copertina del "Diario di Brigida Giorni" di B. Palmieri e P. Vita

 

©  Prima edizione: Ott 2011

Revis.2: Apr. 2013

 

 

 

 

INDICE

 

 

 

Introduzione

 

Caro diario…

 

Infanzia

 

Adolescenza

 

Amiche

 

I denti

 

Le diete

 

Colori e preferenze

 

Il mio oroscopo

 

Il servizio buono

 

Presa al volo

 

Un marpione

 

Contraddizioni e convenzioni

 

Luci arancione

 

La vera stalla di Betlemme

 

Fare l'attrice?

 

Psicologia del consumo

 

Informazione e supporti

 

Architetti e ingegneri

 

Modi di dire ed esotismi

 

India

 

Cambiamento

 

Il Matrimonio

 

L'esercizio delle sedie

 

Somiglianze

 

Sogni

 

Proprietà

Il complesso dell'incontro

 

 

 

 

Introduzione

     Questo Diario non è "quotidiano": sarebbe noioso, perché non tutti i giorni accadono cose interessanti da scrivere e ricordare. Ci scrivo solo il racconto di avvenimenti importanti e riflessioni che mi piace annotare.

 

 

 

 

Caro diario

<<Mamma, quanti anni ho?>>. La voce calda e vellutata è quella di mia madre che in mezzo alla biancheria da stendere mi risponde : <<Quattro e mezzo>>. <<Non ne ho cinque?>>. <<Non ancora>>.

Che delusione! Torno dentro e continuo a vedere la televisione ma non la guardo, penso che è domenica e domani si torna all’asilo. Chissà perché non sono contenta. Prendo posto su una delle cinque dita del tappetone rosso a forma di piede che ci è stato regalato e continuo a vedere il programma per bambini.

Mi vorrei sentire già grande, come mia sorella Anna. Lei si che è grande, va già in prima elementare!

Le suore poi .... non mi piacciono le suore. Poi mi distraggo e la giornata passa. Verso l’ora di pranzo si avverte odore di pasta e frittata. Da allora accosto sempre le suore agli odori tipici del "refettorio": quello di minestra e, soprattutto, quello di rinfresco: l'odore,  sgradevole, di piatti lavati sommariamente e lasciati a sgocciolare.

 

Che bello tornare a casa! L’odore della nostra casa: verdura cotta, mista al profumo del detersivo per i pavimenti. Saluto i miei fratellini più piccoli e giochiamo tutti insieme.

Il mercatino con gli ombrelli è il mio gioco preferito; si vende di tutto: scarpe, giocattoli, matite, ma appena un giocatore si stanca, il gioco è finito…. non mi va più neanche a me…

<<E’ arrivato papà>>: ecco la voce che più mi piace. Mia madre ci avvisa che possiamo saltare addosso a nostro padre. Da lì alla cena il passo è breve e ci ritroviamo tutti intorno ad un tavolo immenso che raccoglie 8 persone (scordavo di presentarvi mia nonna: la nonnina più discreta e dolce che conosca!).

Per me veder cucinare in grandi pentole e apparecchiare per otto persone era l’ordinario. Solo alla fine delle elementari comincio ad elaborare che le altre famiglie sono più piccole ed utilizzano spazi e porzioni più ridotti.

 

Aiutiamo mamma a sparecchiare ma in realtà trasformiamo anche questo in un gioco, spinte, provocazioni, corse intorno al tavolo ed ecco che la voce di papà passa da un ammonimento ad una risposta polemica alle lamentele di mamma…

Bah, meglio far finta di nulla ed infilarsi il pigiama.

Si ristabilisce la calma in casa ed ecco….. con il pigiama sembro ancora più piccola ed esile. Perché non sono come mia sorella? Lei è un po’ più alta e meno magra di me…

 

Ho nove anni ma il prossimo anno forse le cose cambieranno…forse non mi serviranno nemmeno più gli occhiali, che mi sono stati prescritti dall'oculista, a causa di una mia debolezza di vista.

 

 

 

 

Infanzia

Giugno 1974

 

Ecco, la finestra è illuminata. Babbo Natale deve essere già stato qui, nella mia casa e probabilmente è già andato via. E se mi alzo e me lo trovo davanti? No, meglio aspettare. Mi avrà portato quello che desidero?

Saranno le 7,30 ormai. Sento una delle mie sorelle che si sta svegliando. Ci penso io a finire l’opera e gli sussurro all’orecchio che oggi è Natale.

L’emozione ci impedisce di rimanere al letto e chiamiamo il resto della tribù. In fila indiana entriamo nel salone e quasi automaticamente (ormai da qualche anno) la luce del super otto di papà quasi ci acceca…. E via al canonico filmino mentre con occhi sgranati ci troviamo di fronte i nostri bellissimi giocattoli!

 

Voilà… il passamontagna, la sciarpa ed i guanti e visto che oggi non piove purtroppo non posso mettere le calosce. Addio salti nelle pozzanghere! Via si parte per andare a scuola. La passeggiata non è breve ma ci piace attraversare il prato e vedere i fiorellini ricoperti di rugiada, le spighe da strappare; fra pochi mesi ricomincerò a dare la caccia ai papaveri per stamparmi un bel timbro sulla mano.

 

Ecco l’odore di mensa, ciao mamma, ed in fila per la solita preghiera prima di entrare in classe.

Certo che la mia suora ,oltre che cattiva, è davvero brutta. Chissà se oggi metterà qualcuno dietro la lavagna o picchierà la sua bacchetta sulle manine di qualche compagno. Ma questo Dio , d i cui parlano tanto qui più che in ogni altro posto, vede come si comporta Suor Rosina? 

Comunque oggi all’uscita ci accompagnerà Gianna, la mamma di Clara, con la sua originale Renault 4 marrone. Quanto mi piace Gianna, è attiva, frizzante e fa tante, tante cose, per me è come una ventata di freschezza. Il viaggio nella sua auto è davvero una bella avventura.

Gianna ha tolto i propri figli dalla scuola di suore. Non le piace come trattano i bambini.

Mia sorella Susanna ha la fortuna di avere una suora buona, mia sorella Giulia ha come insegnante una laica ed i miei fratelli hanno avuto la fortuna di essere stati iscritti in una scuola comunale.

Insomma l’unica strana è capitata a me. Non ha mai parole o sguardi dolci. Tempo fa ho preso una bacchettata sulle mani solo perché stavo fissando il crocefisso per qualche secondo ed ho distolto lo sguardo da lei.

Per non parlare di quando ci dice che dobbiamo andare a letto alle 7 perché altrimenti andiamo all’inferno e stesso destino se non ci puliamo le mani con i fazzolettini profumati!

Per fortuna che Gianna continuiamo a vederla perché vorrei ancora salire nella sua auto. Chissà se Gianna saprà mai quanto importante lei sarà per la mia evoluzione spirituale negli anni a venire…

 

 

 

Adolescenza

Gennaio 1981

 

Il passaggio dalle scuole elementari alle scuole medie è stato piuttosto stimolante, ma solo all’inizio….

Mi sento più grande, ho tante materie ed altrettante insegnanti, nessun grembiule da indossare… che spasso!

Il secondo giorno di scuola un bambino bassino mi ha fatto trovare un foglietto sotto il banco su cui era scritto: “vuoi metterti con me?”. Sotto suggerimento della mia neo-amica di banco, ho risposto “no grazie”.

Mah… avrò fatto bene? Susanna avrebbe saputo con sicurezza cosa fare…..Susanna è in terza media, due porte più avanti ed insieme a lei c’erano altri fratelli di alcuni miei nuovi compagni di classe e dobbiamo sorbirci giornalmente le lodi sui nostri fratelli più grandi da parte delle insegnanti, con la speranza di trovare in noi gli stessi pregi….

 

I tre canonici anni trascorrono senza alti e bassi; se non fosse per le feste, le gite, e il mio primo amore , potrei dire che le medie non hanno rappresentato un periodo degno di ciò che si chiama “punto di svolta”.

 

<<Ancora solo 44 chili, porca paletta!>>

Il prossimo anno comincerò le scuole superiori e chissà se ingrasserò!? Comunque questo mascara ed il lucidalabbra mi fanno sembrare davvero grande. Spero che il cambiamento esteriore mi porti anche ad una crescita interiore.

Uffa! Perché ho bisogno delle conferme degli altri per stare davvero bene? Susanna è sempre perfetta….

