Gianni Vita

  

CONSIGLIARE E' BENE?

… fino ad un certo punto

 


copertina del libro gratuito "Consigliare è bene?" di Gianni Vita 

© Prima pubblicazione: 5/12/2011

Revisione 10 : 9/8/2016

 

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INDICE

 

 PREMESSA

 CONSTATAZIONI

 CHI CONSIGLIARE

 PERCHE' E COME CONSIGLIARE

 QUANDO CONSIGLIARE

 CONCLUSIONE

UNA RISATA

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PREMESSA

Questo testo riguarda l’opportunità di fornire consigli e sollecitazioni ad amici e parenti.

            Dopo l’uscita del mio precedente lavoro “Destino … infame?”, ho avuto altre riflessioni e colloqui interiori, che ho pensato di presentare nella stessa forma di conversazione col mio amico Luciano.
            Sempre in seguito a quanto scritto in “Destino … infame?”, uso il nome di Gianni.
            Come al solito, le mie domande sono presentate in carattere normale, mentre le risposte di Luciano sono in corsivo.

 

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CONSTATAZIONI

         Caro Luciano, è comune osservare come molti di noi siano pronti ad offrire agli altri consigli, pareri, sollecitazioni e raccomandazioni. Chi di noi non ha espresso il proprio punto di vista non richiesto ad amici e parenti, se non addirittura a conoscenti e passanti o viaggiatori incontrati sui mezzi pubblici?

Spesso vorremmo addirittura trasformare i comportamenti altrui, adeguandoli al nostro punto di vista, pensando che se gli altri agissero come pensiamo noi starebbero meglio. Mi è sorto un dubbio se ciò sia un bene, una dimostrazione di interessamento, oppure un’inutile e magari fastidiosa ingerenza. Secondo te, questa è un buona cosa o no?

 Caro Gianni, La faccenda è un po’ articolata e merita varie considerazioni. Occorre vedere chi vada consigliato, perché, come e quando.

 

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CHI CONSIGLIARE

Certamente va consigliato chi è ancora in età infantile e chi eventualmente non sia intellettualmente autonomo, come persone anziane, o menomate.

I bambini hanno bisogno di indicazioni, spesso ripetute, su ciò che è bene o male fare, sia per la loro incolumità che per motivi di opportunità, educazione ed altro; questo vale finché siano autonomi ed abbiano una formazione sufficiente, o, comunque siano ricettivi e plasmabili. Anche a loro andrebbero date solo istruzioni indispensabili, evitando tutto ciò che non sia strettamente necessario, per non oberarli di proibizioni e doveri, che potrebbero saturarli, con la conseguenza che non si adeguerebbero più neppure alle raccomandazioni veramente importanti.

Perciò l'adulto, prima di dare un ordine al minore, dovrebbe sempre domandarsi se ne possa fare a meno, se esso sia proprio necessario, se glie lo diamo per un vero pericolo o per una nostra paura eccessiva, o per un nostro sfizio o comodo. Per esempio, quante volte noi adulti portiamo al parco un bambino e lo incoraggiamo a salire su una giostra, o a fare un giro sull'asinello,  per nostra curiosità e soddisfazione, per vedere come reagirà e quanto si divertirà, mentre magari il bimbo non ci pensa neppure, o ne ha paura; poi, quando lui ha ceduto alle nostre insistenze e ci ha preso gusto, gli diciamo: <<ora basta!>> non ci può più andare, perché costa troppo, o si è fatto tardi, o altro.

Non sarebbe meglio aspettare una sua eventuale richiesta spontanea, per accontentarlo e poi limitarlo per motivi di tempo e denaro? Almeno non saremmo contraddittori! Analoghe considerazioni valgono per tante altre circostanze, come l'acquisto di giocattolini, o di pastarelle e gelati. Perciò è opportuno riflettere bene prima di agire, perché i bambini non sono giocattoli con cui trastullarci.

Ma un genitore non ha il dovere di consigliare un figlio, su cosa e come studiare, chi frequentare, cosa mangiare, eccetera?

