessata alla sua salute in modo cosi' affettuoso che la cosa fu notata anche da terzi come anomala; una donna che aveva incontrato una sola volta in un congresso; un uomo pure incontrato brevemente - ma credo intimamente - poi perso di vista; un giovane compagno che l'aveva presa come un colpo di fulmine assieme a tutta la sua famiglia, specie la madre; un amante con cui aveva avuto la sua storia piu' sincrona, intensa e drammatica, dato che lui decise poi di lasciarla.

Il giorno dopo andai ad un pranzo da certi amici. Tra gli invitati c'era anche la loro parente Stefania. La padrona di casa ci presento': sentii Stefania piuttosto disturbata e scontrosa; pensai che fosse una donna che viveva in una situazione difficile e mi ripromisi di inviarle un po' di energia; mi fu indicato di sederle accanto per il pranzo. Gradatamente la vidi rilassarsi, sorridere, rivolgermi la parola; alla fine del pranzo mi verso' addirittura del latte nella tazzina di caffe', mi offri' una sigaretta, che – ovviamente - non presi e, allontanata la sedia dal tavolo (come avevamo fatto tutti per rilassarci dopo mangiato), faceva ballare le gambe accavallate. Questa “ginnastica” aveva giovato inconsapevolmente a lei ed anche a me, che mi sentii bene, in armonia con lei e le altre signore presenti, alle quali ritengo arrivo' parte di tale energia, perche' mi vennero attorno a parlare. E' da notare che io tenni un atteggiamento piu' silenzioso e statico degli altri.

Il giorno successivo tornai a Villa Ada, dal “mio” pino, per praticare la ormai solita tecnica delle radici: funziono' bene e, alla fine, sentivo il mio battito cardiaco molto potente, nel torace, con una frequenza che misurai in circa 95 pulsazioni/minuto, pur essendo in condizioni di riposo. Le gocce di Bach preparatemi da Hari avevano un'efficacia sorprendente ed immediata, nel calmarmi quando mi sentivo agitato, ma la durata del loro effetto era di poche ore. Riflettei che, dalla fine del corso, stavo dormendo dalle due alle sei ore per notte, senza sentirmi stanco.





Cenacolo di medianita’

Andai a trovare Annina ed Enzone, che avevo conosciuto solo telefonicamente e che mi avevano parlato del cenacolo. Ci andai insieme a Sara, a cui avevo parlato di loro e che ne era rimasta interessata, dato che avevano capacita’ medianiche simili alle sue. Era la prima volta che li incontravamo di persona: abitavano in campagna, poco a nord di Roma, in una villetta cosi’ isolata che Enzone ci venne incontro con la macchina per guidarci. Enzone era un giovanottone alto come me, ma piu’ robusto e massiccio, con la barba, tipo nonno di Heidi, in versione giovanile. Canalizzava messaggi dall’oltre sia parlando che scrivendo. Annina e’ piccolina e bionda: entrambi riservati e gentili, avevano sempre avuto notevoli sensibilita’ e facolta’ in questo campo ed avevano conosciuto grandi medium, come Demofilo Fidani. Avevano un bambino piccolo e ne aspettavano un secondo. Avemmo un incontro cordiale e piacevole, durante il quale ad Enzone vennero alcuni messaggi ispirati.

Alcuni giorni ci rivedemmo - assieme a Maria: un’amica di famiglia - al cenacolo a cui mi ero iscritto, dal titolo: "Le forme della comunicazione con il mondo dello spirito". Sara, invece, non pote’ partecipare. L’evento si svolse nell’unico hotel che sta in cima a Monte Conero, vicino ad Ancona, in un ambiente naturale e panoramico bellissimo. La riunione si teneva in una grande sala, che era stata una volta una cappella. Non sapevo bene cosa aspettarmi da quel cenacolo, ma vi ero stato attratto da qualcosa di inconsapevole, come era accaduto per il corso di Consapevolezza Intensiva di Osho. Lo svolgimento del corso mi confermo' questa premonizione: quello che sperimentai, in una atmosfera molto positiva, apri' nuovi orizzonti nella mia conoscenza della vita. Scoprii una strada sorprendentemente agevole di comunicazione con l'Altra Dimensione e che la medianita’ non e’ prerogativa di pochi superdotati, ma e’ una facolta’ condivisa da tutti, in misura maggiore o minore. Sentii che la condizione dei trapassati e’ felice e caratterizzata dalla sintonia con valori elevati. Loro desiderano comunicare, stare con noi e proteggerci. Il mondo sottile e' vicino a noi, simile al nostro - almeno per certi piani - con tutte le sue attivita', ma di grande bellezza, amore e felicita'.

Dino - il conduttore - era un uomo maturo, vedovo, con buone capacita’ organizzative; fece un'introduzione presentandoci i capisaldi dell'esperienza da fare e delle possibilita' di apprendimento, sotto la guida degli esperti. L’obiettivo non e’ la curiosita’, ma l’evoluzione. Le condizioni sono: rilassamento, fluidita', non resistenza, abbandono dei desideri; sperimentazione senza ragionamenti, da analizzare solo successivamente. Non si evocano i nostri cari, che – disse - ci avevano spinto ad andare li': essi sono gia’ tra noi. Occorreva mettersi in uno spirito di condivisione: cercare di lasciare da parte possessivita' ed esclusivita', e darci un supporto energetico reciproco. Tutta l’attivita’ e’ sotto la supervisione di una o piu’ Guide Spirituali: ciascuno di noi ne ha almeno una, che si occupa di ispirarci silenziosamente. Nel Cenacolo ed altre attivita’ simili di contatto col mondo dell’Al di la’, vi sono delle Guide apposite, che fanno da filtro e ci garantiscono contro la possibile intrusione di spiriti bassi, che e’ il problema che rende molti diffidenti nei confronti delle attivita’ medianiche. Le Guide sono un po’ come i “firewall” per i computer quando sono collegati ad Internet: sorvegliano gli arrivi, lasciando passare quelli autorizzati e fermando gli eventuali intrusi.

Il Cenacolo era animato da alcuni medium che svolgevano quell’attivita’ volontaria su base regolare, ma anche vari partecipanti erano in possesso di facolta’ medianiche discrete. Parecchi di essi erano entrati in contatto col gruppo in seguito ad un lutto, spesso alla perdita di un figlio, ottenendone grande consolazione. Dino preciso' che le forme di comunicazione che avremmo potuto sperimentare con il mondo dello Spirito sono: Percezione: sentire presenze ultraterrene con uno o piu' sensi, Veggenza: vedere piu' o meno chiaramente delle entita', Scrittura automatica (senza la consapevolezza del medium), Scrittura ispirata (scrittura consapevole del medium, ma espressione di concetti non suoi): rivelatasi poi una delle principali manifestazioni. Dino disse anche che noi possiamo aiutare gli altri non solo e non tanto con azioni materiali, ma piu' irradiando la nostra spiritualita' (dopo averla sviluppata). Parlo' dell'Amore, che e' generativo, non e' “star sempre assieme”. Lo Spirito Guida del gruppo era - da due anni - Papa Giovanni XXIII, che aveva fornito loro tanti messaggi da riempirne un libro34.


Giovanni XXIII

Giovanni XXIII

I medium che conducevano il seminario erano quattro e sedevano presso un tavolo lungo in fondo alla sala. Tutti gli altri partecipanti sedevano lungo le due pareti laterali, in posizioni scelte dagli stessi convenuti. Il seminario si svolse sempre in piena luce, come un qualsiasi evento sociale. Non c’erano candele, tamburi, coni ed altri oggetti che si usano nelle riunioni spiritualiste. Non si fecero riti, ne’ preghiere collettive. Dino chiese a tutti se avevamo parenti nell'Altra Dimensione ed i loro nomi. Lo scopo della pronuncia dei nomi era quella di generare indirettamente una vibrazione d'amore per loro. Mentre Dino parlava, il medium principale del gruppo – Marco - gia' riceveva messaggi ispirati. Iniziammo le attivita' con una “meditazione guidata” da Marco. In stato rilassato e con una lieve musica di sottofondo, si visualizzava un percorso, del tipo: essere su una poltrona, su un prato, poi salire su una barca, in un corso d'acqua, passare presso un giardino, …. Dopo l'esercizio, ad ognuno venne chiesto di descrivere le sensazioni e percezioni provate; esse venivano analizzate ed interpretate da Dino. Molti riconobbero nei personaggi incontrati nel “viaggio” qualche persona cara, oppure delle persone o cose, di cui Dino spiegava il significato, in chiave psicologica. I risultati furono molto interessanti e per alcuni emozionanti. Durante la descrizione delle varie esperienze Marco continuo' a scrivere. Un suo messaggio era diretto alla mia amica Maria, che aveva perso un figlio. Nel messaggio, suo figlio preciso' che l'incidente mortale, di cui fu vittima, fu causato da una sua distrazione (Maria si era spesso lambiccata il cervello per sapere quale ne fosse stata la causa, spesso con risentimenti contro ipotizzati pirati della strada).

Passammo ad un altro esercizio piu’ diretto: la Percezione delle Presenze. Una persona tra i partecipanti - scelta da Marco, sotto ispirazione - veniva utilizzata come medium. Veniva fatta sedere ad occhi chiusi ed un'altra persona gli veniva posta dinanzi, a sua insaputa. Il “medium” improvvisato doveva cercare prima di descrivere e possibilmente individuare la persona, poi di identificare e comunicare con eventuali entita' che le si presentassero vicino. Fu scelto Enzone come medium, di fronte a lui fu posta una signora: Enzone la identifico' e poi dette voce a due entita', che fornirono dei messaggi generali. Poi intervenne la Guida tradizionale del gruppo: Papa Giovanni, che si complimento' con Dino, Marco e sua moglie, per il gran lavoro che stavano facendo. Continuo' dando spazio a richieste di messaggi da parte degli astanti. Dopo le richieste di altri partecipanti e le relative risposte, su invito di un’altra medium del gruppo conduttore, con la mia solita riluttanza mi decisi a chiedere se c'erano messaggi da parte di mia moglie Daniela. Daniela intervenne immediatamente con irruenza, parlando direttamente lei stessa - con la voce di Enzone – e dicendo di aver fatto prima di Papa Giovanni. Mi suggeri', tra l’altro, di affidarmi alla percezione, anziche' al ragionamento e mi mando’ un abbraccio. A conclusione fu chiesto se qualcuno aveva avuto delle percezioni durante la seduta e molti risposero, menzionando varie percezioni e messaggi. Varie persone mi fornirono percezioni e brevi messaggi di Daniela. Una, al momento della mia domanda di cui sopra “se c'era un messaggio di Daniela”, aveva percepito una sua breve risposta, (che poi era stata effettivamente seguita dal messaggio vocale): “Caro Paolo , si c'e' un messaggio per te. Daniela”. Poi si sperimento' la scrittura ispirata per tutti: i partecipanti furono raggruppati a coppie; ognuno doveva cercare di percepire prima qualita' e sensazioni sull'altro (una facolta’ chiamata “psicometria”), poi eventuali entita' vicine e scrivere quanto gli veniva in mente. Io fui messo con una buona sensitiva. Scrissi delle cose su di lei, che non dimostrarono riscontri specifici. Lei ebbe, invece, una bella, commovente lettera di Daniela, che mi diceva: “…Lasciati andare a godere la vita cosi' com'e' ora. Guarda il presente non il passato, al futuro pensero' io per te…. trovati una buona compagna che ti dia sostegno in questo che stai cominciando ad intraprendere, non potrai piu' lasciarlo e non potrai piu' tradirlo. Lo spirito per te e' ormai troppo importante, non ne potrai piu' fare a meno. …”.

A casa, riflettendo - dopo tanti stimoli in tal senso - sull'ulteriore incoraggiamento di Daniela a trovarmi una compagna, decisi di togliermi la fede nuziale, che ancora portavo al dito: se mi disponevo ad un nuovo rapporto dovevo dare segnali coerenti e non bloccanti. In quel periodo mi venne fatto di togliermi anche l'orologio da polso, che mi dava una sensazione sgradevole.

Al rientro a Roma avevo appuntamento per cena con Almar. Dopo un po' di chiacchiere generiche, entrammo finalmente nella valutazione del nostro rapporto: lei non sentiva l'affetto che avevo io, ma solo una simpatia che poteva maturare. Il mattino dopo ebbi una crisi d'angoscia, che arrivava in certi istanti a livelli insopportabili. Capii il significato della frase “dare la testa al muro”, riferita a situazioni di forte stress; effettivamente ci furono momenti in cui mi schiaffeggiai o battei la testa contro lo stipite di una porta, per procurami istintivamente uno shock, che interrompesse quella tensione cosi' opprimente. Per fortuna avevo le gocce di Bach: portentose nelle fasi acute e le presi di nuovo piu' frequentemente.