 

 

 

 

Amiche

Agosto 1982

 

Un giorno stavo guardando la Tv, insieme alla mia amica Laura; stavano intervistando Diego Abbatantuono ; quando lui cominciò a parlare, rispondendo al conduttore,  Laura rimase a bocca aperta e disse: <<ma parla "normale"!>>. Era talmente abituata a sentirlo parlare nei films in quel suo strambo dialetto lombardo-pugliese, che era convinta che quello fosse  il suo unico stile verbale e l'attore non sapesse parlare in italiano.

 

L’amore è una cosa molto discussa: è una cosa bella o penosa? Piacevole, da ricercare o è meglio sfuggirla? Varie mie amiche, che avevano tanto aspettato l’amore con trepidazione e speranza, ne sono rimaste deluse ed amareggiate.

C’è chi dice che la colpa sia degli uomini, che illudono le ragazze; c’è anche chi dice che siano le ragazze a pretendere troppo e magari a volersi sposare a tutti i costi. Io stessa mi aspetto molto dall’amore: spero d’incontrare presto l’uomo dei miei sogni: colui che mi darà attenzioni, soddisfazioni ed un grande amore. Però sono sospettosa e timorosa: e se capitasse anche a me qualche amara delusione? Se l’uomo che incontrerò si rivelasse inadeguato alle mie aspettative?

 

 

 

 

 

I denti

Novembre 1987

 

Penso ai miei denti ed all’addestramento che mi è stato dato in proposito. Il lavaggio dei denti ha subìto negli anni una grossa evoluzione sia nella pratica comune che nel mio caso personale.

Quand'ero piccola l'igiene dentale era piuttosto trascurata ed ignorata; addirittura nella mia prima infanzia , per farmi stare buona a letto, prima di dormire mi davano una caramella; a volte io, che ero ghiotta di parmigiano, me ne portavo un pezzetto nel tasca del pigiama e me lo gustavo invece della caramella! I miei parenti, anziché sconsigliarmelo, lo trovavano curioso e divertente.

Cominciai a soffrire di carie e mi fu insegnato che dovevo lavarmi i denti prima di andare a letto, ma nessuno mi spiegò bene come; guardando i films in TV, vedevo che la gente si spazzolava i denti orizzontalmente e così facevo anch'io.

Poi, crescendo, ebbi occasione di notare un libro sull'argomento, nella biblioteca della mia scuola . Lo lessi e scoprii che i denti vanno spazzolati verticalmente, dalle gengive verso la punta dei denti e che non basta lavarseli la sera, ma almeno dopo ogni pasto.

Quando andai a lavorare, vidi una mia collega che si lavava i denti dopo pranzo: non ci avevo pensato, assumendo implicitamente che fuori casa era inevitabile rinunciarci; invece no: era possibilissimo tenere spazzolino e dentifricio in ufficio e provvedere.

Fino ad allora , imitando gli spot pubblicitari dei dentifrici, stendevo un cannello di pasta da un estremo all'altro dello spazzolino; lavandomi vedevo che vari grumi  di dentifricio finivano per cadere nel lavandino e occorreva sfregare con la mano o altro per rimuoverli; poi mi capitò di vedere degli spazzolini corti e addirittura degli spazzolini elettrici, con le setole sistemate in tondo su una superficie che a stento poteva equivalere ad un centimetro quadro. Riflettei allora che non era necessario riempire lo spazzolino con tutto quel dentifricio, che poi spesso andava sprecato, sporcando il lavabo. Provai a metterne meno e constatai che un centimetro di pasta è sufficiente a produrre una schiuma che riempie la bocca e lava benissimo. Vidi anche una trasmissione TV in cui si diceva che il mezzo principale per l'igiene orale è lo spazzolino, mentre il dentifricio è secondario. Perfino una nota ditta di dentifrici ed altri mezzi per l'igiene orale lo sostiene nei suoi quiz educativi.

Poi capitò che una mia cugina, chiacchierando, menzionasse il fatto di essere stata dal dentista per la pulizia dei denti: una cosa che non avevo mai sentito. Una parente, presente alla conversazione,  espresse un parere contrario: "la pulizia dei denti, fatta dal dentista, era un'operazione pericolosa, da evitare". Per fortuna non le detti retta e la feci anch'io; il dentista mi fece notare l'accumulo di tartaro alla base dei miei denti, specie presso gli incisivi inferiori, dove la saliva ristagna maggiormente. Il dentista mi raccomandò anche  di lavare bene quelle zone, specie all'interno, dove occorre agire accuratamente con uno spazzolino possibilmente dalle  setole allungate  in punta, in modo che arrivi alla base dei denti; mi consigliò anche l'impiego del filo interdentale e dello scovolino, che non conoscevo.  Scoprii anche che lo scovolino va comprato in genere di calibro piccolo, se no non entra negli interstizi tra i denti

Specialmente usando il filo o lo scovolino, scoprii quanti residui restano tra i denti, nonostante la pulizia con lo spazzolino. Notai che i cibi che lasciano più residui sono la pasta, le prugne secche, il prosciutto e l'ananas; l'ananas ha dei fili che si fissano molto ostinatamente tra le parti più alte dei denti.

 Con questi accorgimenti ora i miei denti stanno  molto meglio: posso constatarlo da me, usando uno specchietto da dentista che ho finito per comprarmi.

Insomma, caro diario, quello che mi sorprende è che  un'operazione, così apparentemente semplice come quella di lavarsi i denti, abbia impiegato più di trent'anni per essere acquisita adeguatamente. E scommetto che la maggior parte della gente è nella stessa situazione.

 

 

 

 

Le diete

Marzo 1988

 

          Si sa che le ragazze sono molto sensibili alla propria linea ed alle diete utili a conquistarla e mantenerla.

          Io,  in realtà ho la fortuna di non avere di questi problemi, perché sono snella naturalmente e non rischio di ingrassare, sebbene non mi limiti particolarmente nel mangiare.

Comunque mi sono incuriosita sulle diete, non tanto su quelle dimagranti vere e proprie, ma leggo ogni tanto i consigli riguardanti le diete del benessere ed i consigli su come mangiare bene ed in modo equilibrato.

          Sono rimasta colpita dalle molte contraddizioni che si leggono, tanto da avere la sensazione che la dietologia sia una delle materie più controverse.

 Per esempio, c'è una corrente maggioritaria di pensiero anche medico, secondo cui la carne sia indispensabile per l'apporto di proteine; altrove leggo di intere popolazioni vegetariane (basti pensare alle centinaia di milioni di indù), che non soffrono alcun problema dalla mancanza di carne. In effetti sono andata a vedere il contenuto proteico dei vari alimenti ed ho scoperto con sorpresa che, per esempio, il formaggio stagionato contiene circa il 50% di proteine più della carne o del pesce,  la pasta ne contiene più delle uova ed i carciofi più della ricotta!

Il latte  è un alimento da molti considerato necessario, particolarmente salutare e benefico ad ogni età, mentre , cercando sul web, trovo che altri lo bandiscono per gli adulti e, comunque, risulta che una grossa percentuale della popolazione mondiale (dell'ordine del 50%) è affetta da intolleranza al lattosio.

I cibi conservati in vari modi: surgelati, sott'olio, in scatola, ecc. sono diventati di gran moda in occidente, mentre tutte le diete serie li escludono, in quanto privi dell'energia ignota scientificamente, ma che sarebbe associata ai cibi freschi.

La "dieta mediterranea" esalta l'impiego della pasta e del pane; d'altra parte i cereali - che, insieme alle patate, sono alimenti a base di amido - sono stati per millenni la base dell'alimentazione  di tutti i popoli: il frumento nelle sue varie forme come pane, pasta, ma soprattutto come schiacciate cotte su piastre roventi è diffusissimo in Europa, Africa ed Asia; il mais dà la polenta, tradizionale nel nord Italia; il riso è la base dell'alimentazione della maggior parte dell'Asia; l'orzo è l'alimento quasi esclusivo degli himalayani. Il riso integrale è considerato dalla dieta macrobiotica addirittura una specie di toccasana, indispensabile ad ogni età e circostanza. Anche le patate sono state la base dell'alimentazione di vari popoli e sono ancora diffusissime ovunque.

Per contrasto, molti dietologi ed anche orientalisti suggeriscono di limitare gli amidi, che considerano tamasici (portatori di pesantezza).

I gusti e la disposizione verso i cibi sembrano comunque assai soggettivi e variabili. Per esempio, La maggioranza delle persone trova i peperoni indigesti di sera, mentre a me non danno alcun fastidio. Quasi tutti consigliano di mangiare non più di un uovo al giorno e non tutti i giorni, mentre mia madre mi raccontò che una sua zia, quando si sentiva debole o cagionevole, ingoiava con successo una dozzina di uova!