Si, ha questo dovere, ma sempre a livello di suggerimento, possibilmente se richiesto, specie se il giovane ha superato i diciotto anni e nell'ambito di un colloquio affettuoso. Se il figlio seguirà il suggerimento: bene; altrimenti avrà pure il diritto di sbagliare. Il genitore dovrebbe lasciarlo "sbagliare" (ma è tutto da vedere se si tratterebbe di un vero sbaglio) e di pagarne le conseguenze, pur restandogli vicino affettuosamente. Purtroppo questo approccio è raro, per quanto vediamo intorno a noi. In genere il genitore si arrabbia se il figlio non lo segue; si sente offeso se egli non accetta il suo "illuminato" consiglio; se poi le conseguenze sono negative, anziché confortarlo per la scelta  considerata poco felice, recrimina: <<Te l'avevo detto, ben ti sta, così impari!>>, manifestando così, inconsciamente, il proprio orgoglio ferito.

Invece occorrerebbe ammettere di dover lasciare che il figlio segua le sue inclinazioni, provi le sue strade ed impari per esperienza. Con tale atteggiamento di accoglienza si mantiene un buon rapporto e si cresce insieme; altrimenti si scavano fossati e si generano incomprensioni.

Scusa ma un genitore vorrebbe sempre il meglio per suo figlio e dovrebbe combattere perché lui non si perda per strada

Tutto dipende da cosa abbiamo in mente per il "meglio". Se pensiamo che esso consista nel successo economico e sociale, in una vita secondo i canoni tradizionali immaginati da genitori e parenti, forse avresti ragione. In realtà noi siamo incarnati per sperimentare la  vita materiale e questo dobbiamo fare; se siamo portati per un'esperienza, dobbiamo farla, anche se non si accorda col modello che hanno in mente i nostri genitori e parenti, o la società in generale.

Dopo i dieci dodici anni non si può più intervenire proficuamente ed utilmente, anzi può essere controproducente insistere. E' noto che i ragazzi in età  puberale si infastidiscano se qualcuno continua a dire loro cosa e come fare. E' ben noto il comportamento ribelle degli adolescenti: essi sono arrivati ad un grado di autonomia intellettuale che non fa loro più accettare le continue intrusioni degli adulti: vogliono essere lasciati in pace ad esplorare il mondo da soli, senza le continue insistenze degli adulti su cosa e come fare.

E' anche ovvio che molti considerano un interessamento non richiesto alla stregua di un'ingerenza fastidiosa. Un tipico esempio sono i "consigli" della suocera ed in genere le interferenze nelle situazioni di coppia, che qualcuno opera, ignorando il detto: "tra moglie e marito non mettere il dito".

Ma io aggiungerei che questo vale per qualsiasi combinazione di persone che interagiscano tra loro: l'osservatore esterno non dovrebbe impicciarsi dei loro rapporti, perché ciò che ciascuno dei due fa e dice dipende dal rapporto cosciente e soprattutto inconscio che ha con l'altro; una terza persona non sa e non può capire a fondo le motivazioni e le spinte che inducono ciascuno a comportarsi in un certo modo. Spesso quei rapporti affondano le loro radici in retaggi del passato e di altre vite, in cui quei due furono già in relazione, magari conflittuale e quello che fanno ora sembra dovuto ai fatti di oggi, ma invece può trovare una spiegazione solo nel passato remoto ed essere coperto da giustificazioni razionali inconsciamente pretestuose.

Chi è abituato a consigliare gli altri dovrebbe riflettere sulle proprie problematiche.

Sicché chi offre consigli non richiesti ha qualcosa che non va?

Probabilmente! Anzi c'è chi sostiene che questo sia un aspetto di una debolezza psichica molto diffusa: la "Co-dipendenza", cioè la dipendenza dagli altri, la necessità di appoggiarsi agli altri per rassicurarsi e di offrire loro i nostri consigli, pensando che essi non sappiano badare a se stessi. E' un aspetto della coazione a controllare gli altri, ad imporre loro le nostre idee, o rassicuraci contro le nostre paure; chi non ha sentito persone che dicono ai propri figli, mentre si congedano, un generico: <<Mi raccomando!>>. E' facile immaginare l'uso che l'altra persona farà di tale raccomandazione indefinita e chiaramente frutto dei problemi e dei timori del raccomandante.