Dopo alcuni giorni mi venne di provare a fare una scrittura ispirata per conto mio, come avevo sperimentato al Cenacolo. Scrivevo una o due parole alla volta come mi venivano in mente, senza aspettare che si formasse una frase compiuta. Questa resto' poi una caratteristica del modo di scrivere, che in un certo senso mi aiuto' ad avere una certa confidenza di non inventarmi le cose da solo, almeno a livello cosciente. Ne vennero fuori dei messaggi a volte comprensibili a volte no, ma rapidamente essi presero regolarita’ e senso. Contro ogni immaginazione e senza averlo ricercato esplicitamente, avevo cominciato ad essere un canale di messaggi ispirati. Spesso li scrivevo al computer, battendo le parole sulla tastiera, senza guardare il monitor.

I giorni passavano, cercai di ricontattare Almar e di vederla, ma lei fini’ per farmi capire che non voleva vedermi. Rimasi sorpreso dalla relativa calma con cui incassai la sua decisione: non l’avrei piu’ disturbata. Qualche tempo dopo ricevetti un messaggio che aggiungeva qualche chiarimento sul rapporto con lei: “Almar e' stata tua compagna anche in altre vite, ma sempre in posizione subordinata ed e' questo che le provoca quel sentimento di repulsione: non vuole essere dominata. Quanto a te, il tuo attaccamento e' dovuto semplicemente a queste continue fughe di lei, che ti lasciano a bocca asciutta, senza consentirti di vivere il tuo sentimento.”

Un giorno mi telefono' Hari, dicendomi che aveva preparato le gocce di fiori di Bach per Do, una giovane amica a cui avevo parlato di quel tipo di terapia e che ne era rimasta interessata. Andai a prenderle e parlammo un po' anche della mia energia esuberante. Mi consiglio' di fare piu' attivita' fisica, di fare attivita' creative come la scrittura, di trovarmi una fidanzata. Con l'occasione riflettei a tutti i miei ragionamenti sull'eventualita' di una nuova compagna e riesaminai gli argomenti pro e contro: Edo mi aveva detto che avevo bisogno di una donna; Enzo mi chiese se mi sarei risposato; la stessa Daniela, coi suoi messaggi medianici, mi aveva esortato ripetutamente a vivere la mia vita in modo “completo” ed a trovarmi una compagna. Daltronde una persona di 58 anni come me, con abitudini sedimentate, puo' avere difficolta' ad adattarsi ad un nuovo rapporto; non avrei voluto creare disturbi nell'assetto familiare; soprattutto avrei voluto possibilmente coltivare un Amore, con l'A maiuscola.

Finii per capire che la Vita ci pone le sue condizioni. Forse noi crediamo di fare delle scelte, ma esse possono essere spinte da motivi che coscientemente ignoriamo e le spiegazioni che ne diamo – “ho deciso di fare l’ingegnere”, “ho deciso di fidanzarmi con Tizia”, “ho rinunciato a quel viaggio”, ecc. - sono solo una razionalizzazione di cio’ che ci capita, o che siamo stati ispirati a fare, o che avevamo deciso come nostro programma di vita, prima di incarnarci. Non diciamo correntemente che ognuno ha una sua vocazione? La vocazione e’ una chiamata, un’attrattiva irrazionale a cui non possiamo sottrarci e che puo’ benissimo dipendere dalle cause menzionate. Percio’ abbandonai le mie perplessita’ e decisi di lasciare che le cose della mia vita andassero per il loro verso. Intanto le mie tensioni energetiche si erano affievolite, forse grazie alle cure suggerite da Hari. Le conseguenze dell’apertura del cuore si erano ridotte, purtroppo insieme all’apertura stessa: ero ritornato abbastanza “normale”. Questo mi fece riflettere sul fatto che le nostre richieste possono essere intempestive. Secondo certi insegnamenti, il Signore sa quello che e’ bene per noi in un dato momento della vita. Se lo chiediamo ci puo’ anche dare qualcosa di piu’ e di diverso, ma poi ne subiremo le conseguenze.



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Un giorno mi venne un messaggio ispirato che diceva, tra l’altro: “Ci sono io: P., il tuo spirito guida; …. Se sei disponibile io ti aiutero' a sviluppare le tue facolta' gia' potenti. Quando sarai pronto completamente farai servizio per la gente. Accanto a te ci sara' un'aiutante che ti consolera' …”. Un altro messaggio mi disse che Sara era stata anche lei mia sorella, due incarnazioni fa. Questo chiari’ il probabile motivo della sua prima impressione di avermi gia’ incontrato, nonche’ il nostro senso di grande familiarita’. Mi suggeriva anche prudenza col gesto delle braccia a V, per non ingurgitare troppa energia rispetto alla mia ricettivita'; in effetti sperimentai che esso puo’ provocare insonnia, specie se praticato di sera. In un’altra occasione, al termine di una scrittura ispirata, quando stavo ancora concludendo, mi arrivo' una telefonata di Massimo, risposi <<Pronto?>>. Lui, che non sapeva nulla, disse: <<Che voce! Sembra che tu stia tornando dall'oltretomba>>. <<In un certo senso…>> risposi, colpito dal suo commento, ma senza dare spiegazioni.

In un altro messaggio mi fu scritto: "C'e' anche Lella, che ti dice di essere lieta perche' le sue letture ti consolano. Manda a dire a Dino che "le pesche sono finite, per questa stagione". Lella e’ il soprannome familiare della moglie disincarnata di Dino: Maria Antonietta. Alcune sue comunicazioni con Dino sono raccolte in un libro35, che avevo preso alla fine del cenacolo e che stavo leggendo. Mandai il messaggio a Dino, per sentire se avesse senso. Ricevetti una cordiale telefonata di Dino, che mi disse che il messaggio di Lella era centrato e scherzoso: lui aveva comprato recentemente delle pesche e mangiandole si era rotto la dentiera. Inoltre mi rassicuro' sulla scrittura, che talora e' inquinata dal nostro io, ma disse che bisogna continuare.



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In quel periodo mi accadde una cosa che mi lascio' perplesso: da molti mesi mi ripromettevo di rassettare la cantina, gettando un po' di roba inutile e riordinando il resto, per fare un po' di spazio. Non mi decidevo mai, spaventato dalla mole di lavoro che mi aspettavo di incontrare. Bussarono i miei vicini, che avevano bisogno di ospitare alcuni oggetti nella mia cantina: non obiettai che la cantina era gia' piena, ma mi resi disponibile e pensai che in qualche modo avremmo fatto. Loro si attivarono molto, vedendo la situazione e vollero prendere l'iniziativa di riordinare la cantina, prima di aggiungere la loro roba. Successe cosi' che il lavoro si svolse molto rapidamente ed efficientemente ed io ottenni in poche ore e con uno sforzo limitato quanto non avevo osato intraprendere per mesi; loro ospitarono la loro roba ed avanzo' parecchio spazio libero. Mi sembro' un bell'incoraggiamento dell'Universo - o della Provvidenza, o di Dio, secondo i modelli mentali - alla disponibilita' verso gli altri.





Mi fidanzo

Ai primi di giugno del 1999 Enzo Farina – il sensitivo che avevo conosciuto in India e che avevo preso a frequentare a Roma per delle meditazioni periodiche - mi invito’ a partecipare ad una gita nelle vicinanze di Roma, ci andai volentieri con un’altra ventina di persone, scelte tra i suoi amici e pazienti. Enzo penso’ di presentarmi in particolare una bella ragazza sulla trentina: Barbara, in quanto entrambi devoti di Sai Baba. Vedendo che - diversamente dagli altri - Barbara non aveva con se' qualcosa su cui sedere sulla terra umida, le offrii di condividere l’asciugamano che avevo portato e che acquistai nell'ashram di Baba; simpatizzammo e mangiammo insieme quello che avevamo portato. Barbara mi disse che anche sua madre: Maddalena conosceva Enzo ed era devota di Baba e proprio in quel periodo si trovava in India da Lui. Maddalena frequentava talvolta il centro Baba dove andavo anche io, percio’ si raccomando’ insistentemente d’incontrarla al suo ritorno e disse la stessa cosa a sua madre, quando torno’ dall’India.

Dopo poche settimane mi informai dalla presidente del centro sull’arrivo di Maddalena, che era stata insieme a lei in India, ma mi fu detto che Maddalena ed altre persone si erano trattenute una settimana in piu’ degli altri. La settimana successiva dimenticai di ripetere la domanda e fu Maddalena che mi avvicino' al centro Baba, riconoscendomi dalla descrizione di Barbara e presentandosi come la mamma di lei. Era una bella donna, vivace, sorridente, estroversa, non molto alta, dal corpo proporzionato e capelli grigi e neri corti; portava dei begli occhiali. I suoi occhi mi colpirono, ne rimasi affascinato e capii che Maddalena poteva essere la donna che mi era stata destinata. Tornai al centro Baba ogni giovedi' e domenica, nella speranza di rincontrarla, ma Maddalena non si faceva rivedere e sembrava non tanto interessata dall'incontro fatto. Seppi poi che nei miei confronti si manifestava in lei un sentimento bivalente di attrazione e timore; perche'? Lo avremmo compreso parecchio tempo dopo. Infine mi feci dare il suo numero di telefono da un’amica comune e le telefonai, offrendole un passaggio per andare al centro Baba. Parecchie settimane dopo – quando prendemmo confidenza - mi confido’ che, sentendo la mia voce in quella telefonata, le sue gambe presero a tremare irresistibilmente e non pote' fare a meno di accettare l'invito. Gli incontri si susseguirono. Seppi anche che lei era separata da suo marito ed aveva chiesto mentalmente a Sai Baba che, se avesse dovuto avere un nuovo compagno, fosse un Suo devoto. Inoltre Monica - una sensitiva albanese che leggeva i fondi del caffe’ (o almeno li utilizzava come elemento di stimolo per la sua sensitivita’) - le aveva predetto che avrebbe conosciuto un uomo alto, libero, con due o tre figli, il cui nome cominciava con la P.

Ricevetti un messaggio ispirato da Daniela, che diceva: “Sono contenta che Maddalena ti piaccia, e' una brava signora e aspetta da tempo di incontrare uno come te, anzi te! Vedrai che starete bene assieme, ha tanto da dirti e da fare con te, piu' di quanto abbia saputo fare io, che ero su una strada diversa”. Qualche giorno dopo ebbi un messaggio ispirato della mia Guida diceva: “E' vero che Maddalena ti sara' vicina per il resto della vita. Amala senza riserve: e' la tua nuova compagna. Vi aiuterete a vicenda spiritualmente.”

Poco dopo averla conosciuta, Maddalena era andata in villeggiatura ed io fui invitato a passare qualche giorno in un paese della Toscana da Giorgio. Sul tavolo nella stanza a me assegnata c'era un blocco ed una penna, in una posizione che sembrava invitarmi a ricevere i miei messaggi. Mi misi a scrivere e venne fuori un testo che li’ per li’ non capii bene: "Oggi c'e' una novita': e' stato ritrovato un reperto archeologico in questo paese: e' il simbolo di quello che devi fare. E' stato trovato in un pozzo e rappresenta la fertilita', in quanto donazione d'amore totale.” Piu' tardi Giorgio mi invito' ad accompagnarlo in un monolocale ricavato da una ex cantina, al piano inferiore della sua casa. Guardandomi attorno, mentre lui faceva le sue cose, notai un oggetto che sembrava corrispondere alla descrizione del messaggio ispirato appena ricevuto: un fallo di terracotta, posto come soprammobile su una finestrella. Ne domandai l'origine a Giorgio, che mi disse essere stato trovato da sua moglie come reperto archeologico!

Tornato a Roma, Enzo mi invito’ ad una cena conviviale di suoi amici e pazienti, al ristorante Jaya Sai Ma; dopo cena propose un gioco-sensitivo: lui avrebbe scritto dei nomi di uomini, donne e segni zodiacali tratti da ispirazioni, su dei bigliettini, che avrebbe messo in dei cestini; noi avremmo estratto a sorte un bigliettino di persona dell'altro sesso ed un segno zodiacale: cio' avrebbe indicato la persona che entro l'anno sarebbe diventata nostra amica (pura e semplice o compagna). Io estrassi il nome di “Angela” ed il segno “vergine”. In seguito conobbi la migliore amica di Maddalena, e scoprii che si chiamava appunto Angela, una donna della mia eta’, alta, coi capelli tinti di rosso. Poi Enzo torno' con un cestino, in cui erano avanzati alcuni biglietti, invitando chi voleva ad estrarre un altro bigliettino, che avrebbe indicato stavolta la fidanzata; io ne presi uno ed usci': “Maddalena”! Nel leggerlo saltai sulla sedia. Successivamente ebbi occasione di incontrare Enzo a tu per tu e di accertarmi seriamente che non avesse fatto alcun trucco per far uscire quel nome.