   I grassi sembrano anch'essi subordinati a usi locali, più che a considerazioni ed esperienze dietetiche.

Io  pensavo, ad esempio, che il burro fosse più diffuso nel nord Italia, a preferenza dell'olio. per motivi climatici; mia madre diceva che, essendo il burro più caloroso era più diffuso nel clima più rigido. Invece ho poi sperimentato che il burro è il grasso principe in India, dove spesso fa più caldo che da noi. Il motivo sembra essere sostanzialmente quello delle risorse: dove non cresce l'olivo, o altra pianta da semi oleosi, si usa il grasso animale!

 

          Accanto alle diete possiamo associare anche le terapie. Come sappiamo , oltre alla medicina occidentale allopatica, ci sono tante altre correnti  terapeutiche, molte delle quali, di origine orientale, come l'ayurveda, l'agopuntura, la  macrobiotica. Una di queste è la fitoterapia; a questo proposito un mio amico diceva di curarsi con le erbe; gli chiesi: <<puoi farmi un esempio?>>

<<certo: io, in genere, uso la marijana!>>

 

          Connessi con le diete e le terapie ci sono  poi gli esercizi ginnici. ormai quasi tutti andiamo in palestra o facciamo qualche attività per mantenerci in forma fisica. Anch'io vado in palestra e mi sono travata ad osservare con divertimento gli atteggiamenti di molti "ginnasti".

All'inizio della ginnastica collettiva, si fa un riscaldamento muscolare, basato sulla marcia veloce, in tondo nella palestra; nonostante le ripetute insistenze dell'istruttore, la maggior parte delle donne cammina lentamente, a coppie, chiacchierando, come se passeggiasse guardando le vetrine, tanto che la parte del corpo più esercitata sembra essere la lingua.

          Ci sono certe signore di mezza età, che sembrano delle paperelle: hanno la pancia a cocomero e il sedere sporgente come le papere; quando l'istruttore dice di slanciare le braccia in avanti, le sporgono con grazia e lentezza, senza distenderle completamente, come per prendere un golf dall'armadio. C'è n'è una, invece, magra, coi capelli corti, che sembra  un uomo ed ha le movenze rigide, da soldato; quando l'istruttore chiede di tendere un braccio in alto, lei lo  stende come nel saluto nazista.

 

 

 

 

Colori e preferenze

Dicembre 1988

 

Ho avuto  una lunga discussione con una mia amica: lei sosteneva che il colore rosa è il più bello, mentre io dicevo che il giallo è più vivace e solare. Ognuna di noi due menzionava degli esempi di preminenza o superiorità per il colore a lei caro.

La cosa mi lasciò perplessa, sicché sono andata ad approfondire l'argomento ed ho scoperto che quella era una discussione che non ha molto senso, dato che ognuno ha un'attrazione preferenziale per certi colori, secondo il suo carattere ed anche secondo la situazione.

Certi colori vanno bene per un ambiente di soggiorno e svago, mentre per il riposo ce ne vogliono altri.

Sembra addirittura che ci sia una relazione tra il segno zodiacale ed i colori preferiti.

Poi c'è un'influenza dei colori sulla salute della persona; esiste una scienza chiamata "cromoterapia", che studia l'effetto dei colori sull'organismo umano e cura vari disturbi, mediante l'uso di indumenti, luci, ed altri oggetti colorati. Se ne può dedurre che imporre a qualcuno un colore inadatto, come una divisa o costringerlo a lavorare o dormire in un ambiente dai colori contrari ai suoi preferiti, può causargli dei disturbi.

Considerazioni analoghe si potrebbero fare sui suoni, per cui alcuni amano certi suoni e melodie, altri altre, totalmente diverse.

Insomma sui gusti non si discute e tanto meno sui colori!

 

 

 

 

Il mio oroscopo

    Giugno 1989

 

Non ho mai dato  importanza né fiducia agli oroscopi, ma un giorno un'amica mi fa: <<guarda che ho incontrato un'astrologa : Maddalena, veramente in gamba: ti fa un oroscopo personalizzato molto valido; io sono rimasta stupita dalle caratteristiche che ha individuato in me dal mio oroscopo, senza avermi mai incontrato, e senza sapere nulla di me; è tutta un'altra cosa rispetto  agli oroscopi generici delle riviste e della TV. Vacci; devi portarti l'ora di nascita: fattela dire da tua madre>>.

Un po' perplessa mi decido ad andarci, sulla fiducia nella mia amica. Trovo un bella signora sui cinquanta, che mi fa accomodare, mi chiede  il nome ed i dati di nascita; poi si mette al computer e,  poco dopo , stampa una figura circolare, che chiama "carta del cielo". Si mette ad osservarla e comincia a parlare, descrivendo le mie caratteristiche personali; io prendo appunti e viene fuori:

 

SEGNO ZODIACALE: Sagittario

ASCENDENTE: Sagittario

CARATTERE: Orgogliosa, spirituale, comunicativa, socievole, intelligente; ha degli scrupoli morali. Ha leggera irrequietezza ed angoscia; magari il desiderio di fuggire da pericoli immaginari. Un po' capricciosa e indipendente. Può avere difficoltà nel decidere e poca prontezza nel cogliere occasioni favorevoli.

AMICIZIE e PARENTELE: Puo' avere rapporti in famiglia contrastati e scontri con figure familiari femminili. Il componente della famiglia che più tende ad influenzare la sua vita è il padre, con cui dovrebbe risolvere qualche problema di una vita precedente.

STUDIO, LAVORO, DENARO: Da' molta importanza al successo nel lavoro, che le fu problematico in una vita precedente. E' portata ad attività in cui ci sia da battagliare per arrivare al successo. Riuscirà nella vita. Puo' avere eredita'. Ha interesse per i viaggi all'estero.

AMORE e MATRIMONIO: Ama la casa, la famiglia e i figli. Ha bisogno di vivere esperienze diverse e di conoscere persone nuove. L'amore è vissuto come affermazione di sé. Inclina al dominio nel rapporto d'amore e cerca la perfezione nel partner. Buona intesa col partner in Leone.

SALUTE: Sensibile nelle zone del collo, gola, bocca, esofago e tiroide. Tende a somatizzare in tali organi. Eventuali problemi con la propria femminilità.

SPIRITUALITA': Intuitiva, spirituale; aperta all'ignoto, all'astrologia, alla psicoanalisi, ma con un certo timore.

IMPREVISTI: Ha tanta forza, utile per il superamento risoluto degli ostacoli, anche interiori.

Queste informazioni mi lasciarono di stucco, perché - per quanto riguardavano il passato ed il presente corrispondevano in modo puntuale alle mie caratteristiche; mi dovetti ricredere sulla validita' degli  oroscopi, se personalizzati e ben studiati.

Mi posi la domanda: come è possibile che gli astri influenzino così bene e minuziosamente la personalità di un essere umano?

Feci delle ricerche e delle riflessioni:

Da sempre l'uomo ha ritenuto che i corpi celesti (pianeti satelliti e stelle) influenzino la sua vita. Alcune influenze di natura fisica - come le maree o il ciclo mestruale - sono riconosciute dalla scienza, altre di natura diversa no, ma sembra evidente che ci siano.

L'astrologia sostiene che l'influenza dei corpi celesti condizioni la vita dell'uomo e del creato in generale, con proprietà e combinazioni molteplici. Ma come? Certo non con azioni fisiche, come quella gravitazionale o magnetica, che sono troppo deboli (in relazione alle distanze) e semplici per dar conto di tante caratteristiche diverse.

Allora c'è da ritenere che i corpi celesti abbiano un'altra energia, dotata di caratteristiche simili a quelle della personalità umana. Del resto i greci non avevano identificato gli dei con i corpi celesti, connotati proprio da umori umani?

E perfino San Francesco non chiamò "fratello" il Sole e "sorella" la Luna?

Tutti noi, istintivamente e senza rifletterci, non chiamiamo madre la nostra Terra?

Ho anche riflettuto sul fatto che c'è chi ritiene cha anche elementi minori della Natura, come le montagne, i laghi, i fiumi, le foreste, siano dotati di una sorta di anima. In passato non si credeva nelle divinità silvestri?, le ninfe, i fauni? Forse erano personificazioni dell'energia di quegli elementi. A me non dispiace l'idea, visto anche che quelle entità sono generalmente tranquille ed inoffensive; mi piace l'idea di esprimere qualcosa nei confronti di un fiume o di un bel prato, pensando che qualcuno, in qualche modo, possa recepire e godere dei miei pensieri.