Esiste perfino un'associazione con lo scopo di liberarsi di questo problema: il CODA: CO-Dependent Anonymous, simile all'Anonima Alcolisti, che organizza delle sedute di gruppo, in cui ciascuno esterna i propri problemi e la propria storia per un aiuto reciproco.

Anche nella pratica dei "fiori di Bach" c'è un tipo di problema classificato come "cura eccessiva verso gli altri"; esso, lungi dall'essere una forma di affetto altruistico, rappresenta una sorta di patologia, da curare per esempio con l'essenza di faggio (Beech).

Accipicchia! Mi impressioni. Ma non credi che almeno si debba consigliare, anzi influenzare il proprio coniuge, o la persona amata?

No, anzi, secondo me,  questa è una delle attività più pericolose per un rapporto coniugale, o comunque tra due persone che abbiano un rapporto stretto d’amore o d’amicizia.

Purtroppo, specialmente le donne sono portate a mettere bocca – non richieste – su come si veste o si comporta il loro uomo, spesso pretendendo che indossi questo o quell’abito di loro gradimento:

<<Ma come ti sei vestito? Non vedi che quei colori ti stanno male?>>

<<Dai, io non ci esco con te vestito così!>>.

A volte si pretende che l'altro mangi di più, o di meno, o diversamente, assumendo così un atteggiamento materno, come se dovessero istruire un bambino.

<<Mangia qualcosa: non hai preso niente oggi!>>

<<Basta abbuffarti così! Non vedi come sei diventato?>>

<<Smettila di mangiare quelle schifezze: fai una dieta sana!>>

Quante volte abbiamo sentito frasi del genere?Oltre all'ingerenza si manifesta addirittura pretesa, insofferenza e declassamento dell'altro. Ciò può infastidire anche molto il partner e sciupare il rapporto. Altra cosa è fornire un parere sollecitato, o apprezzare la scelta fatta, complimentandosi con l’altra persona.

Bisogna anche tenere presente che i colori e le fogge degli abiti hanno un'influenza ed un rapporto inconscio con la persona; infatti ognuno di noi ha uno o più colori preferiti, con cui  ci troviamo in armonia. Per esempio io prediligo il giallo, mentre la mia compagna ama il rosa, che a me non piace affatto; sarebbe un errore pretendere che uno imponesse all'altro  il proprio colore preferito.

Eppure molte persone, specialmente donne, cercano di cambiare la persona amata! Vorrebbero che mangiasse quello che loro consigliano, che guardasse gli spettacoli che preferiscono loro, o che amasse i loro stessi hobbies e le loro amate compagnie.

Niente di più assurdo che esigere di manipolare l'altro, in forza di un contratto sentimentale o matrimoniale, come dire: <<ora sei mio e fai quello che dico io!>>.

Anche nel mangiare ogni persona ha esigenze diverse, in rapporto col suo fisico: quello che giova all'uno può nuocere ad un'altra persona. Istintivamente - specialmente se uno è abbastanza sgombro da vizi e condizionamenti - ognuno sente quale alimento lo attira e quale no, in relazione alle esigenze momentanee del suo fisico.

Però se uno è vegetariano e l'altro no, non sarebbe bene che il carnivoro si adeguasse al vegetariano? Il vegetarismo è una condizione più avanzata e per un vegetariano convivere con un carnivoro e condividerne cucina e pentole non va bene, perché le vibrazioni basse della carne disturberebbero il vegetariano!

Certo, se il carnivoro passasse volontariamente e in modo indolore al vegetarismo sarebbe l'ideale, ma non lo si può pretendere, perché sarebbe una violenza, oltretutto improduttiva: ognuno deve maturare autonomamente, gradualmente e convintamente le proprie scelte. Entrambi dovranno accontentarsi della situazione, rispettandosi a vicenda, senza ironie o rammarico. Col tempo forse il carnivoro ridurrà il consumo di carne. Se il vegetariano si trova in quella condizione vuol dire che quella è l'esperienza che deve attraversare. Se poi sente profondamente che la situazione è intollerabile potrebbe allontanarsi, ma questo non dovrebbe essere il caso di un matrimonio, giacché le abitudini alimentari sono note ad entrambi da prima. Se uno diventasse vegetariano dopo il matrimonio, dovrà comprendere ed accettare i tempi dell'altro.