Nel corso di una prima cena con Maddalena ebbi la crescente sensazione di aver gia' vissuto con lei; il giorno dopo scrissi un'e-mail a Sara, pregandola di domandare alla sua Guida se potevamo avere informazioni su vite pregresse di me e Maddalena (non volevo farlo da me, per evitare possibili autosuggestioni). La risposta arrivo' prontamente e fu evasiva: diceva che non e' sempre bene sapere certe cose, che potrebbero disturbare il rapporto attuale. Io avrei riconosciuto sempre piu' persone incontrate in vite passate, a causa della parziale apertura del mio chakra del cuore. Comunque ogni notizia utile alla mia crescita mi sarebbe stata comunicata. La risposta, ancorche' priva di indicazioni, ammetteva implicitamente il mio assunto: avevamo avuto una o piu' vite precedenti assieme: un fatto che si sarebbe precisato in grande dettaglio nel seguito. Telefonai a Maddalena e le dissi della nostra conoscenza pregressa, come da me sentita e riscontrata dal messaggio. Maddalena fu subito d’accordo: anche lei era rimasta stupita dalla confidenza che aveva trovato nei miei confronti; difficilmente si sarebbe confidata tanto con altri.

Alcuni giorni dopo Angela – l’amica di Maddalena – ci invito’ nella sua villa in campagna, dove scoprii che, oltre ad essere anche lei devota di Baba, era pranoterapeuta. Praticava anche l’astrologia e mi resi conto che essa e’ ben diversa da quella offerta sui rotocalchi, in cui si sparano predizioni sommarie per milioni di persone con lo stesso segno. In un oroscopo personalizzato si tiene conto di tanti altri fattori identificabili sulla “carta del cielo” della persona, in base all’ora e luogo di nascita, e si puo’ pervenire a predizioni anche molto dettagliate. Angela faceva anche una forma sua di divinazione, che fonde la cartomanzia con l’astrologia: le “carte astrologiche”. Usava alcune carte scelte da due mazzi uno francese (dodici carte), l'altro italiano (dieci carte). Le carte francesi rappresentavano i segni astrologici, le italiane i pianeti. Il consultante deve scegliere e disporre le carte rappresentanti i dodici segni, in cerchio e poi associarvi i dieci pianeti (lasciando 2 segni scoperti dai pianeti).

carte astrologiche

A me disse alcune cose che ribadivano predizioni gia’ ricevute tra cui che avevo potenzialita’ per la bioenergetica.

Angela esamino’ anche la mia carta del cielo – la situazione astrologica al momento della mia nascita 7/3/41 ore 1.00 solare – Sono del segno dei Pesci, con ascendente Sagittario, Marte in I casa, Mercurio Venere e Sole in III casa, Giove e Saturno in V, Luna in VII, Plutone in VIII, Nettuno in X casa. Da cio’ ed altri dettagli trasse delle risposte molto pertinenti:

CARATTERE: Razionale, riflessivo, forte, determinato interiormente, intelligente. Atteggiamento severo, parla poco, con scarsi attaccamenti.

AMICIZIE e PARENTELE: Poche amicizie, ma buone Bene con la famiglia e l'ambiente, ma con perdita. Figli e benessere OK, ma con appesantimenti.

STUDIO, LAVORO, DENARO: Buon rapporto col lavoro e con rapidi e frequenti viaggi. Lavoro movimentato, con riunioni e conferenze. Acquisizione e possesso facile, libero, distaccato. Il benessere viene dall'intelligenza e da eredita' della famiglia.

AMORE e MATRIMONIO: Colpi di fulmine. Amato dalle donne. Buon matrimonio. Conosce la moglie in mezzo alla gente e le da' spinta a migliorare. Matrimonio tradizionale, non trasgressivo, all'insegna dei valori della famiglia. Deve tirare fuori l'Amore. Incontro con nuova partner per lavoro nell'occulto e sviluppo dell'emotivita'.

SPIRITUALITA': Grosso potenziale energetico interiore. Ha operato trasformazione interiore, con lunga ricerca spirituale e meditazione.Successo nell'occulto, con Amore.  

FUTURO: Poche prove della vita, ben affrontate con l'aiuto della spiritualita'. Tra l’altro disse che Urano, congiungendosi con Venere, con Giove in buon aspetto dal 15/3/2004 mi avrebbe portato: apertura interiore e verso gli altri, o nuova amicizia importante, o rinnovamento del rapporto coi figli, o annuncio di nascita di un nipote. La mia prima nipotina nacque proprio il 15/3/2004.

Alla villa erano presenti anche una sua amica marchigiana, con due bambine: era sensitiva ed aveva praticato in passato la scrittura ispirata ed ora lavorava con lo shiatsu. Alla fine dei colloqui, Angela mi disse di sentire che lei ed io eravamo stati qualcosa in una vita precedente, ne convenni. Esaminando i libri astrologici, in base ai nostri segni risultava che potevamo essere stati padre (io) e figlia.


Maddalena si sente molto legata a Tahiti ed alla Polinesia dove ritiene di essere vissuta, e dove avrebbe incontrato un giovane militare inglese. I due ebbero una storia d'amore, ma lui dovette ripartire lasciandola con la vana speranza di tornare. Lei si sarebbe poi suicidata per il dolore dell'abbandono (successivamente capi’ che non si era suicidata, ma era stata uccisa). In gioventu’ fu molto colpita e commossa dalla visione del film “L’ammutinamento del Bounty”, che include una storia simile tra un ufficiale inglese ed una nativa polinesiana. Maddalena riconosceva l'abbraccio dell'addio in una posizione in cui lei, triste, piccola e formosa, sta con la testa chinata sulla spalla di lui. Si vede anche rivolta all'oceano nella vana attesa del ritorno dell'amato. Sogno' anche di essere abbracciata ad un uomo di cui pero' vedeva solo la nuca, sia direttamente che in una visione dal retro dell'uomo stesso e senti' forti vibrazioni d'amore e tenerezza. Si sveglio' piangendo dal desiderio di riprovare quelle sensazioni. Dopo avermi conosciuto sa che l'amato, allora perduto ed ora ritrovato, sono io. Mi immagina alto, biondo, con un ciuffo verso sinistra, in divisa, con le spalline e la bandoliera per la sciabola. Questo combina con la mia idea di essere stato un inglese che viaggio' lontano dall'Inghilterra, andando tra l'altro in India. Maddalena ha inoltre un'inspiegabile avversione per gli inglesi e per la loro lingua, cosa che si potrebbe spiegare con il suo antico abbandono. Tale abbandono si puo' anche collegare con le sue paure attuali di essere abbandonata, rifiutata. Un messaggio medianico rispose ad una domanda sull'argomento, confermando che le visioni di Maddalena su Tahiti erano giuste e che ci incontrammo anche in altre vite (… sei stato suo figlio e suo padre, suo amante e suo marito, suo genero e sua nuora. Vi siete sempre amati.).


una ragazza polinesiana

una ragazza polinesiana

Maddalena ha anche un vivo interesse per Parigi. Le canzoni e le poesie d’amore parlano spesso della “donna (o uomo) del destino”: dopo le nostre peripezie, come negare che questa espressione sia realistica, anziche’ semplice frutto di un’esagerazione poetica?

In agosto tornai in India, da Sai Baba, recando con me diverse lettere di parenti e dei nuovi amici, inclusa Maddalena ed alcuni dei suoi figli. Sai Baba me le prese, mi dette degli sguardi positivi ed ebbi anche l’opportunita’ di un breve scambio verbale con Lui: ci trovavamo in prima riga. Swami si avvicino' sorridente verso di me e prese le lettere che gli porgevo. Lungo il Suo percorso, dopo di me c'erano altri tre componenti del nostro gruppo: Domenico, Giuseppe e suo figlio Yuri. Domenico Gli tocco' i piedi36. Yuri, quando Baba stava arrivandogli vicino, disse: <<Baba: Interview, Interview>>. Baba disse: <<Where from?>> Nessuno rispose, perche’ nessuno l’aveva udito! Giuseppe, che pure si era associato alla richiesta del figlio, ripetendo <<Interview>>, stava aspettando solo l’auspicata parola <<Go!>> e non senti’ la diversa frase di Baba. Domenico ed io non avevamo neppure udito la richiesta dei nostri compagni. Baba ripete': <<Where from?>>, voltandosi stavolta indietro, verso di me, che fui l’unico a sentirla e risposi: <<From Italy, Swamiji37, Italy >>. Lui mi guardo' di nuovo brevemente, sorridente, poi prosegui': fu come se Baba avesse colto l’occasione per offrirmi la possibilita’ di quel breve scambio verbale col Maestro (Sambhashan), che secondo la tradizione indiana ha un grande valore, perche’ cancella le afflizioni.

Tornato a Roma, ripresi contato con Maddalena ed andammo nella villa di Angela per un paio di giorni, durante i quali facemmo varie attivita’, tra cui meditazione, cartomanzia ed esercizi vari ; il nostro rapporto stava maturando lentamente. Durante i colloqui notai la diversita' tra l'approccio di Baba e quello della Madonna di Medjugorje, che parlava spesso di Satana e dell'inferno; dissi che “non La sentivo molto vicina”. Qualche giorno dopo, durante la notte, avvenne uno strano incidente: sentii un colpo secco, che mi sveglio' ed attribuii ad un improvviso cedimento di una saldatura del mio letto metallico. Stavo per riaddormentarmi, rinviando all'indomani l'analisi del presunto guasto; poi, nel voltarmi verso sinistra, sentii accanto alla mia testa un oggetto solido: accesi la luce e vidi che era un'icona della Madonna, che si trovava accanto al mio cuscino. Dopo qualche riflessione capii che era l'immagine inserita nel quadro che ho a capo del letto, che si era scollata dal quadro stesso ed era caduta accanto a me, dopo essere probabilmente rimbalzata sulla testata del letto d'ottone, producendo il rumore che mi aveva svegliato. Mi venne fatto di pensare che la Madonna avesse voluto manifestarmi la Sua vicinanza, al contrario di quanto avevo pensato in precedenza.

L'amministratore di un appartamento che avevo ad Ostia mi aveva informato che la mia porta era stata forzata. Andai a vedere cosa fosse successo. Trovai che la forzatura non era poi tanto evidente e la porta, sebbene leggera e con due modeste serrature - in passato ero riuscito ad aprirla io stesso, in un’occasione in cui ero rimasto chiuso fuori - aveva retto. Dall'esame della situazione, anche assieme all'amministratore e suo genero non si spiegavano i motivi di quella resistenza. Io, poco tempo prima - avevo lasciato in casa una foto di Baba ed avevo pensato che mi avrebbe protetto. I condomini dissero che anche l'appartamento prima del mio era stato oggetto delle attenzioni di certi zingari, scacciati dall'inquilina. Poi notarono che tutti i campanelli erano stati contrassegnati da certi simboli usati dai nomadi per indicare la situazione delle case (numero e tipo di abitanti): sul mio c'era un triangolo, che fu interpretato mediante un foglio con i codici dei simboli, in possesso di una condomina: significa “donna sola. Ricordai che Baba era stato visto come una donna, nelle sue apparizioni a persone che non lo conoscevano, a causa della sua veste lunga e della foggia dei suoi capelli. Sai Baba aveva voluto dimostrarmi la Sua protezione?



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Nel novembre del 1999 Angela mi presto' un libro sul Reiki, che lessi con interesse ed applicai per cercare di alleviare alcuni disturbi di Maddalena, Maria e Giorgia. Loro dissero di sentire l'energia dalle mie mani e sembrarono avvantaggiarsi della mia pranoterapia, come mi era stato predetto. Di pranoterapia parlai anche con Claudio, un medico alternativo, che curava con i magneti. Mi disse che io avevo effettivamente delle capacita', di livello circa meta' del suo. Cerco’ di insegnarmi a rivelare le zone ammalate, passando le mani sul corpo disteso del paziente fino a vedere la destra accorciarsi rispetto alla sinistra; poi dovevo applicare le mani una sull'altra con le dita sfalsate, sul punto individuato. Io pero’ non riesco a farlo; sento invece una vibrazione dei timpani e ritengo che cio’ avvenga quando l’energia passa dentro il mio corpo per riversarsi in un organo del paziente che ne ha bisogno. Alla fine, sempre secondo Claudio, devo accarezzare vigorosamente l'aura, dalla testa verso i piedi, con gesti circolari, come impastandola, allo scopo di rimescolarla.