 

 

 

 

Il servizio buono

Dicembre  1989,

    C'è da preparare per il cenone di Natale.; saremo una dozzina a tavola e cerco di aiutare mamma ad apparecchiare.

Mi appresto a tirare fuori il servizio buono, quello da dodici;mi sembra la scelta giusta: l'occasione importante e i convitati numerosi; mamma mi vede e mi ferma: <<che fai?!>>

<<metto il servizio buono! No?>>

<<Noooo! Mettiamo i piatti di plastica; così dopo si buttano e restano solo le pentole, le posate ed i bicchieri da mettere in lavastoviglie, se no tutto non mi c'entra!>>.

Il mese scorso ci  fu il compleanno di mia sorella e lei voleva usare lo stesso servizio, ma mamma non volle, perché tra gli invitati c'era anche il bambino di una sua amica:

<<No, il servizio buono NO! Il bambino me lo può rompere>>.

Dico io: <<ma questo servizio buono che c'e l'abbiamo a fare? Nei giorni normali non si usa, sebbene siamo tanti in casa; nelle grandi occasioni c'è sempre un motivo per escluderlo: tanto varrebbe che non l'avessimo!>>

Questa situazione mi fa ricordare una storiella sul re di Piemonte:

"Un bel giorno il re decise di andare a visitare i paesi del suo regno e cominciò dal più vicino, avvisando il sindaco per tempo. Arrivò il giorno fatidico: i paesani avevano preparato il paese riordinato e lustrato per la visita reale ed un banchetto in piazza. Il re visitò tutto e poi si mise a tavola con i paesani più insigni, apprezzando e complimentandosi  per le portate prelibate, ma soprattutto per il vino. Il sindaco, compiaciuto ed orgoglioso per l'apprezzamento reale, volle sottolineare che quello era il vino delle loro terre:

<<Modestamente, Maestà, questo è il vino che facciamo noi stessi, coi nostri vitigni selezionati. Ma questo che Vostra Maestà ha assaggiato, non è il massimo; dovrebbe sentire quello che serbiamo per le grandi occasioni!>>.

 

 

 

 

Presa al volo

Marzo 1990,

Da pochissimo tempo ho ventitré anni ed ho cominciato a sentir parlare di Sai Baba, la cui biografia  m'ha affascinata, ma tutto è rimasto latente dentro di me.

E' un’ordinaria, piovosa mattina invernale, stavo attraversando la prima carreggiata della strada di casa, per raggiungere la mia auto, parcheggiata sul lato opposto. Mi fermo, dopo aver attraversato la prima carreggiata ed inizio ad attraversare l’altra, poiché una macchina della carreggiata opposta s'è fermata per farmi passare. Una frazione di secondo dopo vedo un camioncino che arriva a velocità sostenuta. Tutto si svolge in un attimo: realizzo che il furgoncino non farà  in tempo a frenare, sento un colpo ad una gamba, poi più nulla, ma... distinguo nitidamente la figura di un uomo sorridente, vestito di bianco, che mi porta in braccio e mi posa dolcemente sulla strada!

In  una fase simile al dormi-veglia, ho la certa sensazione di  avere la testa sull’asfalto e sento il rumore di una frenata vicinissima alla mia testa. Penso che la mia vita stia per finire. Poi di nuovo sprofondo nel sonno. Il camioncino aveva tamponato violentemente la macchina che si era fermata per farmi passare, quest’ultima di conseguenza m'aveva investita, sbalzandomi qualche metro lontano, sull’altra carreggiata, dove una Jeep stava passando e fece in tempo a frenare a pochi millimetri dalla mia testa.

Comincio a risvegliarmi perché qualcuno ha le mani  nella mia bocca nel tentativo di praticarmi la respirazione artificiale. Mentre prendo conoscenza, tra pianti e grida intorno a me, avverto di nuovo un gran sonno: ma contino a sentire sirene, clacson, voci, pianti e mia madre, che era stata avvertita ed era scesa di corsa da casa, urla <<Brigida, rispondi… che ti hanno fatto?>>. 

Mi sembra che sia scoppiata la guerra, ma non riesco a svegliarmi del tutto, tuttavia comincio a rendermi conto di ciò che è accaduto e provo a muovere le gambe sotto il telone arancione che mi hanno steso sopra e che fino a pochi istanti prima mi copriva anche il volto, un po' per ripararmi dalla pioggia, un po' perche' mi credevano morta!
Fortunatamente le mie gambe sono sensibili, avverto solo un gran male alla schiena.

Per la verità in quel momento il mio pensiero è rivolto a mia madre che è terrorizzata; sento che le dicono che non posso rispondere. Infatti non riesco a dire una parola, per tranquillizzarla.

Con mia madre veniamo trasportate in ambulanza (ne sono arrivate due) all’ospedale. Durante il percorso, ma madre (devota di Baba) mette una mano nella tasca del giaccone che si era infilata frettolosamente, per scendere di casa e ci trova una bustina di vibhuti [*]; prontamente me ne mette un po' in bocca, pregando Sai Baba. Poco dopo inizio a parlare con un filo di voce, dicendo di essere viva, ma di non muovermi perche' temo di essermi rotta tutte le ossa.

Dopo accurati controlli, incredibilmente me la cavo solo con qualche contusione ed un gran mal di schiena e torno a casa, con mamma il giorno stesso, in autobus,  sotto gli occhi increduli del vicinato! La cosa agghiacciante è che tutti m'avevano data per morta, visto il volo che avevo fatto. Evidentemente Baba ha deciso che questo è il giorno in cui annunciare alla mia anima la sua presenza ed il giorno in cui la mia vita dovrebbe prendere la strada della spiritualità.

 

 

 

 

Un marpione

Maggio 1990

Insieme ad una mia amica bruttina ma intelligente, un mese fa andammo ad una conferenza sul lavoro. Nella pausa caffè, ci si avvicinò un tizio, che disse di essere un imprenditore con molte attività: costruzioni, negozi, TV locali. Sisto - lo chiamerò così, per preservare la sua privacy - era simpatico, rampante, emanava energia e fascino, pur non essendo alto. S'interessò a noi, sentendo che eravamo in cerca di lavoro. Ci chiese i nostri dati, prospettandoci lavoro e carriera.

Il giorno dopo la mia amica ricevette una telefonata, per un colloquio in uno studio legale di proprietà di Sisto e nel giro di una settimana era assunta.

Contemporaneamente, io ricevetti una telefonata da Sisto stesso, per un colloquio; ci andai e lui mi offrì un posto da giornalista in un TG di un'emittente locale.

Io obiettai che non sono giornalista, ma lui insisté perché accettassi il posto; disse che avrei imparato presto e che il direttore  mi avrebbe insegnato i trucchi del mestiere e si sarebbe preso cura di farmi iscrivere all'albo dei giornalisti. Ci teneva che accettassi, perché diceva che avrei dato look al TG.

Accettai e cominciai a lavorare, dapprima dietro le quinte, con una assistenza assidua del direttore, che disse che Sisto teneva molto a me. Dopo un paio di settimane Sisto mi telefonò per sentire come mi trovavo e mi invitò ad una festa  in una sua villa al mare.. Sorpresa della sua cura, c'andai: c'erano molte ragazze giovani come e più di me e tutti gli invitati esaltavano Sisto, menzionando le sue capacità, il suo successo ed i vantaggi ricevuti  da lui.

Poi lui fece un discorso, in cui menzionò il progetto di una nuova autostrada; ascoltando i commenti di alcuni presenti, capii che l'autostrada avrebbe collegato i suoi stabilimenti in Lombardia e che una sua ditta avrebbe ottenuto l'appalto dei lavori.

Poi Sisto mi prese da parte, mi fece molti complimenti , sia per il lavoro che stavo facendo che per la  mia bellezza e mi propose di entrare in politica, come lui stesso aveva in mente di fare: avrebbe fondato un nuovo partito, sicuro che col suo fascino avrebbe raccolto molti voti. Mi avrebbe assicurato un seggio in parlamento, mettendomi nella sua lista. Obiettai che non sapevo nulla di politica, ma lui insisté, dicendo che mi avrebbe guidato e mi avrebbe detto cosa dire, cosa fare e come votare in aula: non ci sarebbero stati problemi. Per approfondire la questione mi propose di restare a dormire in villa. Capii l'antifona e inventai una scusa per andarmene. Alla fine del periodo di prova al TG, nonostante i tanti complimenti ed apprezzamenti ricevuti all'inizio, mi dissero che non avevo superato il periodo di prova e mi licenziarono.