Un'analoga considerazione si può fare anche sul sesso: se uno dei coniugi maturasse il superamento del sesso, deve pensarci bene sul negarsi all'altro, dato che l'intimità è una condizione base del matrimonio, dal punto di vista naturale, affettivo ed anche legale (un simile rifiuto può portare alla separazione con addebito). Ben diverso sarebbe il caso di una rinuncia concordata, specie se motivata da un'evoluzione interiore e costituirebbe una promozione del rapporto.

Se ami una persona e magari l'hai sposata, devi sapere che dovresti accettarla così com'è, con "pregi" e con quelli che potresti considerare "difetti".  Mai pretendere di modificare l'altro esigendolo come diritto o svalutando il suo modo di fare. Mi sembra preferibile passare del tempo separatamente, godendo ciascuno i passatempi preferiti, piuttosto che costringere l'altro a qualcosa di poco gradito. Se poi si trova un compromesso accettabile per entrambi: tanto meglio.

Eventuali cambiamenti potrebbero scaturire solo da un colloquio affettuoso e dal tuo comportamento: se sarai di esempio proficuo,  può darsi che l'altra persona ne colga i pregi e si modifichi spontaneamente. Attenzione però a non sbandierare questo tuo esempio: otterresti l'effetto contrario; l'altro potrebbe irrigidirsi e mantenere il proprio modo di fare per puntiglio ed orgoglio. L'orgoglio, infatti gioca un ruolo importante in questa problematica, ma evitare di toccare l'orgoglio altrui non  è il motivo principale nell'astenersi dal dare consigli non richiesti.  Occorre infatti ricordare che siamo incarnati per sperimentare ed imparare: chi sa che l'esempio dell'altro non ci possa giovare e possiamo essere noi a cambiare in base al suo esempio?
            Difatti la cosa più importante da fare è la nostra personale  sperimentazione ed evoluzione. Nessuno impara dall'esperienza altrui, così come nessuno impara il sapore di un frutto dalla descrizione di un altro, ma lo deve assaggiare da sé. E questo ha anche un aspetto importantissimo, infatti i consigli spesso vengono offerti da persone mature, che hanno fatto la loro strada e vorrebbero, spesso in buona fede, evitare ai loro cari errori ed incidenti da cui impararono qualcosa. Se i più giovani ascoltassero pedissequamente gli anziani, però, il mondo si fermerebbe. Nessuno avrebbe scoperto l'America se tutti avessero dato retta alla maggioranza degli scienziati del tempo di Colombo, che sostenevano che l'impresa era impossibile. E quanti avrebbero incoraggiato la conquista dell'Everest? Invece quella scalata ora è diventata di routine per gli alpinisti esperti. Se un bambino obbedisse sempre alla mamma che, per paura, gli dice di non correre perché potrebbe cadere, quel bimbo crescerebbe paralitico, perché i suoi muscoli non si sarebbero sviluppati adeguatamente.
             Del resto, riguardo ai "consiglieri", cambiare gli altri non produrrebbe alcun vantaggio per noi, anzi ci toglierebbe l'opportunità per evolvere e anche per consumare un nostro karma.

La non ingerenza non risponde solo ad esigenze di opportunità psicologica e sociale, ma, secondo autorevoli fonti, coinvolge il karma delle persone: chi interferisce nella vita altrui se ne assume il karma!

La non ingerenza nei fatti altrui andrebbe spinta addirittura alla preghiera: molti pregano per i loro cari, affinché essi trovino un lavoro, un amore, la guarigione, eccetera. Ma anche questa attività - apparentemente benefica e disinteressata - va effettuata solo su richiesta o almeno col consenso dell'interessato. Infatti i guaritori ed i gruppi di preghiera, che cercano di aiutare gli altri a distanza, raccomandano spesso di farlo per chi lo desidera. Diversamente potremmo trovarci a pregare per un evento che non è desiderato dal soggetto; la sua situazione magari rappresenta per lui un'esperienza da svolgere; sottraendogliela faremmo più male che bene. Perciò se proprio vogliamo pregare, o influenzare positivamente una persona, facciamolo con un'intenzione generica, invocando energia positiva e benedizioni su di lei.