In quel periodo Barbara mi presto’ un altro libro di Weiss: “Oltre le porte del tempo”, che trovai molto interessante, come gli altri. Ne copiai il capitolo finale e l'appendice, che contiene le istruzioni per fare una regressione da soli e le registrai su nastro magnetico, per seguirle ad occhi chiusi. Provai quindi l'esercizio di regressione, da solo, usando il nastro. Mi vidi - piuttosto vagamente - giovane, vestito da antico romano coi calzari allacciati fino ai polpacci ed il gonnellino. Ero in un palazzo di marmo bianco ed ebbi l'impressione di essere una guardia ed avere una daga. Poi mi e' venne incontro una giovane donna vestita di bianco, senza maniche, con i capelli scuri tirati su e due boccoli pendenti presso le orecchie; aveva qualcosa in mano, come una piccola anfora; poteva essere un'ancella. Era graziosa, ma non ebbi particolare attrazione per lei. Quelle visioni sarebbero state confortate da regressioni successive avute con un’esperta.

Per Natale Maddalena mi regalo’ una medaglietta con l’immagine di Sai Baba, che aveva acquistata in India ed che aveva fatto montare in oro in Italia: non ero stato soddisfatto nel mio vecchio desiderio di ricevere una medaglietta di Baba? Certo, non me l’aveva materializzata Lui, ma me l’aveva fatta avere indirettamente, come spesso fa. Negli anni successivi piu’ volte Maddalena mi offri’ di cambiarla con una piu’ grande, ma istintivamente rifiutai con decisione l’offerta.

In Aprile Canale 5 trasmise un bel film in due puntate su Padre Pio. Oltre all'ottima interpretazione, notai una interpretazione del Padre:

Il male non esiste, e' una nostra visone distorta della realta', e' come vedere un ricamo dal di sotto; quando vedremo la realta' dal verso giusto ci apparira' bella qual'e'

La cosa singolare di questo insegnamento - inusuale per un esponente cristiano - era che combaciava bene con quanto tramandato dalla filosofia Vedanta ed insegnato da Sai Baba.

In Maggio andammo da Sai Baba, presso l’ashram estivo di Brindavan38, a Whitefield, vicino Bangalore. Baba nel periodo piu’ caldo dell’anno - quando il sole e’ piu’ forte, ma non ci sono ancora le nubi monsoniche a schermarlo – per un mese o due, generalmente si trasferisce li’, dove la quota e di circa 700 m e la temperatura dell’aria e’ meno calda. Il gruppetto era formato da noi due, Teresa – devota da molti decenni - ed altri due devoti. Alloggiavamo in camere d'affitto fuori dall'Ashram, che e' piccolo ed ha scarsa ricettivita'. La mensa e' simile a quella di Prashanti Nilayam. Il Darshan, con giro e raccolta lettere e' solo al mattino, mentre al pomeriggio si cantano i bhajans, alla presenza di Baba. Durante la nostra permanenza capito' il Budda Purnima (festa del compleanno del Budda), con affluenza notevole di devoti buddisti.

Teresa ci porto' a Virgonagar, una localita' ad una decina di chilometri da Whitefield, dove delle suore salesiane aiutano famiglie bisognose, dando in adozione a distanza dei bambini. Maddalena adotto' il piccolo Arish, di anni 4, che le fu presentato e per cui senti' subito un trasporto particolare. Una scrittura successiva rivelo' che Arish era stato marito di Maddalena in una vita precedente. Maddalena era stata dunque condotta misteriosamente da lui, magari per rendergli un debito di un’altra vita? Teresa ci porto' anche a conoscere un vecchio devoto di Baba: Sri Dorairaj. Abita in una casa dietro l'ashram, in una strada di fronte all'ufficio postale. Dopo l’ora della puja (cioe’ della preghiera) accoglie i visitatori che vogliono vedere i suoi quadri. Sono quattro grandi quadri: due di Sai Baba, uno di Shirdi Baba39 ed uno di Gesu'. Tutti e quattro si ricoprono spontaneamente ed abbondantemente di vibhuti40, che si riforma continuamente man mano che Dorairaj la raccoglie, per darne un po’ ai visitatori. Accetta delle offerte che devolve ad un orfanatrofio.



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Al nostro ritorno, Maddalena – che aveva sempre avuto l’impressione di essere gia’ vissuta in Polinesia - mi chiese di domandare alla mia Guida se le sensazioni che stava avendo, su un nostro incontro in Polinesia fossero realistiche. Cio' fu confermato e mi vennero aggiunti dei particolari:

E' vero: quello che Maddalena ha sentito e sente e' vero. Voi siete stati amanti tanto tempo fa in Polinesia. Era stata un'incontro casuale, di una barca arenatasi presso un'isola. Tu eri un marinaio, comandante dell'imbarcazione e tra voi nacque l'amore. Poi dovesti andar via, rientrare in patria: l'Inghilterra e speravi di tornare, ma cio' non pote' avvenire. E' stata una delle tante vite spese insieme, incontrandovi quando piu' a lungo, quando meno. E se stavate per sposarvi cio' fu impedito da un altro karma.

Per quanto riguarda il karma che ha scontato in questa vita, Maddalena puo' sapere che si tratta di una serie di episodi in cui lei volle confrontarsi con persone piu' potenti e ne usci' vittoriosa, ma a prezzo di varie scorrettezze, che ora ha pagato. E' difficile spiegare tutto, ma piu' in la' capira' e potremo dire di piu'.

Era una brava donna e lo e' stata a lungo, ma tutti sbagliamo ogni tanto e ne facciamo le spese. Hai visto cosa accade a fare le bizze? E' sempre meglio essere pazienti e ragionare bene prima di agire e parlare. Pero' ora e' la stagione della speranza e del successo anche se costellata da qualche piccola difficolta'. Imparate a comportavi al meglio e tutto andra' sempre liscio. Le difficolta' poi sono proporzionate alla vostra evoluzione e quello che sembrava insuperabile ieri, diventa accettabile oggi e facile domani.

C'era anche una signora li', era l'attuale mamma di Maddalena; all'epoca era il capo tribu'. Forse e' per questo che Maddalena aveva soggezione di lui allora e difficolta' con lei ora.

Ma bisogna tener presente che un capo ha dei doveri da esercitare, che gli piaccia o no.

Inoltre c'era anche la zia di Maddalena, quella che sta in Svizzera e, all'epoca svolgeva il ruolo di madre di lei.”

Maddalena, nel corso di un nostro incontro, ebbe l'impressione che il mio nome in passato - in Polinesia - fosse “Thomas”.



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Verso la fine del 1999 mi si era formato un bozzetto sulla palpebra destra; il medico disse trattarsi di un “calazio”: un deposito di grasso sottocutaneo; non dannoso, finche' non dava fastidi, ma solo antiestetico, in quanto forma una bollicina biancastra. Non gli detti peso per un po', poi Maddalena comincio' a dire che era meglio me lo facessi togliere. Attesi ancora, poi mi feci fare una richiesta per visita specialistica e successivo intervento, ma lasciai cadere la cosa. Nel frattempo io pensavo che l'intervento chirurgico fosse un po' una violenza sul corpo e cercai di risolvere la cosa con l'applicazione di vibhuti mista ad olio e con tecniche suggestive, che apparentemente non ebbero effetto immediato. Operai con una sorta di autoipnosi, dando ordini ai miei organi ed alle cellule del sangue, in stato di coscienza Alfa: quello che si raggiunge nella meditazione profonda. Dopo circa un anno, su ulteriori insistenze di Maddalena, chiesi una seconda impegnativa per la visita, che prenotai presso il policlinico Gemelli, intanto inviai ordini piu' perentori al mio corpo perche' guarisse da se’. Maddalena pero' mi suggeri' di sentire il suo medico di famiglia, anche dermatologo, per un eventuale intervento privato. Il dermatologo vide che il calazio non era poi cosi' grande da intervenire e suggeri' di soprassedere. Nei giorni successivi il calazio scomparve.

Intanto sia io che Barbara avevamo la sensazione che esistesse qualche rapporto antico tra noi e lo stesso nostro incontro, che l’aveva spinta ad insistere perche’ incontrassi sua madre non fosse stato casuale. Percio’ domandai informazioni alla mia Guida spirituale, che lo confermo’ ed aggiunse alcuni particolari: “… siete stati marito e moglie in passato; ecco perche' ti sente vicino. E' stato quando non c'era Maddalena nella tua vita, ma poi in altre vite Barbara ed Maddalena sono gia' state insieme, con vari ruoli, anche di rivalita'. Era ora che si ricomponessero alcune conoscenze del passato e vedrai che le cose si metteranno sempre meglio. Se vuoi, puoi vedere come ti senti se guardi Barbara negli occhi, dato che tu senti poco questa comunanza di vita passata. Ora, comunque, i vostri sentimenti sono di natura diversa: filiale o’ amichevole.”


Altre rivelazioni sul mio passato le ebbi dalla mia Guida spirituale P., che in alcuni messaggi ispirati scrisse:

Carissimo Paolo, Sono un'entita' recentemente vissuta col sesso femminile, anche se in passato sono stato un maestro orientale, tibetano maschio. E' li', in Tibet, che ci conoscemmo; tu eri un chela41 e mi hai seguito per molti anni; poi sei stato mio amante in un'altra vita, quando ero donna. Ora sono in uno stato disincarnato da parecchio, ma siamo stati vicini anche in questo stato. Cosi' ho deciso di guidarti in questa tua incarnazione, che sara' decisiva per te ed anche per la tua compagna Maddalena. Farete grandi progressi, insieme a molti sforzi e difficolta', anche sofferenze, ma ne varra' la pena. E' sempre cosi', piu' si fatica, piu' si raccoglie e voi lo sapevate e lo avete accettato incarnandovi. Anche voi, come sai, siete stati insieme per molte vite ed avete deciso di vivere insieme parte di questa vita qui. E' cosi' che va il mondo: si nasce, si cresce e si ritorna qua. …”

Carissimo Paolo, E' con gioia che ti dico di essere stato tuo padre in una vita passata; era di maggio quando tu nascesti da me e da mamma tua, che era una pastorella del Medio Oriente; si chiamava Riel ed era figlia di un ricco pastore della Mesopotamia.

Oltre a te avemmo 5 figli: Mael, Riel, Stupa, Gisen, Andros. Tu ti chiamavi Michele (versione italiana) e facesti il fabbro. Noi conducevamo una vita tranquilla e tradizionale, accontentandoci di quello che avevamo e potevamo fare, con una buona religiosita' verso gli dei della nostra tradizione mesopotamica. Andavamo d’accordo con tutti e davamo una mano a chi ne aveva bisogno. E' cosi' che siamo diventati amici e confidenti. Nelle sere d'estate si parlava anche un po' di filosofia e dello scopo della vita. Poi abbiamo avuto molte altre incarnazioni insieme, finche' tu hai deciso per questa ed io per essere la tua guida. …”




Una mamma tocca il figlio scomparso

Il 4 e 5 Novembre del 2000 tornai a Monte Conero, con Maddalena e Maria, per partecipare ad un nuovo cenacolo. Fu una bellissima esperienza, in un clima di affetto e condivisione. Maddalena ebbe la visione di una gran luce dietro una certa Gabriella, madre di un ragazzo suicida. Fece per la prima volta una scrittura ispirata, durante l'apposito esercizio a coppie. Ne fu entusiasta e disse che, al di la' delle esperienze comunicative, aveva sentito una apertura di cuore.

Maria vide distintamente, nell'esercizio della meditazione guidata, il suo figliolo scomparso nelle vesti di un barcaiolo, che le porgeva la mano per aiutarla a salire sulla barca e ne senti' il contatto fisico, che tanto desiderava. Quell’esperienza le rimase molto impressa ed appagante. Inoltre ebbe della psicometria – confermata dal suo partner - durante l'esperienza di scrittura ispirata a coppie. Infine Papa Giovanni – la Guida del Gruppo - la chiamo' ad intervista privata, dandole sia un bel messaggio proprio, sia finalmente l'opportunita' di sentire direttamente suo figlio: la cosa che aveva sempre desiderata. Io, per la prima volta, feci della scrittura ispirata in pubblico, durante i colloqui; poi canalizzai addirittura un messaggio di Sai Baba, durante un esercizio in cui mi vidi a Prashanti Nilayam. Maria e Maddalena si dissero convinte della validita' della canalizzazione.