Nel giro di un mese la mia amica capì che gli avvocati dello studio in cui era stata assunta cercavano di corrompere dei pubblici funzionari e si dimise.

 

 

 

 

Contraddizioni e convenzioni

Gennaio 1991

 

Mi sorprendo a fare alcune osservazioni su  quello che noto attorno a me: La società mi sembra piena di contraddizioni, di cose fatte per uno scopo , che finiscono per essere applicate in modo da non rispettare più lo scopo originario:

C'è una legge che offre incentivi per chi realizza abitazioni costruite in modo da favorire il risparmio energetico, per esempio con l'uso di doppi vetri. Un mio amico ha comprato una casa del genere e si è poi accorto che c'erano molti spifferi vicino alle finestre. Indagando ha scoperto che gli spifferi sono causati dalle fessure presenti tra i telai ed i controtelai delle finestre stesse (i controtelai sono quelle strisce di legno fissate al muro sulle quali poi si avvitano i telai; tra i due, per necessità di adattamento, c'è una distanza di almeno mezzo centimetro) le fessure sono coperte alla vista da una mostra, che ha uno scopo eminentemente estetico, ma  - dato che non aderisce bene ad entrambi i lati - non impedisce agli spifferi di entrare in casa, vanificando il vantaggio dei doppi vetri. Il mio amico ha dovuto smontare tutte le mostre e riempire le fessure con delle guarnizioni di spugnetta. Lo stato, che versa gli incentivi ai costruttori non prevede qualche  ispezione, per verificare che i soldi nostri non vadano a costruttori così superficiali?

La legge prevede poi che nei negozi alimentari il personale porti dei berretti per impedire alla capigliatura di inquinare i cibi e prevede che chi serve gli alimenti non tocchi denaro, oppure metta dei guanti quando serve gli alimenti. In molti esercizi ciò non viene rispettato: i berretti sono assenti , o sono indossati per bellezza, senza che essi coprano seriamente i capelli; i guanti non ci sono , o sono indossati per fare sia le porzioni di cibo che per incassare i soldi. Insomma avviene un poco come in chiesa, dove le donne  - una volta - dovevano indossare un velo sulla testa per celare i capelli, che sono un elemento di attrazione erotica, ma , col tempo detti veli, specie per le ragazze, anziché nascondere i capelli, li esaltavano, lasciandoli in massima parte scoperti ed adornandoli, con pizzi e pettinini. Viceversa le donne anziane (che non avevano nulla da valorizzare) portavano il velo in modo da coprire effettivamente la testa. Così lo scopo originario era vanificato, col consenso dei preti.

Un'altra legge che viene talvolta vanificata è quella che impone l'uso del casco ai motociclisti. Alcuni di loro indossano il casco senza allacciarlo, senza pensare che , in caso di caduta, la prima cosa che perderebbero sarebbe probabilmente  il casco, sbattendo la testa per terra, o altrove. Sicché mantengono l'onere di portarsi il casco, che non sarà loro di alcuna utilità in caso di incidente!

Insomma spesso le regole della società, che erano nate per uno scopo, perdono ogni utilità, perché vengono applicate solo formalmente, dimenticando volutamente, o involontariamente la sostanza che dovevano tutelare; questo, oltre ad essere  un'assurdità ed una violazione della legge, costituisce uno spreco di tempo e denaro, se non una truffa.

 

Un altro aspetto della società è costituito dalle convenzioni, che spesso sono ignorate dai più

Un esempio ne sono le date principali del nostro calendario, che poi prevale in tutto il mondo, grazie - si fa per dire - all'influenza che la "civiltà occidentale" ha avuto modo di esercitare nel globo .

Tutti ci emozioniamo quando l'anno finisce e ne inizia uno nuovo; c'immaginiamo che da quel giorno in poi le cose cambieranno;  pretendiamo d'indossare abiti nuovi e di fare cose che ci accompagneranno per tutto l'anno, ecc.

In realtà nulla è cambiato sostanzialmente; il 31 dicembre non ha alcun valore astrofisico, per cui un anno debba finire e ne debba iniziare un altro; se mai un cambiamento dovrebbe esserci il 21 dicembre - solstizio d'inverno - quando l'emisfero nord della Terra  raggiunge il punto di massima inclinazione rispetto ai raggi solari, per poi  riprendere ad aumentare la propria insolazione. Oltre tutto  - come ben sappiamo - una specifica data è relativa al punto geografico di osservazione, per cui il capodanno non è univoco per tutti , ma arriva in ore diverse secondo dove ci troviamo, per cui a Roma è gia arrivato l'anno nuovo, mentre a New York arriverà tra 6 ore!

Inoltre  il capodanno è una data stabilita dal calendario gregoriano, ma ci sono tanti altri calendari e convenzioni diverse tra i vari popoli, anche se sono poco note ed utilizzate ufficialmente.

Il capodanno e l'inizio del conteggio degli anni, nelle varie tradizioni è, ad esempio:

ebraico: 1/tishrì variabile tra settembre e ottobre dal 3761 a.C. (considerato l'anno della creazione del mondo)

greco: 1/7, dal 776 a.C. (I olimpiade)

romano: 21/4 dal 753 a.C. (fondazione di Roma)

cinese agricolo o Xia: variabile tra il 21/1 ed il 20/2

copto etiope: 11/9, dal 5493 a.C.

musulmano: 15/7, dal 622 d.C. (migrazione di Maometto a Medina)

persiano: 21/3, dal 622 d.C.

 

Il Natale è fissato al 25 dicembre, in tutto il mondo ed è caratterizzato dall'albero, Babbo Natale, le renne e la slitta sulla neve. Ma la data del Natale, anche se specifica di una ben determinata religione, è essa stessa convenzionale. Si tratta del compleanno di Gesù, ma nessuno sa esattamente quando Gesù nacque: certamente non il 25 dicembre e non nel primo anno dell'era cristiana, ma  probabilmente il 28 dicembre dell'anno 6 avanti Cristo! (748 dalla fondazione di Roma).

I primi cristiani festeggiavano l'anniversario del Natale il 25 aprile, poi il 24 giugno, infine il 6 gennaio. La data attuale del 25 dicembre  fu scelta attorno al 350 d.C. dalla Chiesa, per sostituire, nell'uso popolare una festa pagana: "i saturnali", in onore del dio Saturno, durante i quali si accendevano candele, si scambiavano doni, datteri e frutta secca, auguri e si giocava anche a soldi (da cui le usanze perpetuate). Il 25 dicembre si festeggiavano anche il dio persiano Mitra, il dio egiziano Osiride, il dio Tammuz babilonese e tanti altri.

Un altro esempio è la Pasqua; essa  ricorda la risurrezione di Cristo che avvenne, secondo i vangeli, lo stesso giorno della celebrazione della ricorrenza ebraica, con la quale si ricorda la fuga e liberazione dalla schiavitù in Egitto. Naturalmente anch'essa non capita nello stesso giorno dell'anno in cui avvenne la risurrezione di Gesù, dato che ogni anno cambia, in base alla lunazione; Gesù morì il 7 Aprile del 30 d.C.  Quanto poi all'età di Gesù in quel momento, tutti dicono tradizionalmente, giocando a tombola: <<trentatre: gli anni di Cristo, quando morì>>; niente di più fasullo!  Visto che era nato alla fine del 6 a.C., quando morì aveva trentacinque anni.

Quindi noi ci comportiamo come se queste date fossero storiche e precise come il giorno del nostro compleanno, mentre sono solo delle convenzioni, utilizzate per ricordare più specificamente avvenimenti, che possiamo e dovremmo ricordare in qualsiasi giorno.

Perfino eventi storici più recenti, conclamati, considerati basilari e ricordati con feste sono convenzionali.

Un esempio ne è la scoperta dell'America. Tutti giurano che fu fatta da Cristoforo Colombo nel 1492. In realtà, leggendo libri di ricerca storica-archeologica, ho trovato che la scoperta di Colombo è da considerarsi solo di importanza commerciale, ma fu preceduta da vari viaggi di diversi gruppi etnici, che si erano addirittura già insediati nelle Americhe, assai prima di quella data!

Innanzi tutto popolazioni del Nord Est asiatico avevano popolato l'America da millenni, attraversando lo stretto di Bering, che congiunge  i due continenti.

Plutarco scrive che il comandante romano Sartorio, in Marocco aveva incontrato dei marinai che erano tornati  da certe isole distanti oltre 2000 km a ovest dall'Africa. Altri sostengono che esploratori romani ed africani sarebbero giunti in America.