 

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PERCHE' E COME CONSIGLIARE

 Forse non ce ne rendiamo conto, ma nella maggior parte dei casi noi diamo dei consigli agli altri per cambiare il loro modo di agire, per far loro applicare le nostre idee ed i nostri metodi.
            Prima di offrire pareri dovremmo analizzarci per controllare le nostre motivazioni. L’eventuale consiglio  dovrebbe essere disinteressato e rispettoso del pensiero e del grado di evoluzione altrui. Nessuno va consigliato per i propri interessi, o per le proprie convinzioni intellettuali o morali.
            Molti, infatti, offrono consigli indesiderati, anzi cercano di influenzare, o addirittura forzare le scelte altrui, anche pensando che sia per il loro bene. Essi non sanno che questo atteggiamento, di voler cambiare gli altri, si scontra con una delle leggi fondamentali dell’Universo: quella del libero arbitrio, basata sul fatto che siamo incarnati per fare delle esperienze utili per evolvere
            Le cose che ci siamo ripromessi prima d’incarnarci – di cui generalmente non ricordiamo la scelta – sono l’unico vero mezzo di evoluzione.  Esse sono diverse per le diverse persone; quello che va bene per uno può non servire ad un altro o addirittura danneggiarlo.
            D’altra parte la varietà delle persone e dei caratteri è un bene; come dice il proverbio: “il mondo è bello perché e vario”. La varietà contribuisce alla ricchezza della Terra, soprattutto ci offre la possibilità di una migliore esercitazione, porgendoci sempre nuove sfide.

            La modalità migliore di offrire, con prudenza, consigli sta nel menzionare proprie avventure significative, applicabili alla situazione, anche se ognuno ha un proprio percorso e le cose possono essere diverse per persone diverse. Ancor meglio sarebbe farlo scrivendo degli articoli, o dei libri. Così potremo offrire le nostre esperienze solo a chi deciderà liberamente di leggerle, senza l'incubo di doverci ascoltare, magari  per pura educazione.
            La cosa più importante sembra essere quella di  offrire comprensione ed affetto, che possono aiutare l’altro ad affrontare e  superare il problema.
            Da evitare assolutamente ogni giudizio, dato che ognuno deve vivere la sua vita e noi stessi probabilmente abbiamo fatto errori e strane cose in vite passate, per poter provare e superare i nostri ostacoli.

            Quando domando informazioni su delle alternative soluzione alcune persone mi dicono:  <<Ti conviene…">>

             Questo è un modo di porsi frequente e per certuni irritante. I "consiglieri" dovrebbero invece limitarsi ad esporre le informazioni richieste con le diverse alternative.
            Sarà poi la persona informata a valutarle  dal proprio punto di vista, considerando i pro ed i contro di tutte le implicazioni e preferenze personali tecniche, economiche, e sopratutto psicologiche, in base alle quali potrà fare la propria scelta. La "convenienza" di un altro potrebbe non essere la propria, anzi spesso non lo è, dato che ognuno è fatto a modo suo.

 Ma spesso ascoltiamo persone che ci incitano ad agire in determinati modi, con una foga ed una convinzione che convince ed affascina.

 Si tratta dei politici, predicatori, imbonitori, ecc., che con prediche, campagne pubblicitarie e slogans cercano di ottenere seguaci e di far fare loro azioni che non competono al loro destino. Occorre fare particolare attenzione a quelli dotati di speciale fascino e carisma: c'è il pericolo di farsi trascinare in avventure pericolose, come accadde con Hitler, Mussolini ed altri.

 Informare con distacco, per il bene dell'altro, è lecito e positivo. Consigliare, cercando di far prevalere le proprie idee, è egocentrico e negativo.

 

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QUANDO CONSIGLIARE

Le persone in età adulta ed autonome andrebbero consigliate solo se lo chiedono esplicitamente, anzi occorrerebbe stare attenti a che la richiesta di consiglio sia reale e non pretestuosa. Alcuni ,infatti, chiedono consiglio solo per attaccare discorso, o per una loro necessità psicologica, senza una reale necessità, né intenzione di seguirlo, o magari solo per cercare appoggio ad una scelta che hanno già intrapreso.