Al nostro ritorno Maddalena continuo' a scrivere per un certo tempo sotto dettatura di sua nonna Vittoria. In quel periodo Maddalena mi racconto’ di aver percepito che Maria era stata sua sorella in Polinesia ed un notte sogno' di tenermi in braccio, essendo io neonato, biondo con gli occhi azzurri: due premonizioni che sarebbero state confermate di li’ a poco tempo.

La reincarnazione stava diventando per me un modello molto utile e soddisfacente per spiegare tante cose della vita: incontri “speciali”, simpatie ed antipatie, doti, capacita’ innate, sofferenze, ….. Secondo le esperienze professionali di Weiss ed altri, non solo noi ci reincarniamo, ma lo facciamo per lo piu’ insieme alle persone del nostro gruppo, che cambiano ruoli: un padre ed un figlio possono reincarnarsi come marito e moglie, due avversari possono reincarnarsi come fratelli, allo scopo di superare le loro divisioni, ecc. La maggior parte delle persone con cui abbiamo o formiamo legami familiari o di amicizia sono parte del nostro gruppo, un po’ come se fossimo una compagnia teatrale in cui, per un periodo recitiamo una parte in una commedia, poi passiamo ad un altro ruolo in un dramma, ecc. La decisione avverrebbe dopo aver lasciato questo mondo ed aver riesaminato lo svolgimento della vita appena vissuta come in un film. Dopo il riesame ci rendiamo conto degli aspetti irrisolti dei nostri rapporti e delle vicende in cui l’amore non e’ stato praticato adeguatamente. Poi decidiamo – con l’aiuto di Maestri dedicati a questa attivita’ e d’accordo con le entita’ coinvolte nelle vite passate – come, dove e quando rinascere e da quali genitori. Secondo questo modello i genitori ce li scegliamo noi e loro si prestano ad aiutarci a scendere nuovamente sulla Terra, per completare le nostre esperienze e superare i nostri problemi. Avremmo quindi un motivo ed un debito in piu’ di gratitudine nei loro confronti che non sia solo per averci messi al mondo ed allevati. In questa luce non troverebbe una nuova e piu’ soddisfacente spiegazione il comandamento biblico “Onora il padre e la madre”?

Alla luce delle teorie e le esperienze di Weiss il mio stupore per tanti incontri rivelati come eredita’ di vite passate si attenuo’ e si muto’ in apertura. Con l’esperienza diretta scoprii anche che la conoscenza delle vite passate puo’ avvenire in molti modi: intuizione spontanea (questa e’ frequente nei bambini piccoli e nei ricercatori spirituali, ma avviene spesso a tutti e si manifesta con sensazioni di simpatia o antipatia, di aver gia’ conosciuto una persona), regressione guidata, meditazione, rivelazione di sensitivi, messaggi ispirati ecc. Alcune di queste evenienze ci erano gia’ accadute, altre numerose e crescenti ci sarebbero venute piu’ tardi.

Una conferma di questo mi venne da un messaggio che mi era stato chiesto da mia figlia Laura, la quale voleva informazioni sulle sue vite precedenti:

“………Venendo alla tua domanda per Laura, ti potrei dire che lei e' stata tua sorella in passato, ma questo e' quasi scontato; quanto ad Antonio, egli fu suo marito gia' piu' volte e dunque si rincontrano per portare avanti un'esperienza incompiuta, da perfezionare con la pazienza e la comprensione. … Inoltre c'e' un altro rapporto ripetuto per Laura: quello con te. Voi siete stati, infatti, marito e moglie in una vita passata e percio' vi trovate in armonia particolare. E' stata un'unione felice ed appagante, ma ora e' servita questa incarnazione per la scelta del successivo partner.

Il modello di Weiss e' buono, anche se incompleto e descrive abbastanza bene gli intrecci che ci sono tra noi, nelle varie vite. Forse quello della grande compagnia teatrale spiega qualche altra cosa, specie se allargato all'esterno, con attori che si aggiungono e ed altri che si allontanano. Tanti sono i fatti ed i misfatti che si intrecciano continuamente tra i personaggi, e gli interpreti se ne avvalgono per crescere in esperienza ed umilta'.

Stasera, inoltre, hai imparato come non ci voglia poi chi sa quale isolamento e concentrazione per sintonizzarti con noi; basta volerlo ed aprirsi. ……..”



* * *


Nel dicembre del 2000 Giorgia volle cambiare l'arredamento della sua stanza e quindi avanzarono i due materassi originali del mio letto, che erano stati usati dalle mie figlie per il periodo successivo alla scomparsa di Daniela. Avevo fatto questo cambio perche' avevo la sensazione che quei materassi mi drenassero energia con conseguenti difficolta' digestive e mal di capo. Piu’ di una persona mi disse che la sofferenza si manifesta come un’energia, che si fissa sugli oggetti – ne sanno qualcosa gli “psicometri”: sensitivi in grado di visualizzare delle situazioni passate, toccando o avvicinando degli oggetti – e specialmente nelle fibre. Dopo tanto tempo pensai che quell'effetto fosse finito, anche perche’ i miei figli non percepivano alcun fastidio e ripresi i materassi, che erano ancora buoni. Purtroppo i disturbi digestivi riapparvero forti. Perche’ ne risentivo solo io? Contemporaneamente una cara amica - saputo questo - mi disse che un suo amico scartava due materassi a molle seminuovi: uno lo prendeva lei e l'altro potevo averlo io. Presi il materasso e lo misi al mio posto, mettendo delle coperte piegate nel posto a fianco, per pareggiare l’altezza del letto. La cosa non era finita: pochi giorni dopo, quando stavo gia' constatando il modesto aspetto del letto cosi' raffazzonato, un'altra amica di Maddalena mi fece sapere che stava scartando un materasso a molle nuovo, in seguito al trasloco di sua madre. Cosi', provvidenzialmente, avevo completato la trasformazione, o almeno lo credevo, infatti ai primi di marzo Marco mi chiese di scambiare il suo cuscino col mio, cosa che feci subito, senza pensarci due volte, anzi con piacere, giacche' il cuscino che Marco mi volle dare era un mio vecchio cuscino di piume, al quale ero affezionato, perche' fatto con le piume che mia madre mi disse avevano costituito il materasso della mia culla. Poi lo avevo usato per decenni ed era comodo; avevo dimenticato il motivo per cui era in uso da parte di Marco. Purtroppo dopo poche notti che lo usavo mi torno' una forte difficolta' digestiva e dolori di testa, finche' sospettai del cuscino e lo cambiai. Dovevo averlo dato a Marco per gli stessi motivi dei materassi e poi lo avevo dimenticato.





Regressioni a vite precedenti

Angela aveva un amico che stava molto male ed al quale, in passato aveva praticato la pranoterapia. Penso’ di suggerirgli di provare la regressione a vite precedenti, perche’ sospettava che il suo problema fossa da ricondurre ad una vita passata, ma non sapeva dove trovare un operatore che potesse guidarlo professionalmente in tale impresa. Parlandone con me, ricordai di avere qualche informazione sull’argomento, infatti molti mesi prima ne avevo sentito parlare dalla mia amica Giuliana S. e – come d’abitudine – mi feci dare il recapito del centro che praticava la regressione, a Roma. Cosi’ quando Angela sollevo’ il problema fui pronto ad aiutarla. Ritrovai l'indirizzo del “Centro Joy” sulla mia agenda e ne contattai la titolare: Judith Sedlacek, psicologa viennese. Judith e' una bella signora bionda, cordialmente solare molto alta, presumo dell'eta' mia, dotata di forti capacita' sensitive, all’epoca aveva esplorato oltre 170 proprie vite anteriori in collaborazione con altri professionisti. Mi disse che teneva delle conferenze introduttive e ci andammo, insieme ad Angela. Sia Angela che Maddalena rimasero colpite favorevolmente da Judith e dalle vibrazioni del suo studio e decisero di chiederle un incontro privato. Angela fini’ per accompagnare il suo amico da Judith e poi si sottopose anche lei alle regressioni. Intanto Maddalena stava maturando l'idea di farlo, per cercare di liberarsi di qualcosa di ancestrale, che sentiva annidarsi nel profondo della sua mente.

In quel periodo, una notte sognai di andare al centro Joy con Maddalena: Judith proponeva di fare una prova su di me per mostrarla a Maddalena. Anziche' operare con il rilassamento e la suggestione, come descritto nel libro di Brian Weiss, con mia sorpresa, lei uso' una tecnica fisica, corporea: mi strinse le scapole con le dita. Io mi sentii rapidamente andare in un altro stato di coscienza, in cui ebbi la spiacevole sensazione di qualcosa di disgustoso in bocca, come due boccate di acqua di mare salata ed amara. Questo mi fece trasalire e uscire dalla regressione e poi dal sogno. Maddalena, a cui raccontai la mia regressione onirica, disse che secondo lei era quelle boccate di acqua salata erano basate su una sensazione effettiva del mio approdo in Polinesia, che doveva essere stato fortunoso. Nei giorni successivi Maddalena ebbe i suoi incontri privati con Judith ed io assistetti a quello di Maddalena: effettivamente - come avevo sognato - Judith non usava l’ipnosi, ma tecniche dolci, tra cui alcune leggere pressioni sulla schiena, come nel mio sogno; entrambe le signore vollero fare la regressione e ne ebbero grandi risultati

Per la regressione – che poi feci anch’io - la paziente viene stesa su un lettino, con un lieve sottofondo di musica new age, le viene fatto scegliere un profumo da mettere sui polsi ed inalare, poi Judith applica delle digitopressioni sulle scapole, le orecchie, la gola, il petto, ecc. Con tre respiri profondi si entra nella regressione, mediante semplici indicazioni e visualizzazioni della psicologa, simili alla meditazione guidata iniziale fatta nel Cenacolo. Inizialmente si chiede il permesso alla propria Anima: se e' d’accordo alla esplorazione di una vita precedente e quale. Infatti e' l'Anima che sovrintende alla conoscenza, decidendo se e fino a che punto e' opportuno sapere. Anche secondo altri Maestri non e’ bene sapere tutto, ma ogni cosa verra’ rivelata al momento in cui la nostra maturazione lo rendera’ utile; non per nulla nell’incarnarci abbiamo dimenticato le vite passate. Se la regressione ci fa rivivere situazioni emozionanti – felici o drammatiche – Judith svolge un’attivita’ di elaborazione dei sentimenti coinvolti, in modo da cercare di risolvere i problemi o approfittare delle emozioni positive. Le regressioni si svolgono in almeno quattro sedute: nella prima si regredisce in genere solo fino al nostro concepimento nella vita attuale e si esplorano i rapporti di questa vita, come in una normale seduta psicologica. A posteriori trovammo una conferma dell’ipotesi che le regressioni aiutano a comprendere molte cose della propria vita, gusti, desideri e repulsioni e quindi agevolano la correzione di certi comportamenti.

Maddalena rivisse episodi di una decina di vite passate: come donna atlantidea, guerriero del centro America, donna beduina che teneva in braccio me bambino (come presagito nel sogno di qualche tempo prima), bambina canadese, giovane monaco tibetano, marchesa di Montespan (la favorita di Luigi XIV), nobile bambina francese rapita, nobile ragazza ghigliottinata durante la rivoluzione francese di nome Denise, bambina toscana di nome Ambra, ragazza viennese, ragazza polinesiana.


un ritratto di madame di Montespan

un ritratto di madame di Montespan

Alcune di queste incarnazioni ebbero uno svolgimento particolarmente sentito e drammatico: nella vita in cui fu beduina, io ero suo figlio; nella vita in cui fu ghigliottinata, come “Denise”, vide me come soldato della rivoluzione, a cavallo, che suonavo un tamburo; anni dopo Maddalena confermo’ le sue visioni assistendo al film “Madame Sans-gene”, in cui si vedono soldati della Rivoluzione. Quella regressione forse spiegherebbe anche la mia giovanile passione per i tamburi.