Nel sesto secolo gli irlandesi , con San Brendano, andarono in America (che chiamavano "Antilia") e ne tornarono dopo sette anni.

Nell'ottavo secolo i portoghesi ci andarono in cinquemila; alcuni raggiunsero la Florida, dove fondarono la città di Calo.

Vichinghi norvegesi, col noto Erik il rosso ed i suoi figli, visitarono ripetutamente il nord est del continente americano, partendo dalla Groenlandia, dall'anno mille, tanto che ne sono stati trovati resti archeologici a Terranova. 

Nel 1421 una flotta cinese, con ventimila uomini  raggiunse l'America, nell'ambito di un giro del mondo, che incluse la scoperta dell'Australia, ma poi quei viaggi furono abbandonati, per motivi di superstizione.

Lo stesso Colombo ne  sapeva qualcosa, dato che era stato spinto al viaggio dalle informazioni del cosmografo e cartografo  fiorentino Paolo  dal Pozzo Toscanelli.
Colombo  portava con se una lettera del Toscanelli, che gli indicava Antilia come un'isola a metà strada tra l'Europa e le Indie, che Colombo credeva di raggiungere; tanto che Colombo, quando arrivò nei Carabi, chiamò quei posti "Antille".

Perfino la data della scoperta di Colombo viene messa in dubbio, dato che alcune fonti la posizionano qualche mese prima dell'ottobre 1492.

 

 

 

 

Analfabeti della strada

Marzo 1991

 

Mentre guido, mi viene da osservare e riflettere su alcuni comportamenti dei guidatori.

 Ce ne sono alcuni, forse un dieci per cento, che sono dei veri  pirati della strada: violano tutte le norme del codice stradale tranquilli di farla franca, data la scarsa presenza delle forze dell'ordine.

Ma quello che mi lascia perplessa è che la maggior parte degli altri , che pure si comporta  con apparente ossequio del codice e sembra composta da persone tranquille,  fa delle cose che sarebbero comprensibili in persone che non hanno mai conseguito una patente. Per esempio, l'uso degli indicatori di direzione (volgarmente "frecce") sembra abbandonato: la gente volta di qua e di là, senza usarle. Le precedenze sembrano basate sulla fantasia: ci sono molti automobilisti che  si fermano per far passare un veicolo che deve attendere dietro uno stop, e poi, gli stessi automobilisti non danno la precedenza a chi ne ha diritto, in un'altra situazione; è come se la precedenza fosse basata sulla simpatia o  sullo stato d'animo del momento.

Quando un veicolo deve ripartire dopo una sosta, se ne vedono delle belle: il conducente si avvicina allo sportello,lo apre e vi entra, incurante dell'approssimarsi di altri veicoli, ma concentrato solo sulla propria azione; poi si immette nel traffico, di prepotenza, senza dare , pazientemente, la precedenza  ai veicoli in transito e spesso , senza neppure azionare la freccia.

 

 

 

 

Luci arancione

Novembre 1991

 

Ieri stavo nella mia camera da letto, con mia sorella Giulia e la mia amica Sandra, che invece era scettica su Sai Baba ed i fenomeni paranormali in genere.

Eravamo sdraiate sul letto insieme e parlavano di Sai Baba e di spiritualita'. Improvvisamente le luci della stanza diventarono arancione, mentre nelle altre stanze mancò l'energia elettrica. Le lampadine della stanza da letto: tre del lampadario e 2 dei comodini, erano diventate di un'intensa luce arancione (il colore abituale della veste di Sai Baba).

Sia io che Giulia percepimmo una sensazione di energia, silenzio e di trovarci in un momento "speciale"; scoppiammo a piangere, dicendo: <<c'e' Sai Baba!>>.
Sandra, scettica si alzò ed ando' a provare le luci delle altre stanze, che non funzionarono; d'altra parte, altre persone presenti in casa erano al buio e non potevano piu' vedere la TV, per la mancanza di energia.

Le luci della camera da letto, invece continuavano ad avere la colorazione arancione. Ad un certo punto provai a toccare il lumetto accanto a me, che fece una luce bianca luminosissima; poi torno' tutto alla normalita'.

 

 

 

 

La vera stalla di Betlemme

Dicembre 1991

 

Mi metto a costruire il presepe  e mi viene in mente di approfondire le caratteristiche della stalla di Betlemme. C'è chi la chiama stalla e chi grotta, ma era una stalla o una grotta?

Mi ricordo di aver letto qualcosa su Teresa Neumann: una mistica bavarese, vissuta dal 1898 al 1962, stigmatizzata dal 1926; pur lavorando i campi, visse per il resto della sua vita senza cibo ne' bevanda, salvo l'Eucaristia.

Durante tale periodo riviveva spontaneamente episodi della vita di Gesu'. In particolare ogni venerdì santo soffriva la passione del Redentore, sanguinando dalla fronte e dalle stigmate. Grazie alla ripetitività delle sue visioni, esse sono state descritte dettagliatamente da testimoni qualificati, che l'assistevano,  prendendo appunti.

In base a quelle visioni, la stalla di Betlemme era cosi' costituita:
Una baracca di tavole di legno, realizzata davanti al fianco orientale di una collina; la collina presentava una piccola grotta naturale nella roccia grigio-scura; la grotta era molto piccola: circa 90 cm di profondita' per 90 di altezza.
La costruzione in legno la superava anche in lunghezza, essendo di circa sette metri per quattro; essa aveva il tetto, anch'esso in vecchie tavole, leggermente inclinato, in modo che la sua altezza era di circa 1,80 m davanti e 2,40 m sul fondo.

In sostanza la visione riflette la tradizione, che parla a volte di stalla o di capanna, a volte di grotta: era una piccola grotta, completata da una capanna per formare un locale adibito a stalla per le pecore. Infatti non c'era alcun bue e le pecore a cui era destinata si trovavano in quel momento altrove.

La stalla aveva un'apertura d'ingresso al centro della facciata, chiudibile con una porta scorrevole verso destra; c'era anche una finestrella rettangolare sulla parete destra.
All'interno c'erano cinque mangiatoie fatte con tavolette di legno, con le gambe a forma di X. Tutto attorno alle pareti c'erano paletti di legno, piantati in terra per legarci gli animali.
Il terreno era mal livellato, cosparso di sassi staccatisi dalla collina, sterco e mucchi di paglia chiara e scura. Teresa Neumann definì il posto "miserevole"e molto freddo

L'asinello della tradizione esisteva: non era altri che quello che Giuseppe e Maria avevano portato con loro per il viaggio e che condivise la stalla. Fu legato con la sua cavezza di cuoio grigio ad un paletto sul fondo della stalla, in posizione centrale; alla sua destra Giuseppe piazzò una delle mangiatoie per deporci Gesu'; questa mangiatoia-culla era alta circa 60 cm ed era messa in posizione diagonale a circa 1,5 metri dalla parete di fondo.

A destra della culla Giuseppe preparo' un giaciglio per Maria, fatto con la paglia coperta dalla tenda grigia che avevano portato con loro, per dormire in caso di emergenza.
Giuseppe dormiva su un altro giaciglio improvvisato sul lato sinistro della stalla. Essi potevano coprirsi con una coperta di lana grigia ciascuno. Giuseppe aveva appeso una lanterna ad olio ad una trave al centro del locale.

Gesu' fu vestito con una camiciola bianca a maniche lunghe, che lo copriva fino ai piedi e fu coperto con una copertina di lana bianca. In base alle descrizioni sul viaggio da Nazareth a Betlemme, si puo' dire che gli altri vestiti usati erano i seguenti:
Maria aveva una tunica grigio-bruna, un mantello rosso-bruno ed un velo giallo
Giuseppe aveva una tunica giallo scuro ed un mantello marrone.

Decido di costruire il mio presepe sulla base di queste indicazioni e lo realizzai in scala  1:15, con il tetto aperto per buona parte, per mostrare l'interno. Ne risulta un modello largo circa 45 cm.

Ho poi presentato questa stalla al museo del presepe, che si tiene ogni anno a Roma, in Piazza del Popolo .

 

 

 

 

Fare l'attrice?

Gennaio 1992

 

     Un'amica mi parla del suo  desiderio di fare l'attrice e cerca di convincermi a seguirla in questa sua aspirazione.

     Io ci rifletto un po' : quali possono essere le ragioni per una simile iniziativa?