Ci sono psicologi che sostengono che specialmente le donne si lamentano non per ottenere consigli e soluzioni, ma solo attenzione, comprensione ed affetto e per esprimere e sfogare le proprie ansie. Una risposta razionale non sarebbe adatta, ma irriterebbe e deluderebbe probabilmente il soggetto. In questi casi è meglio offrire solo ascolto e comprensione. Un esempio a questo proposito riguarda la mia amica Clelia che racconta spesso come a lei accadano molti contrattempi, incidenti e ingiustizie; se uno cerca i consigliarle come superare quegli scogli, lei non si interessa dei consigli, ma dice subito che essi non avrebbero successo. Dopo anni di questa frequentazione credo di aver capito il meccanismo inconscio di Clelia: quando era una ragazza suo fratello volle fare il bagno in un fiume, ma fu travolto dall'acqua e lei lo vide affogare, senza poterlo aiutare; probabilmente si creò un senso di colpa per non aver salvato il fratello e la necessità di espiare; sicché vive da sempre situazioni di perdita, che l'aiutano a mitigare il suo rimorso, dimostrando a se stessa ed agli altri che sta pagando. Conseguentemente non fa nulla per superare le sue difficoltà, anzi possibilmente se le crea apposta e i consigli per vincerle non le sono ben accetti, perché lei cerca solo comprensione e compassione.

E se fosse per il bene dell’altro, specialmente per il suo bene morale?
            Spesso la gente imbocca delle strade sbagliate ed occorrerebbe distoglierla!

Questa è una delle evenienze più delicate e rischiose! Infatti andrebbe limitata molto accuratamente ai giovanissimi di cui abbiamo responsabilità ed a quelli che ci  fanno esplicita richiesta di un consiglio. Per il resto dobbiamo ricordare che siamo incarnati per fare esperienza e ciò comprende anche quelle considerate “negative”. Un buon esempio di questo aspetto è la parabola evangelica del "figliol prodigo": sebbene il figlio volesse intraprendere un’esperienza rischiosa, poi rivelatasi fallimentare, il padre non solo non gliela negò, ma non gli fece nemmeno una predica per cercare di distoglierlo e, quando tornò, lo accolse con gioia ed affetto.

Invece, nella storia delle religioni, siamo pieni di gente che si arroga il diritto di impicciarsi del comportamento altrui e addirittura soffocarlo, adducendo la giustificazione che lo fa per salvargli l’anima e diffondere o difendere la fede: che eresia! E pensare che spesso non si tratta neppure di fede, ma di settarismo, di esaltazione di un gruppo, che pretende di diffondere le proprie idee, ritenendole "giuste", insomma: il dogmatismo. Ricordiamoci che neppure Dio ci costringe a fare quello che sarebbe più "giusto", dato che dobbiamo deciderlo noi, quando è il momento.
            Questo atteggiamento prima di nuocere all’interessato, nuoce seriamente a chi s’impiccia, il quale ne dovrà pagare le conseguenze, in termini di karma pesante.

 Allora i missionari?

Se il missionario è uno che va a "convertire" i popoli "primitivi idolatri" per portarli alla "verità" temo che sbagli tutto, perché quella gente è spesso più religiosa di noi occidentali, che ci illudiamo di sapere tante cose con la nostra scienza e siamo più rivolti alla materia che allo spirito; riguardo alla "verità" ognuno possiede la sua, molto relativa e parziale; ogni religione ha i suoi pregi e ognuno dovrebbe praticare la propria, purché bene.
          Se uno proprio vuol fare il missionario, dovrebbe innanzi tutto cercare di capire il popolo che visita, servirlo sinceramente e disinteressatamente e condurre una vita esemplare; forse poi i suoi amici "primitivi" gli chiederanno informazioni su di lui e sul perché sia così generoso con loro; a quel punto potrà cominciare a parlare di Gesù e, se proprio lo vogliono, battezzare le persone adulte. Per fare questo non ci vogliono soldi, ma levatura spirituale ed impegno personale.

Tieni presente che i missionari svolgono anche un'opera di aiuto culturale e materiale! Essi curano i malati, istruiscono i bambini, forniscono aiuti alimentari e strutturali, eccetera.

Questo è un aspetto pericoloso, giacché può dare l'impressione e svolgere una funzione condizionata, che subordini quegli aiuti alla conversione alla nuova religione. Sicché la gente si "converte" per avere quei vantaggi materiali. Per questo motivo io preferisco fare donazioni al quarto mondo attraverso organismi laici, come l'UNICEF e simili.