La vita piu’ drammatica e significativa fu quella della Polinesia. In quella vita ebbe una relazione con me: comandante di un vascello inglese, in avaria temporanea laggiu’ e presto ripartito. Maddalena rivisse in particolare il nostro corteggiamento e poi il matrimonio spontaneo che facemmo: eravamo soli, al tramonto, in mezzo alla vegetazione. Lei indossava un pareo bianco ed aveva un fiore nei capelli, io ero biondo, coi capelli lunghi e lisci, la riga in mezzo ed un codino sulla nuca. Portavo pantaloni neri, camicia bianca ampia ed una cintura con grande fibbia, stavo con le spalle al mare. Eravamo l’uno di fronte all’altra, con le braccia tese e le mani dell’una poggiate su quelle dell’altro: fu un’impegno di tipo sacramentale. Maddalena disse molto emozionata a Judith: <<Come lo amo!>>. Poi Maddalena rivisse la scena della mia partenza: indossava un pareo con disegni di orchidee e vedeva il veliero salpare, piena di speranza nel rivedermi un giorno. Da quella relazione molto appassionata, le nacque una bambina. Apparentemente le leggi locali la condannarono, per aver tradito un suo precedente impegno con un fidanzato ufficiale e fu messa a morte, mediante accoltellamento al cuore. Anni dopo Maddalena vide in TV il film “Furore”, con Mia Farrow, ambientato nella Polinesia inglese dell’800. Oltre a ritrovare sensazioni a lei familiari, vide una vicenda simile alla sua, ma con i protagonisti di nazionalita’ scambiata (la ragazza era inglese e l’uomo polinesiano). Nel film, una ragazza polinesiana si suicida perche’ – promessa al protagonista – vedendolo attratto dalla ragazza inglese, per gelosia si concede ad un altro corteggiatore. Poi giunge il giorno del “rito della deflorazione”, che era praticato in Polinesia e serviva ad accertare pubblicamente la verginita’ della promessa sposa. Non potendo superare la prova la giovane polinesiana del film si suicido’ gettandosi sulla barriera corallina. Di quella vita drammatica ad Maddalena sarebbe rimasto quell’atteggiamento inizialmente ambiguo di attrazione - per il grande amore che c’era stato - e di timore inconscio verso di me - per le conseguenze che nella vita precedente quell’amore aveva comportato - nonche’ di diffidenza verso gli inglesi. Non sapemmo se e quando io fossi tornato all’isola, ma io ho ora una spontanea diffidenza verso relazioni con donne di altre razze: non mi attirano; che cio’ sia dovuto all’aver scoperto – nel corso di un mio eventuale ritorno - le conseguenze di quella storia? Inoltre questa rivelazione non spiegava il mio giovanile interessamento per un matrimonio celebrato dai soli sposi?

Le mie vite passate come francese ed inglese spiegherebbero forse la mia facilita’ nell’apprendere le relative lingue (anche il francese, che ho studiato solo per un paio di mesi). In un viaggio che facemmo insieme a Parigi Maddalena confermo’ alcune impressioni delle sue vite passate in Francia: a Versailles lei ebbe un’emozione appena scesa dall’autobus a fianco del palazzo reale. Passeggiando con me presso la chiesa della Madeleine ebbe una sensazione di “deja-vu” e, subito dopo, a Place de la Concorde ebbe un senso di profonda commozione, specialmente al centro della piazza, dove sentiva suono di tamburi: verificai poi che quello fu il luogo principale in cui si usava la ghigliottina durante la Rivoluzione.



* * *



In quel periodo mi passo' l'interesse per il caffe' e smisi di prenderlo spontaneamente. Forse da allora cominciai a sentire che stavo vivendo “un’altra vita”: era come se il periodo della mia vita precedente fosse esaurito e ne fosse iniziato un altro completamente diverso e separato, come una vita nuova. Anche Maddalena – indipendentemente - mi parlo’ di una sensazione analoga percepita da lei per se stessa.. Forse stavamo vivendo due vite condensate in una?

Dopo Maddalena, anch’io provai a sottopormi a regressione. In una di esse mi vidi in un ambiente dell'antica Roma. Ero vestito da soldato di guardia in un palazzo di marmo, penso imperiale, con una scalinata. Ero ai piedi di essa, di guardia, con una lancia in mano, un mantello rosso sulle spalle, il gonnellino, elmo con criniera e corazza dorata sul petto, calzari ai piedi. Mi rividi poi come antico romano nella regressione successiva, in marcia di trasferimento, come scorta di un carro che trasportava un personaggio illustre. Vidi l'accampamento notturno di questo corteo, coi militari attorno ad un fuoco. Poi mi vidi di spalle, come un giovane inglese, coi capelli biondi lisci, la camicia bianca larga, calzoni neri col cinturone, sulla spiaggia di un'isola tropicale, con le palme sul fondo; in mare mi sembro' di vedere un grande veliero. Vedevo davanti a me una ragazza attraente, abbronzata, distesa sulla sabbia, coi capelli scuri e la riga in mezzo. Quella regressione confermava quanto visto da Maddalena? E quanto sperimentato da me stesso nella mia regressione autonoma? C’era anche relazione con le mie giovanili sensazioni di familiarita’ con l’Inghilterra?

Finalmente Judith mi incoraggio' ad immergermi nella luce della "Fonte Originaria", presto mi sentii sprofondare in meditazione e sentii un Gioia crescente, accompagnata da un forte calore e bruciore al centro del petto. Il calore si trasmetteva anche alla mano destra che vi tenevo sopra, tanto che dovetti allontanare la coperta che avevo sopra di me. Era un esperienza che mi ricordava quella avuta due anni prima dopo la Meditazione Dinamica di Osho. Questa bellissima esperienza valorizzo' tutto l'esercizio.

Nella terza regressione - oltre che la scena come antico romano - vidi tre persone, in ambiente ricco ed abiti collocabili nel 1700 circa: due erano su un gran letto, vestiti, ma in approcci amorosi. Vidi il viso della donna, che guardava verso di me in arrivo (dovevo essere la terza persona) con occhi tondi, sorpresi e un po' fuori dalle orbite. Io detti una coltellata alla schiena dell'uomo, che non vidi, ne' ne capii l'identita'. Fu una scena priva di emozioni, nonostante la crudezza, come se avessi espletato un compito. Probabilmente ero un ufficiale di polizia che aveva finalmente rintracciato ed ucciso un ricercato: forse all’epoca si andava per le spicce, come nel far west. Anche la donna, non mi suscito' nulla: era come la scena di un film. Il cadavere venne trasportato via da due gendarmi e gettato da qualche parte. Dopo questo fatto mi recai a riferirne ad una persona importante, forse il mio capo. Tornai a casa, una casa antica, dove mi aspettava mia moglie, a cui dissi dell'accaduto, con distacco. Fu una vita malinconica, in cui feci il mio dovere, senza grandi soddisfazioni. Questa vita da poliziotto potrebbe spiegare la mia infantile passione per il gioco all’investigatore e la mia tendenza - ancora attuale – a raccogliere e conservare i dati?



La bevanda dell’immortalita’

Nel maggio del 2001 tornammo in India da Sai Baba, a Whitefield, con Teresa ed altri due devoti. Qualche giorno prima di partire Elisabetta – una cara e giovane devota di Baba – aveva fatto un sogno singolare, che mi coinvolgeva: si trovava in un piccolo tempio di Sai Baba, con Maddalena, me e poche altre persone imprecisate. Nel tempietto c'erano molte foto di Baba, assieme a varie di Elisabetta stessa. Entro' Baba e parlo' con noi; a me disse di andare a togliermi una macchia che avevo sulla camicia al centro del petto e poi tornare.

Nel corso di quel soggiorno, Teresa ci propose di andare a Mysore, circa 130 km a sud di Whitefield, per vedere un luogo dove scaturisce l’Amrita e visitare la citta’ di Mysore, nota tra l’altro per un palazzo reale. Prendemmo due taxi e ci mettemmo in viaggio. Il tragitto e’ di oltre quattro ore ed e’ piu’ stressante di quello per andare dall’aeroporto di Bangalore a Puttaparthi, perche’, provenendo da Whitefield, occorre attraversare una buona parte di Bangalore, col traffico caotico delle grandi citta’ indiane.

Giunti finalmente a circa 15 km prima di Mysore, ci fermammo vicino ad un fiume ed entrammo in una specie di cortile di un luogo chiamato “Ranga Patna”. Vedemmo un uomo sulla cinquantina, vestito semplicemente di un dothi ed una camicia. Teresa ce lo indico’ come il responsabile del posto: un piccolo orfanotrofio casereccio, realizzato da quell’uomo – Halagappa - nel 1984. Nel cortile si potevano vedere parecchi bambini, vestiti sommariamente, che giocavano o ci guardavano: sono raccolti dalla strada da Halagappa e qualche altro volontario e mantenuti con le donazioni dei visitatori. Halagappa e’ un vecchio devoto di Baba, ex ladro di mestiere. Baba lo redense e gli dette due medagliette di porcellana delle dimensioni di un’unghia: una con l’immagine Sua ed una con quella di Shirdi Baba.

Entrammo in una sala grande al piano terreno, coperta nella sua parete di fondo da numerosi quadri di Sai Baba ed altri grandi personaggi e divinita’ della tradizione indu’. Uno di quei quadri e’ una foto di Baba che si copre spontaneamente e continuamente di Vibhuti. L’uomo ci mostro’ un recipiente colmo di Amrita, con una medaglietta poggiata sul suo bordo. L'Amrita e' un liquido acquoso, simile ad uno sciroppo molto denso, il suo sapore e profumo somiglia a quello di un miele leggero. Amrita significa "Immortalita' ". Percio' l'Amrita potrebbe essere considerata come l'attualizzazione dell'ambrosia, il mitico "nettare degli dei" o della bevanda dell'eterna giovinezza o dell’immortalita’. Essa viene talvolta materializzata da Baba, ma puo' gocciolare da immagini Sue, o da oggetti da Lui creati. In quell’orfanatrofio essa viene prodotta dalle medagliette create da Baba e poggiate sul bordo di un recipiente. Quando il recipiente e’ colmo l’Amrita cessa di prodursi, allora il devoto la travasa altrove e la produzione riprende. Teresa ci invito’ a fare delle offerte per l’orfanatrofio, chiese al devoto di mettere le medagliette - a turno - nella nostra mano sinistra e potemmo constatare che esse produssero anche li’ l’Amrita. Man mano che essa continuava a sgorgare, il direttore la raccoglieva con un cucchiaio e la travasava nella nostra mano destra, da cui noi la bevemmo; poi ce ne dette un po’ in bottigline che avevamo portato con noi.


raccolta e distribuzione dell'Amrita

raccolta e distribuzione dell'Amrita

Nella sala c'e' anche un lingam materializzato da Baba, che protegge dai problemi della testa e del collo; il devoto passo’ il lingam sulle nostre teste e sul petto. Quando il lingam mi fu applicato sul petto, mi lascio’ un segno arancione sulla maglietta, nonostante io fossi la sesta persona ad averlo applicato e quindi doveva essere pulito. Successivamente ricordai il sogno di Elisabetta e la “coincidenza” tra quel segno sul petto ed il suggerimento di togliermi la macchia. Halagappa ci accompagno’ anche al piano superiore, dove aveva realizzato una sala con statue di grandi Personaggi ed un appartamento per accogliere Sai Baba quando fosse andato li’ in visita. Andammo infine nel terreno dell’orfanatrofio, vicino alla riva del fiume, dove c'e' una scultura in marmo scuro che rappresenta i piedi di Shirdi Baba e secerne un olio profumato di gelsomino. Ne imbevemmo dei fazzoletti, che avevamo portato su suggerimento di Teresa e che poi avvolgemmo in buste di plastica perche’ il profumo si conservasse. Stanchi del viaggio mangiammo qualcosa e decidemmo all’unanimita’ di tornarcene a Whitefield, senza visitare Mysore.



* * *



Il 20 Maggio, a Brindavan dopo il Darshan, Baba fece distribuire del prasad (cibo benedetto), consistente in un dolcetto di cocco e pasta di mandorle: un tipo di prasad abbastanza frequente. Maddalena ed un paio di devote del suo gruppo erano rimaste sedute, mentre la maggior parte degli altri devoti si era gia' alzata per ottenere il prasad e poi si era allontanata. Come spesso accade c'era un po' di agitazione, i devoti si accalcavano per ottenere il prasad. Maddalena non voleva prendere parte alla calca e penso' tra se': <<Baba, non voglio fare a botte per prendere il Tuo prasad: se e' bene che io lo abbia pensaci Tu>> e resto' compostamente seduta al suo posto. Ad un certo punto una sevadal (inserviente volontaria) si avvicino' col prasad per la distribuzione, girando tra le file delle persone sedute. Maddalena allungo' la mano verso di lei: contemporaneamente un dolcetto volo' verso Maddalena, senza che lei potesse vedere alcun gesto della sevadal che glie lo gettava; essa anzi si volto' subito allontanandosi. Il prasad cadde in grembo a Maddalena e si infilo' dentro il sacchettino chiuso, che lei portava al collo, a mo' di borsetta. A causa delle restrizioni di ingresso al porticato, dove si svolge l'udienza generale e le altre cerimonie e dove e' consentito introdurre solo lo stretto indispensabile, il sacchettino era molto piccolo ed era stretto dai cordoncini che lo reggevano. Un'altra devota del gruppo, che sedeva accanto a Maddalena si stupi' anch'essa dell'accaduto

Mentre Sai Baba si era recato per una visita lampo a Mumbai - il nuovo nome di Bombay - Maddalena stava nella nostra camera d'albergo. Ad un certo punto vide bene dalla finestra quella che ritenne un'immagine o un poster di Sai Baba, in piedi, a grandezza naturale, sul muro esterno di un edificio nuovo. L'immagine compariva sul fianco di un balconcino, tra esso e la finestra successiva; era molto realistica: Baba sembrava vivo. Maddalena non riusciva a staccarne lo sguardo. Quando io tornai in camera me ne parlo', ma era ormai buio. Il mattino dopo guardammo insieme dalla finestra, ma constatammo che non c'era nessuna immagine ed era anche difficile che vi fosse stata messa e poi tolta. Dunque Baba aveva voluto dare a Maddalena un darshan personale.