     La prima, più ovvia, mi sembra la smania di apparire e comparire, tanto in voga nella società dell'immagine. Magari arrivare al successo, alla notorietà nazionale ed internazionale.

     La seconda, quella di guadagnare senza lavorare  nei modi soliti; senza andare in ufficio ogni giorno, o faticare con lavori manuali, facendo soprattutto lavori poco attraenti.

     La terza una vocazione interiore vera ed indiscutibile, un'attrazione irresistibile che non sente ragioni e che probabilmente affonda le sue radici in esperienze di vite passate.

     La quarta: il desiderio di fare - in una sola vita - l'esperienza di tanti caratteri, condizioni, circostanze; essere - per qualche ora - una principessa, una sguattera, un'amante, una suora, una ladra, una zitella brutta, e così via.

     In fondo è questo che noi siamo venuti a sperimentare incarnandoci: le diverse condizioni ed incontri che possiamo fare nell'ambito della vita materiale. Forse, se possiamo provarle sul palcoscenico, immedesimandoci nei vari personaggi, potremmo risparmiarci un po' d'incarnazioni. Forse è per questo che la recitazione va considerata - a buon diritto - un'arte; non tanto perché sia un'espressione sublime, quanto perché può essere un mezzo di evoluzione personale.

     Questa mi sembra dunque la motivazione giusta, che spesso è ignorata razionalmente, ma si manifesta come vocazione, irrazionale. Questa è poi quella che - perseguita al meglio - può portare al successo, come conseguenza naturale e secondaria, piuttosto che come obiettivo primario, magari ricercato con mezzi  inappropriati.

     Non so se seguirò il suggerimento della mia amica e soprattutto se mi accompagnerei con lei in una simile avventura, dato che la sento più ispirata dalla prima motivazione.

    Intanto mi segno una battuta sentita nell'ambiente :  un attore racconta di essere diventato padre da poco; gli chiedono:

<<è un maschio o una femmina?>>

<<una femmina>>

<<E come la chiamate?>>

<<ancora non abbiamo deciso: saremmo orientati a darle il nome di una persona di famiglia; mia madre si chiama Sara; la madre di mia moglie è Marta. E' un bel dilemma; se le diamo il nome di una, l'altra nonna ci resterà male!>>

<<datele un nome che sia la combinazione di tutti e due, per esempio: Sarta!>>.

    Sembra una battutaccia, ma io ho conosciuto una persona che si trovò davvero in tale situazione: un bambino i cui nonni si chiamavano Aurelio e Lorenzo; bé, fu chiamato Aurenzo!

 

    Poi c'è da fare i conti con l'atteggiamento dei registi. Molti di loro - per il solo fatto di aver ottenuto quella posizione - credono di essere onnipotenti: comandano a destra e a manca, sbraitano, trattano male gli attori e peggio le comparse. Non so se me la sentirei di lavorare così.

Del resto quello è un problema di tutti quelli che diventano "capi" : alzano subito la cresta; prima erano tranquilli e educati, subito dopo si credono chissà chi!

    Un mio amico intimo era un impiegato pubblico, cordiale e rispettoso; un bel giorno fu chiamato a ricoprire il ruolo di capo di gabinetto del sindaco; ebbe il permesso di circolazione anche nelle aree a traffico limitato della città, il cellulare dell'Amministrazione ecc.

    Un giorno, per strada, gli chiesi un'informazione; mi rispose: <<non ho la risposta, domattina telefona in ufficio e chiedi alla mia segretaria>>!

    Un altro tizio, che conoscevo da anni, era un impiegato mite ed ossequioso, finché lo promossero capo reparto; da allora assunse l'aria del "capo": invece di sbrigare prontamente le cose, pretendeva che se ne facesse domanda e si ritornasse dopo giorni per la risposta.

Così ho capito l'origine di molti intralci burocratici: sono il risultato spesso della boria di poveri imbecilli che credono di rendersi importanti.

 

 

 

 

Psicologia del consumo

Gennaio 1993

 

     In seguito a varie esperienze di acquisto, ho riflettuto ai fenomeni riguardanti i prezzi  dei vari beni e servizi.

     Una mia amica mi disse che era andata in giro per vedere un tavolo da pranzo; ne aveva visti parecchi, a prezzi sostenuti, nonostante fossero di abete tinto a noce, o addirittura di truciolato rivestito in compensato. Lei lo avrebbe voluto di noce massello, ma i commercianti  non li avevano, o li offrivano a prezzi stratosferici, sostenendo che il legno massello pregiato è molto caro. Di converso la mia amica trovò un negozio con mobili "etnici", cioè fatti in paesi del terzo mondo, a prezzi abbordabili, nonostante fossero in legno massello pregiato, come il mogano o teck ed in più con lavorazioni elaborate.

     Allora si domandò: "il prezzo è dovuto al legno o alla mano d'opera?".

     La mia amica finì per ignorare il tavolo etnico, proprio perché il modello e la lavorazione non erano di suo gusto: troppo pesanti. Resta il fatto che i prezzi hanno qualcosa di strano.

     Ricordo che, quando ero molto giovane, uscirono sul mercato i primi orologi digitali da polso "al quarzo". Di lì a poco tutti volevano quegli orologi, per la loro maggior precisione e per la novità. I commercianti li vendevano a caro prezzo, insistendo sulla grande precisione del quarzo. Poi  col tempo, la moda passò e tornarono in auge gli orologi analogici, a lancette, magari con il meccanismo elettrico, anziché col bilanciere. Fa "più scic", rispetto a quelli digitali, molti dei quali ora si vendono per pochi Euro.

     E che dire degli articoli firmati? Si vendono spesso a prezzi che sono un multiplo di quello dei capi anonimi.

     Oggi assistiamo al proliferare di "Firme" mai sentite, articoli che diventano "di marca" solo grazie a ingenti spese pubblicitarie; la pubblicità, poi, raramente si occupa di illustrare le qualità peculiari, che dovrebbero giustificarne la scelta di un prodotto; essa è sempre più basata sulla suggestione, che cerca d'invogliare il consumatore, mediante messaggi che nulla hanno a che fare col prodotto stesso; basti pensare a quello che dice di mantenersi giovane perché è abbonato ad una data ditta telefonica!

     Molti anni fa un amico, saputo che sarei andata in vacanza negli USA, mi pregò di comprargli un paio di occhiali da sole, di tipo sportivo, di una marca che andava di gran moda in Italia, perché quegli occhiali erano usati da alcuni attori e da noi costavano parecchio. A New York andai in vari negozi, chiedendo di quegli occhiali, ma nessuno li aveva mai sentiti neppure nominare.

     Un altro amico mi aveva chiesto un dopobarba, che qui è considerato di marca pregiata e prezzo sostenuto. Andai  a cercarlo in una profumeria, dove mi guardarono storto, dicendo: <<noi non teniamo quella roba>>. Difatti lo trovai al supermercato, in confezione gigante e prezzo stracciato.

     Il prezzo sembra dipendere dalla novità, dalla moda, dal tipo di negozio e dalla sua ubicazione. Una volta comprai un completo in un negozio di media levatura; qualche giorno dopo vidi lo stesso capo nella vetrina di un negozio elegante: lo esitavano al doppio del prezzo che io avevo pagato!

     Un'altra illusione  è quella dei mercatini; spesso ci si compra bene, ma altrettanto spesso sono un'illusione. Io passavo spesso le vacanze  in un paese della Ciociaria; come in tutti i paesi, ci si tengono dei mercatini in un giorno prestabilito della settimana. Lì conosco un commerciante, che ha un  negozio a tre porte in paese, ma in certi giorni carica la sua merce su un furgone e va a venderla nei  mercatini degli altri paesi. La domenica mette addirittura un banco al mercato del suo stesso paese, in un punto che per molti anni si trovava a cinquanta metri dal suo negozio!

     Gli domandai perché si sottopone a quel trasloco di merce, visto che ha un così bel negozio. Mi rispose che la gente compra molto di più in quella maniera, nonostante il banchetto dia un'impressione di svalutazione degli articoli! Ci si illude che al mercatino si facciano affari. Io stessa ho constatato che molti generi alimentari, specie di salumeria, sono offerti al mercato a prezzi maggiori dei negozi o supermercati.

 

     E poi c'è ancora chi crede che il prezzo rispecchi la qualità del prodotto!

 

     A parte i prezzi d'acquisto, ho scoperto che anche quelli per le riparazioni hanno dei livelli strani: quello che costa è la mano d'opera, ma la gente è abituata a pagare in relazione alle parti sostituite, per cui i tecnici hanno capito che più le parti sono costose e numerose, più la gente è disposta a pagare.