Ma - tornando ad un discorso generale - ci sono delle regole e comportamenti sociali a cui attenersi e che dovrebbero essere inculcate a tutti, pena l'emarginazione sua e talora anche dei suoi familiari!  Pensa a quelli che, invece di lavorare, perdono il tempo inseguendo sogni irrealizzabili, o si illudono di fare gli artisti, non avendone la stoffa.

 Come già detto l'educazione va certamente impartita ai ragazzi, fino alla maggiore età, come, del resto, prevede la legge. Poi ognuno deve essere padrone di fare quello e come preferisce, infischiandosene del conformismo. Certamente ne pagherà le conseguenze, ma questo è il modo previsto dalla vita: la società - giusto o sbagliato che sia - è piuttosto inclemente e quello che il giovane non ha gradito imparare con le buone l'imparerà con le cattive, ma non c'è altro da fare.

Sbaglia chi pretende di cambiare l'altro, mentre magari lo aiuta nelle difficoltà che incontra per il suo comportamento: così facendo ne ritarda solo la correzione spontanea. E' bene che ognuno impari a proprie spese, senza ammortizzatori.

A volte poi la pretesa di cambiare gli altri è basata su aspetti di puro conformismo ed ipocrisia, che non meritano attenzione, come il buon nome della famiglia, o la sua condizione sociale e culturale. Quanti, per esempio, pretendono che il figlio si laurei, per una soddisfazione dei genitori, mentre lui non è portato per gli studi. I familiari dicono che è per il suo bene, per una condizione migliore nella vita, ma, magari inconsciamente, lo fanno per un orgoglio familiare, perché non sopportano di avere un figlio senza titolo di studio adeguato, oppure vogliono che raggiunga i traguardi che a loro sono sfuggiti: una loro personale rivalsa nei confronti della vita. Allora cercano di forzarlo lamentandosi dei tanti "sacrifici" fatti per lui, dimenticando che quello che si fa per i figli dev'essere spontaneo e senza recriminazioni.

Nei casi seri, la famiglia potrà eventualmente dissociarsi, ma non ha il diritto di impicciarsi dei comportamenti altrui e tanto meno di condizionarli o soffocarli, finché essi non impattano sui diritti degli altri.

Una situazione a parte è quella dei comportamenti sociali. Spesso, specie in Italia, noi ci comportiamo in modo illegale, o almeno ineducato: non rispettiamo il codice stradale negando la precedenza a chi l'ha, parcheggiamo in dispregio delle esigenze altrui, superiamo file di automobilisti incolonnati pazientemente, ecc. oppure facciamo i "furbi" svicolando le file negli uffici e nei negozi, infastidiamo gli altri col nostro fumo, o con gli escrementi dei nostri cani, che non raccogliamo, eccetera eccetera. In genere gli astanti tacciono rassegnati o complici: rassegnati perché pensano (con qualche ragione) che noi italiani siamo fatti così e non c'é nulla da fare; complici perché spesso anche gli astanti fanno le stesse cose, per cui non se ne possono lagnare.  In questi casi, invece, dovrebbe scattare quello che viene chiamato il "controllo sociale": un gesto di riprovazione immediato e sostitutivo di un intervento più grave delle forze dell'ordine, spesso non presenti, che segnali al "discolo" che sta facendo qualcosa che non va. Questo non è impicciarsi degli affari altrui, ma sottolineare che il comportamento scorretto va a minare la civile convivenza. Ben inteso: non ci si deve impegnare in diverbi o insulti, ma solo dire o fare un segno che indichi all'interessato che quello che ha fatto non si concilia con la legge e l'educazione; si può suonare il clakson, o lampeggiare coi fari, oppure chiedere gentilmente di rispettare le code, o di raccogliere gli escrementi, ecc. D'altra parte, mettiamoci nei panni del maleducato: se fa quel che gli pare e nessuno gli dice nulla, penserà che non ha fatto niente che disturbi gli altri e continuerà così. Invece una serie di  piccoli cenni del genere potrebbe raddrizzarlo e ricondurre la convivenza in un ambito migliore.

 

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CONCLUSIONE

Insomma, come concludere sui consigli da distribuire?