Al nostro ritorno in Italia la mia Guida spirituale P. si congedo’ da me e fu sostituita da un’altra, piu’ autorevole: B.







Il Cenacolo di S. Angelo Romano

A novembre la mia amica O. mi disse che suo cugino Enzone le aveva parlato di una sua recente partecipazione ad un altro cenacolo di Dino e lei aveva auspicato che se ne facessero a Roma e proposto di ospitarli nella sua villa di campagna. La sua amica Luce aveva una cugina a cui era morto recentemente il fratello e desiderava contattarlo. Enzone si disse interessato (anche perche' la Guida, papa Giovanni, aveva gia' sollecitato il gruppo a estendersi a Roma fin dal gennaio ’99) e disponibile per l'evento e contatto' Marco, anch'egli d’accordo, purche' io mi occupassi dell'organizzazione. Questi fatti mi spinsero a mettermi a disposizione ed iniziare l'attivita', che fu concordata per l'8-9 dicembre 2001.

La villa di O. non fu piu' resa disponibile, la stessa O. non venne piu'. Neppure la cugina di Luce si iscrisse, ma io ed Maddalena continuammo a cercare posti alternativi in hotel ed agriturismo della Sabina ed a raccogliere adesioni di partecipanti ed il “Cenacolo Romano” ebbe luogo, con altre persone. Notevole fu il reperimento dell'hotel: dopo aver visitato parecchie strutture senza trovare un posto adatto, ad Maddalena venne improvvisamente in mente un albergo, che aveva notato anni addietro. Lo visitammo: era adatto e convenente e lo prenotammo. Si trova in posizione tranquilla, sulla S.P. Palombarese, fuori da centri abitati. Solo dopo - quando dovetti fornire indicazioni ufficiali ai partecipanti – mi resi conto che l’hotel appartiene al comune di S. Angelo Romano: mi sorpresi a constatare che il nome della localita' e' stranamente simbolico della Guida spirituale del gruppo: Angelo Roncalli, Romano Pontefice e beatificato! Non era un’indicazione dell’assistenza ed approvazione superiore?

Vi furono tredici partecipanti, oltre i medium conduttori, di cui nove nuovi all'esperienza dei cenacoli; otto erano seguaci di Sai Baba; due avevano facolta' medianiche gia' note. Tra gli altri c’erano Barbara: la figlia di Maddalena che ci aveva fatto incontrare, Maria: l’amica che aveva partecipato con me ai cenacoli precedenti a Monte Conero e sua figlia. Una delle persone nuove dimostro' insospettate doti di medianita', specie di psicometria (visualizzazioni ed emozioni, nella mente di una persona, che si concentra su un'altra o su un oggetto). Fu rilevato un forte senso di unita', amore, condivisione. Le sensazioni psicometriche ebbero particolare rilievo. Vari partecipanti furono gratificati dall'ottenimento di contatti e messaggi, desiderati da entita' collegate affettivamente ed anche da entita' che ebbero rilievo in questo mondo, come: Papa Giovanni stesso, Madre Teresa di Calcutta, Vincenzo Muccioli.



* * *



Nel giugno del 2002 tornammo in India, a Puttaparthi, con Maddalena, Teresa, Reddie – una giovane devota – ed altri. Maddalena ed io alloggiammo in una camera d’albergo fuori dell’ashram. Una sera eravamo distesi sul letto, al buio, solo un chiarore veniva da fuori la finestra. Guardando la sua mano posta davanti al muro di fronte alla finestra, Maddalena vide l'aura della sua mano. Voltandosi poi verso di me, vide un'aura bianca intorno al mio viso, estesa per circa 3 cm e piu' in alcune zone. Il mio viso era diventato scuro, quasi nero; i miei lineamenti sparirono e si riformarono in quelli giovanili del marinaio inglese; i miei occhi erano profondi e vivi. Maddalena ne ebbe grande emozione.

In un darshan del mattino - l'ultimo prima della partenza - Baba passo' vicino a Reddie ed Maddalena. Reddie lo saluto' e Lui rispose con una risatina alla notizia che partivamo. Poi materializzo della vibhuti e la dette a Reddie ed Maddalena, raggiungendo la mano di quest’ultima in mezzo alle tante che si protendevano e facendole capire - col gesto delle dita che toccarono ripetutamente il palmo della sua mano - che era proprio tutta per lei. Maddalena ne fu molto emozionata: tremava tutta. Questo fu l'evento clou del viaggio.

Il "Pensiero del giorno" del 15/7/2002 di Sai Baba mi confermo' una mia vecchia intuizione; esso diceva, tra l'altro: "State al sole, lasciate che i suoi raggi penetrino nel vostro corpo: questo vi aiuterà a mantenervi in salute."




I nodi di Hartmann

In quel periodo abbandonai anche l'uso della birra, che bevevo sempre durante i pasti. Inoltre smisi di bere durante i pasti e cominciai a bere piccoli sorsi d'acqua tra un pasto e l'altro, con vantaggio per la digestione gastrica: lo stomaco mi si svuotava prima. Questa accortezza – oltre che da Sai Baba - e’ raccomandata anche dalla Macrobiotica, ma all’epoca in cui provai ad applicarla non ci riuscivo; dopo invece non ebbi piu’ difficolta’.

Fin da ragazzo ho avuto qualche debolezza nelle mie funzioni digestive. I problemi si erano accentuati da quando ci eravamo trasferiti nella casa dei miei suoceri: la digestione serale si prolungava per ore e ore e il cibo ristagnava nel mio stomaco senza defluire nell’intestino e me lo sentivo in forma ormai liquida fino al mattino dopo, anche alle sei, provocandomi mal di testa. Avevo imparato spontaneamente ad eseguire delle contrazioni dei muscoli addominali, che riuscivano a indurre il passaggio del cibo ormai digerito nell’intestino. Mi fu suggerito di farmi vedere da un team specialistico e frequentai il day-hospital di un famoso ospedale romano. Lì mi sottoposero a tante analisi, radiografie, gastroscopia e conclusero che “non avevo niente” e non potevano farmi nulla. Feci anche privatamente delle prove di intolleranza, diete e cure omeopatiche, ma con risultati parziali.

Nell'Aprile 2003 andammo a trovare l'amica Angela, nella sua nuova casa. Parlando della sua sistemazione, Angela disse di essersi accorta di un forte disagio nel dormire in una certa posizione del letto e di aver notato di stare bene in un'altra, casualmente provata: riteneva che la prima posizione fosse stata coincidente con un “nodo di Hartmann”. Proprio in quei giorni avevo notato di digerire meglio, mentre trascorrevo alcune notti da Maddalena. Questo fece venire in mente anche a me di provare a spostarmi di letto, per vedere se potevo digerire meglio di notte. Cosi' mi misi a dormire semplicemente sul lato sinistro del mio letto matrimoniale, mentre avevo sempre usato stare a destra. La cosa funziono'! Digerivo meglio.

Mi informai su Internet a proposito dei nodi di Hartmann e trovai che essi sarebbero i punti di incrocio di un reticolo di forze magnetiche emesse dalla Terra. Il reticolo ha un orientamento Sud-Nord, di lati 2 m (secondo l'asse N-S) x 2.5 m (E-O), ed ha lo spessore di 21 cm. Ernest Hartmann (medico Tedesco 1915-1992, fondatore della geobiologia) sostiene che un individuo, permanendo per diverso tempo sopra un Nodo, specialmente se lo stesso è in corrispondenza di una falda acquifera, si ammala con più facilità. Che avessi dormito per tanti anni in corrispondenza di un nodo, che mi colpiva la' dove sono piu' vulnerabile: l'apparato digerente? Con l'occasione ricordai che molti anni prima avevo gia' notato come, andando in villeggiatura, digerissi meglio. Cio' era stato attribuito da una nostra amica al maggior rilassamento connesso con le ferie (cosa che mi convinse poco, dato che io amavo il mio lavoro e non me ne sentivo stressato). Partendo dal nodo, scoperto in corrispondenza del mio letto, all’altezza dello stomaco, ed usando le misure e l'orientamento indicato, disegnai il reticolo di Hartmann per il mio appartamento, di cui ho la pianta, in scala 1:50. Trovai che un nodo capitava dove mi sedevo per usare il computer e sentivo disagio, dopo una permanenza prolungata. Anche in questo caso avevo ipotizzato altre motivazioni, come quella che il monitor darebbe fastidio al fisico, ma ero perplesso dato che in ufficio mi trovavo in situazione analoga e per tempi maggiori, senza risentirne. Un nodo cadeva anche nel luogo dove in passato dormiva Giorgia, che - guarda caso - aveva poi cambiato spontaneamente posizione, senza nulla saper dei nodi di Hatmann.

Che la permanenza cosi' prolungata sul nodo di Hartmann frenasse la motilita’ del mio stomaco, gia' delicato? Comunque, a molti mesi di distanza dal cambiamento di posizione, il mio miglioramento resta netto e costante.





"Monica della tazzina"

Il 10 Maggio 2003 Marco sposo’ una ragazza napoletana molto bella, saggia, gentile, abile in cucina ed in vari campi artigianali. Marco mi chiese di portare una scatola di incenso, da usare durante il rinfresco, che sarebbe avvenuto in un complesso turistico. Ne avevo molto poco, cosi' chiesi a Maddalena se ne aveva; lei me ne dette una scatola marca “Nag Champa”. Finii per portare quest'ultima. Dopo aver deciso e portato l'incenso, mi resi conto che la scatola che avevo portato presentava la scritta: “Sathia Sai Baba”; mi sembro' che Baba avesse voluto benedire l'evento.

Nella seconda meta' di maggio 2003, Angela ci disse che era venuta a Roma Monica - la sensitiva che legge i fondi nella tazzina di caffe’ - che aveva gia’ fatto delle predizioni riscontrate veridiche ad Maddalena. Monica stessa insiste' per incontrare Maddalena, con cui sentiva bisogno di parlare. In un incontro a casa di Maddalena, Monica era seduta in salotto e comincio' a manifestare delle sensazioni, senza l'aiuto della tazzina; difatti, le domandai poi se essa le era necessaria, e lei confermo' di no. Parlando con me, disse, tra l’altro che: sentiva che una persona di famiglia, un maschio si occupa di qualcosa tipo “croce rossa” ed in quel momento stava lontano da casa. Marco era effettivamente in Brasile a fare del volontariato per una comunita’ di bambini orfani. Monica disse anche che l'altro ragazzo (Antonio, mio genero) era bravo. Io avrei avuto una piccola casetta nel verde, che mi avrebbe dato un'energia diversa, dato che ho sempre vissuto in appartamenti.




Mettersi una mano sul cuore


In quei giorni uno psicologo esoterico insegno’ ad Maddalena un esercizio, consistente nel mettere una mano sul quarto chakra (quello del cuore) ed una sul secondo, in modo da ricaricarsi di energia, trasferendola dal chakra inferiore, dove probabilmente abbondava, a quello superiore, dove forse scarseggiava, facilitandone l'apertura. Questo mi fece venire in mente che il detto popolare "mettersi una mano sul cuore" puo' derivare proprio dalla scoperta, forse spontanea ed inconscia, che una mano sul cuore dispone ad una maggiore apertura e generosita'.