Informare con distacco, per il bene dell'altro, è lecito e positivo. Consigliare, criticando, o cercando di far prevalere le proprie idee, oltre che maleducato, è egocentrico e negativo e costituisce ostacolo alle esigenze personali e spontanee dell'altro. L'effetto è negativo e controproducente.

Direi che i consigli vadano dati con molta parsimonia, solo ai bambini ed a chi ce li chiede veramente. Dovremmo riflettere prima di darli, se essi siano veramente disinteressati, o generati dalla nostra smania di cambiare gli altri o privilegiare i nostri gusti e le nostre idee.

Inoltre andrebbero forniti una o due volte sole per ciascun argomento: a buon intenditor:  poche parole!
            Del resto, già una vecchia battuta recita:  
“Non ho bisogno di consigli: so sbagliare da me!”.
        
Un testo di saggezza dice: <<Ho imparato che è meglio dare consigli solo in due circostanze: Quando sono richiesti e quando ne dipende la vita.>>

Se opereremo bene, il nostro esempio sarà il migliore insegnamento per gli altri. Piuttosto che consigli, la gente apprezzerà affetto e comprensione.

Alla base delle mie considerazioni ribadisco il fatto che siamo incarnati per fare esperienze, che ciascuno deve fare le proprie, per  maturare veramente e che la teoria non può sostituire la pratica. Cercare di forzare gli altri per "il loro bene" anche se si tratta di consigli buoni e sperimentati che impediscano loro di sbagliare, significa impedire agli altri di crescere.

 

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UNA RISATA CI STA SEMPRE BENE




    Una famosa storiella zen fa al caso dei consigli non richiesti:

    Un fattore aveva un bel cavallo, che lo serviva i vari modi: sella, calesse, aratura e ne era molto contento ed affezionato.

    Purtroppo, un giorno il cavallo cadde in depressione, si sdraiò e non voleva più saperne di rialzarsi, né di mangiare o bere.


cavallo steso
 


    Il fattore disperato, dopo aver provato di tutto, chiamò il veterinario. 

    Questi, arrivato in loco, visitò l’animale e disse al fattore: <<Casi così sono gravi; l’unica è provare per un paio di giorni a dargli queste pillole; Se non reagisce sarà necessario abbatterlo, piuttosto che lasciarlo morire di stenti>>.
    Il maiale della fattoria, che aveva sentito tutto, corse dal cavallo e gli disse: <<Alzati, alzati, altrimenti butta male!>> Ma il cavallo non reagì .
    Il secondo giorno il veterinario tornò e somministrò nuovamente le pillole, dicendo poi al fattore:
<<Non reagisce: aspettiamo ancora un po’, ma credo non ci sia alcunché da fare.>>

    Il maiale, sentito tutto, corse ancora dal cavallo: <<Devi assolutamente reagire; guarda che altrimenti sono guai!>>. Ma il cavallo niente.

    Il terzo giorno il veterinario verificò l’assenza di progressi e, rivolto al fattore: <<Dammi il fucile: è ora di abbattere quella povera bestia.>>
    Il maiale corse disperato dal cavallo: <<Devi reagire, è l’ultima occasione, ti prego, stanno per ammazzarti!>> Il cavallo allora si alzò e cominciò a camminare, poi a correre.

    Il fattore, felicissimo, rivolto al veterinario gli disse: <<Grazie, grazie! Lei è un medico meraviglioso, ha fatto un miracolo!>>. Poi chiamò tutti i suoi familiari:
<<Il nostro cavallo è guarito! Dobbiamo assolutamente fare una grande festa: un banchetto. Su, presto …. ammazziamo il maiale!>>


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QUESTO TESTO E' DEDICATO AL SIGNORE, CHE SI E' INCARNATO NEI GRANDI AVATARS, COME : 

GESU'  SATHYA SAI BABA*
  

     * Sai Baba si è incarnato il 23 Novembre 1926 a Puttaparthi, un villaggio nella regione dell'Andra Pradesh nel centro-sud dell'India. Ha lasciato il corpo il 24/4/2011. Ha decine di milioni di devoti in tutto il mondo. Opera ogni sorta di miracolo. Ha realizzato ospedali, scuole, villaggi, acquedotti, ecc. per sollevare la condizione dei più disagiati. 
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