* * *



La notte tra il 7 e l’8 settembre 2003 Maddalena stava a letto, rimpiangeva la mia presenza (avevo trascorso quasi tutto il mese di agosto presso di lei). Ebbe la sensazione di toccare un braccio accanto a lei; voltatasi tocco’ ulteriormente un corpo e vide me che la guardavo sorridente con il mio aspetto attuale, sollevato su un gomito. Ne ebbe una gran gioia e poi si addormento’ serena. La notte successiva mi vide aleggiare sopra di lei con contorni sfumati ed un aspetto serio. Come poteva essere accaduto? Parlandone ricordai che non stavo facendo nulla per provocare una cosa del genere, anzi stavo dormendo. Quindi non poteva trattarsi di un viaggio fuori dal corpo. E poi lei mi aveva percepito al tatto!

A settembre, leggendo un libro sulla reincarnazione, fatto a racconti indipendenti di molte persone diverse, mi venne l’ispirazione di scriverne uno anche noi sui fatti straordinari capitati ai devoti di Baba. Presto raccogliemmo parecchie esperienze e misi il libro, in forma di sito web, consultabile gratuitamente, con buon successo di visite.42






Sai Baba e la straordinarieta’ quotidiana

Nell’ottobre del 2003 facemmo il nostro annuale viaggio in India. Ci andammo con Reddie, sua madre e sua sorella Paola. Stavolta Baba aveva cambiato abitudini. In connessione con un infortunio occorsoGli a Luglio, non passava piu’ a piedi tra i devoti, non prendeva piu’ lettere, non materializzava piu’ vibhuti, non chiamava piu’ devoti comuni a interview. Passava seduto su una poltrona a rotelle, facendo il percorso piu’ breve possibile attraverso il primo corridoio tra le donne, verso la piattaforma centrale della Sai Kulwant Hall. Talora faceva il percorso su una piccola automobile. Non sempre compariva per il darshan, ma spesso presenziava per darshan e bhajans insieme. Al Suo arrivo non si usava piu’ la musica flautata, ma mantra vedici, sonoramente intonati dai Suoi studenti, incoraggiati a cantarli fin dalla piu’ tenera eta’. Io Lo vidi solo da lontano, mentre Maddalena ebbe il piacere di vederlo bene, sorridente, salutante, ammiccante, benedicente. Si stava nel portico per varie ore, un po’ nell’attesa di Baba, la cui uscita era variabile, un po’ perche’ era giocoforza partecipare anche a tutti i bhajans, per vederlo piu’ a lungo.

Paola ci racconto’ una bella esperienza con Baba per il nostro libro “Sai Baba e la straordinarieta’ quotidiana”: anni prima Paola conosceva Sai Baba solo da alcune foto mostratele da sua sorella - che ne era devota - ed era scettica su di Lui. Alla fine del 2000 il loro padre, devoto di Baba anche lui, era affetto da tumore in stato terminale e si trovava in clinica. Le figlie e la moglie lo assistevano a turno. Una mattina, verso le quattro, Paola si sveglio' dopo aver riposato su una poltrona, a fianco del letto di suo padre, insieme a sua madre. Vide una "donna" vicino all'armadio, in posizione opposta alla porta della camera. La donna indossava una veste rosso-arancio ed aveva molti capelli neri; il suo viso era alquanto indefinito. La donna le disse: <<Adesso stai tranquilla: mi porto via tuo padre>> Paola interloqui': <<Si, ma dove lo porti?>> La donna rispose: <<Non ti preoccupare, dove lo porto non soffrira' piu'>> La mamma di Paola - che dormiva su una sedia a sdraio - si sveglio' a sua volta e chiese a Paola: <<Con chi c'e l'hai?>> Paola rispose: <<Con quella signora laggiu'>>. La mamma aggiunse: <<Guarda che non c'e' nessuna signora!>> E Paola, che lì per li' pensava trattarsi di un'infermiera: <<Come no? c'e' una signora appoggiata all'armadietto>> La mamma insiste' che non c'era nessuno e che le infermiere portano il camice bianco e non vesti rosso-arancio. Nel frattempo la persona svani' e Paola non dette peso all'episodio, stanca per le lunghe veglie e le preoccupazioni. Dopo questo fatto il padre entro' in semicoma e tre giorni dopo mori'. Dopo circa altri tre giorni Reddie - la sorella di Paola, che non sapeva nulla di quel fatto - commentando la morte del padre, da brava devota, disse: <<L'ha preso Baba>>. Allora Paola rammento' l'episodio occorso e lo riferi' a sua sorella, che disse: <<Lo vedi che e' venuto Baba?>>.

* * *


Tornati a Roma riprese la vita quotidiana. Una sera di gennaio, rientrando a casa, ebbi la brutta sorpresa di constatare che il mio sistema di riscaldamento autonomo non era entrato in funzione automaticamente, a tempo. Mi detti da fare per farlo partire, ma non ci fu verso; allora disegnai un OM con la vibhuti sulla caldaia ed andai a meditare, affidandomi a Baba, dato che in quei giorni faceva parecchio freddo. Uscendo dalla meditazione trovai che la caldaia si era accesa. Nella notte successiva ebbi dei dolori alla mandibola, sul lato sinistro. Non capivo se fosse un dente, una ghiandola o una nevralgia. Ripetei il Gayatri Mantra e mi rigirai per cercare di dormire, coprendo la guancia dolorante. Il mattino dopo il dolore era praticamente passato.

Agli inizi del 2004 Maddalena ed io andammo trovare una coppia di devoti romani di Sai Baba, che aveva avuto un’esperienza inusuale per essere lontani dall’India. Nel 1999  un'amica vide della polvere su una piccola fotografia, che Paola tiene incorniciata su un tavolo e che ci mostro’. La foto ritrae Sai Baba in mezzo ai devoti durante un darshan; vi compaiono anche Niko ed uno dei figli di Paola, anch'essi devoti di Baba. Niko apri' la cornice e tolse la “polvere”, che stava tra la foto ed il vetro, ritenendola della sporcizia. Il giorno dopo Niko e Paola notarono che la “polvere” si era riformata, e capirono che si trattava di vibhuti, che era ancora presente al momento della nostra visita. Allora Paola compro' un vasetto di violette e lo mise davanti al quadretto. Il giorno dopo anche sui petali delle violette si era depositato un velo di vibhuti.

E la vita continua …

FINE



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QUESTO TESTO E' DEDICATO AL SIGNORE, CHE SI E' INCARNATO NEI GRANDI AVATARS, COME : 

GESU'  SATHYA SAI BABA*
  

     * Sai Baba si è incarnato il 23 Novembre 1926 a Puttaparthi, un villaggio nella regione dell'Andra Pradesh nel centro-sud dell'India. Ha lasciato il corpo il 24/4/2011. Ha decine di milioni di devoti in tutto il mondo. Opera ogni sorta di miracolo. Ha realizzato ospedali, scuole, villaggi, acquedotti, ecc. per sollevare la condizione dei più disagiati. 
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Nota: i links agli indirizzi Internet, contenuti nel testo, possono cambiare senza preavviso.

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NOTE

1 De vera religione 39.72

2 Astrolabio editore

3 Astrolabio editore

4 Un avatar puo’ essere di vari livelli: dal santo, che svolge una funzione locale e circoscritta, al Purna Avatar, che riunisce in se’ ogni attributo divino, come Rama e Krishna.

5 swami (pronuncia “suami”) = monaco, religioso indiano; solitamente indossa veste color zafferano

6 di H. Murphet, Mother Sai Publ.

7 al n. 17190

8 “God spoke to me” Findhorn press

9 Ora disponibile anche in versione italiana, insieme ad altri dello stesso autore: Markides, K - “Il mago di Strovolos” ed. Il punto d’incontro

10 La cerimonia viene dimostrata ed insegnata in varie citta' del mondo: vedi: http://www.ca72.dial.pipex.com/italy.html. A Roma: Centro Urasenke V.Nicotera 29

11 monastero o sede di un maestro spirituale

12 La Vibhuti e' cenere sacra; simboleggia l'ultimo stadio della materia non soggetta ad ulteriore trasformazione, quindi pura. Vibhuti significa “Protezione (Uti) del Signore (Vibhu)” e rientra nelle tradizioni spirituali dell'India fin dalle Upanishad. Sai Baba la materializza con un gesto della mano; essa si materializza anche su alcune Sue fotografie. Per la pratica distribuzione alle migliaia di visitatori che ogni giorno la chiedono, essa e' fabbricata, triturando dei minerali e - grazie alla benedizione di Baba diretta o implicita - riceve le stesse proprieta' di quella materializzata.


13 I volontari indiani che prestano il loro servizio gratuito in turni di poche settimane ciascuno sono chiamati “seva dal” da seva = servizio

14 Intervista, udienza privata, che si svolge in una stanzetta del tempio

15 dothi = veste maschile, realizzata con un telo di stoffa – generalmente cotone leggero – avvolta attorno ai fianchi ed in mezzo alle gambe; se il telo e’ lungo, una sua estremita’ puo’ risalire sulla schiena e ricadere sul petto

16 La Meditazione della luce consiste in un percorso interiore di visualizzazione di una luce che entra nella nostra testa e percorre tutto il corpo, vivificandolo

17 Disponibile sul sito Internet: http://gesu.suinternet.it

18 Darshan vuol dire : “vedere il Maestro”

19 questa svolta e’ probabilmente ricollegabile all’incontro con Sai Baba; con Lui lo straordinario diventa normale. Questa constatazione e’ condivisa da cosi’ tanti Suoi devoti, che dai colloqui con loro e’ nato un libro, che raccoglie le loro esperienze: “Sai Baba e la straordinarieta’ quotidiana”, che ho redatto insieme ad Maddalena e pubblicato sul Web: (http://saibabastraordinario.suinternet.it).


20 Il mantra OM e’ il piu’ noto mantra del mondo. Esso simboleggia la vibrazione primordiale dell’Universo, da cui scaturisce ogni cosa manifesta.

21 "I grandi saggi (Maharishis) formarono un nome sulla base di ogni attributo ed una forma sulla base di ogni nome. Essi raggiunsero la realizzazione meditando su quelle forme. Rendendo il Senzattributi pieno di attributi ed il Senzaforma pieno di forme"

22 “Autobiografia di uno yogurt” ediz. SOHAM

23 Sai Baba si fa chiamare anche semplicemente “Swami” dai Suoi devoti

24 L’amrita e’ un liquido dolce, come un miele molto fluido, noto nella tradizione indiana come la bevanda dell’immortalita’ – Amrita significa appunto “immortalita’ ” – Viene talvolta materializzata da Sai Baba; nel caso specifico stilla ininterrottamente da due medagliette miracolose date da Sai Baba ad un ladro redento, che ora vive a vicino a Mysore, dove ha aperto un orfanotrofio.

25 Weiss, B. – “Molte vite, un solo amore” – Oscar Mondadori

26 Es. 17, 11

27 In Italiano il primo volume: “Il libro dei segreti” ed. Bompiani

28 Famoso Maestro di Jnana Yoga e mistico indiano 1880-1950

29 Uno dei piu’ famosi Avatar indiani: un’incarnazione divina

30 di Weiss, B. – Oscar Mondadori

31 sensazione di aver gia’ visto qualcosa o vissuto un episodio

32 una terapia naturale, ispirata al dr. Bach, utilizzante le proprieta’ di certi fiori, messi a bagno sotto il sole. Le essenze piu’ adatte sono scelte mediante vari metodi: studio del carattere, attrazione istintiva, sensitivita’.

33 Esercizi yoga di respirazione

34 Nucleo Piccola Fraternita’ “I due mondi si riuniscono” ed. Musidea


35 “I due dell’oltre” di Ingo Doni e Maria di S.Damaso (pseudonimi di Dino e Lella) – st. in proprio

36 toccare i piedi del Maestro (padnamaskar) e’ un’antica tradizione in India. Il tocco stabilisce una comunicazione di energia dal Maestro al discepolo; si toccano i piedi, anziche’ altre parti, per correttezza.

37 il suffisso “ji” significa “vittorioso” e si usa con i nomi dei maestri, in segno di onore ed affetto

38 Brindavan e’ ispirato al nome del villaggio dove crebbe Krishna: uno dei piu’ famosi Avatar della mitologia indiana

39 Sai Baba di Shirdi, detto anche Shirdi Baba, fu la precedente incarnazione di Sathia Sai Baba. Prima di lasciare il Suo corpo, nel 1916, disse che sarebbe tornato dopo otto anni. Quando Sathia Sai Baba si manifesto’ come tale, disse di essere la reincarnazione di Baba di Shirdi.

40 La casa e' sulla sinistra, dando le spalle all'ufficio postale e vi si accede tramite un cancelletto metallico contrassegnato dal numero 709, sebbene il suo indirizzo sia 2, Ramabramam cottage.

41 allievo

42 “Sai Baba e la straordinarieta’ quotidiana” http://saibabastraordinario.suinternet.it