     Il prezzo della mano d'opera, poi, si proporziona su quello delle parti sostituite: più quelle costano, più si carica di mano d'opera. Ma la cosa più importante è la relazione col valore dell'oggetto da riparare: la riparazione, in genere costa una percentuale che va dal 20% al 50% del valore dell'oggetto, indipendentemente dall'impegno della riparazione. Perciò, ne ho tratto i seguenti insegnamenti:

     Primo: non comprare apparecchi integrati, come televisore con  videoregistratore, o masterizzatore di DVD incorporato, computer inglobato nel monitor, come usa una nota marca americana, a meno che abbiate seri problemi di spazio. Quando si guasteranno (e succederà, prima o poi) la riparazione vi costerà meno, se potrete portare un solo apparecchio a riparare , senza contare che sarà più leggero e, se per esempio vi si è rotto il registratore, potrete continuare a vedere la TV, mentre quello è in manutenzione.

     Un altro fenomeno che ho notato è quello della stima di oggetti e persone in relazione alla loro provenienza; potrei chiamarlo "la sindrome dell'esotico", che definirei come segue: <<un oggetto o una persona è tanto più stimata quanto maggiore è la distanza a cui si trova, o da cui proviene>>.

     Marco Polo si arricchì portando seta dall'oriente, perché essa era sconosciuta in Italia; ora che è accessibile a tutti, quasi nessuno più la usa.

 

     Oggi è in discussione l'uso di alimenti geneticamente modificati: si tratta di piante o animali modificati intervenendo sulle cellule genetiche per ottenere dei prodotti migliori sotto alcuni aspetti. Molti li aborriscono, ritenendoli innaturali e nocivi e forse ad alcuni fanno veramente male. Io mi domando: ma l'uomo non ha forse da millenni modificato piante ed animali per ottenere risultati più utili? Le piante non sono state innestate ed incrociate in mille modi? e gli animali non sono stati selezionati ed ibridati da sempre? Basti pensare che il cane fu derivato dal lupo nella notte dei tempi perché l'uomo lo potesse utilizzare i mille specializzazioni. Oggi le sue modificazioni sono talmente profonde che è difficile far risalire al lupo razze canine  tanto diverse come il barboncino, l'alano, il dobermann ,o  il san Bernardo. Allora che differenza c'è tra una modificazione genetica ottenuta con mezzi primitivi dai contadini o dagli allevatori ed una ottenuta con mezzi scientifici da ricercatori laureati?

     A furia di rifletterci ho avuto l'idea che si tratti solo di velocità: forse l'uomo si è abituato gradatamente alle modifiche degli alimenti che si sono fatte attraverso i secoli. Ora le trasformazioni sono sempre più veloci e radicali e  l'organismo umano stenta ad adattarsi ad esse, per cui spesso le rifiuta.

     Forse la soluzione sta nell'accettare le cose, impiegandole con gradualità e misura, senza respingerle in toto. D'altronde la vita si fa sempre più accelerata in tutti i campi e chi non riesce ad adattarvisi si troverà male necessariamente.

    

     Sebbene ci siano tante bellezze naturali in Italia, dove milioni di stranieri vengono, noi italiani ambiamo fare le vacanze all'estero.

     Negli show, il presentatore dice spesso: <<direttamente dal sud America (o da Parigi, o altro), ecco a voi …>>, certo di attizzare la curiosità e la stima per l'artista in arrivo (che magari non si è mai mosso di casa, anche perché nessuno l'ha invitato altrove).

     Se uno ha qualche malattia seria, anziché consultare uno dei tanti bravi medici italiani, non trova di meglio che andare in Francia, o in Inghilterra , o meglio ancora in America, dove la distanza aggiunge lustro al dottore e sensazione di sicurezza al paziente.

     Potrei  tradurre questa sindrome in una  semplice formula matematica:

                        S = kd

dove "S" è la stima che si dà al personaggio e "d" è la distanza da cui proviene : la Stima è direttamente proporzionale alla distanza, attraverso una costante moltiplicativa, che dipende dalla psicologia del soggetto.  Anche le spese da sostenere per recarsi e soggiornare presso lo specialista contribuiscono ad innalzare il valore dell'avventura: più si spende e più si ha la sensazione di ottenere in cambio!

 

 

 

 

Informazione e supporti

Febbraio 1993

 

     Ho riflettuto sulle nuove tecnologie di conservazione delle informazioni.

Per millenni l'uomo ha registrato le sue informazioni su carta o supporti simili, come papiri, tavolette cerate, pietre incise. Negli ultimi decenni stiamo assistendo all'introduzione di supporti diversi, come nastri  e dischi magnetici, dischi ottici, memorie elettroniche, ecc. Questi mezzi sono molto interessanti, perché consentono sia di risparmiare spazio ed alberi, sia di fare ricerche automatiche di informazioni. Perciò è prevedibile - e molti si augurano e spingono in tale direzione - che gradualmente la carta sarà abbandonata, o il suo uso ridotto, in favore di tali strumenti.

     E' anche vero, però, che in questi stessi decenni i mezzi di registrazione si sono evoluti enormemente: avevamo prima delle schede e nastri magnetici, poi dischetti floppy, poi CD ROM e DVD, oltre a dischi fissi di capacità che va crescendo esponenzialmente; ma già tutti questi supporti si stanno superando, con tipi di memoria sempre più compatti e diversi tra loro. C'è da aggiungere che anche i tipi di files che vengono registrati sono in continuo cambiamento e sembrano prevalere quelli inventati da una o l'altra ditta. Tipico è il caso di documenti di testo in formato .doc di MS Windows.

     Ho osservato che files che erano stati creati alcuni anni fa non sono più leggibili, per la scomparsa dei dispositivi di  lettura, come i lettori di floppy discs (per non parlare dei lettori delle cassette di nastro magnetico, che si usavano tanto con i primi home computer del tipo Commodore, ma anche con computers professionali ed industriali). Del resto, se non fosse per la moda del ritorno del vinile, anche i dischi audio degli anni sessanta non si potrebbero più ascoltare; ma anche quelli scompariranno probabilmente presto, appena finita la moda. Sorte analoga hanno avuto i filmini in 8mm o super8, per i quali non esistono più i proiettori e quelli esistenti non funzionano più, a causa del disfacimento delle cinghie di trascinamento. Io stesso ho riversato quei filmini prima su video cassette VHS, poi su DVD, ma poi?

     Cosa accadrà? Mentre possiamo ancora leggere dei libri di mille anni fa, fra cinquant'anni non potremo più leggere molti files registrati su CD ROM, o altri supporti.

Finirà che si salverà solo un piccola percentuale di informazione: quella che sarà considerata degna di essere trasbordata continuamente da un supporto in abbandono ad un altro più nuovo. Oltretutto il formato di molti files costituisce un ulteriore ostacolo. Io, per esempio, avevo dei files di fogli elettronici, creati con programmi in auge negli anni 1980; poi, quando si è diffuso ed affermato MS Excel, gli altri sono andati in disuso e ora non esistono più; né Excel è più in grado di convertire e leggere quei vecchi formati.

     L'unica accortezza che si può avere (ma che non sembra colpire chi dovrebbe) può essere quella di registrare l'informazione su files neutri, non proprietari, che dovrebbero avere la caratteristica sia di non essere soggetti a copyright e di disporre di molti programmi diversi di lettura e scrittura, ma soprattutto di essere mantenuti in vita più a lungo. Un esempio ne sono i files principali, usati sul web: HTML, JPG, MPEG.

 

 

 

 

Medicina alternativa

Marzo 1993

 

     Mia mamma è affetta da continui sebbene lievi  disturbi di ogni genere; dopo essere stata dai medici soliti: mutualismi o specialisti a pagamento, senza successo, si fa invogliare  a provare varie metodiche alternative: agopuntura, omeopatia, pranoterapia, ayurveda, iridologia, fiori di Bach, erboristeria, ecc.

     Poiché racconta a tutti i suoi mali, ogni tanto sente qualche conoscente che le parla di una di queste discipline, che hanno giovato a Tizio o a Caio e ci si precipita, sperando di aver scoperto il toccasana. Naturalmente con lei non funzionano, o funzionano in parte e temporaneamente.

     Penso che ognuna di queste strade possa avere la sua funzione, ma penso anche che, probabilmente ogni persona debba incontrare la terapia giusta al momento giusto e che quello che giova d uno possa non essere adatto all'altro.

 

 

 

 

Architetti e ingegneri

Aprile 1993

 

     Una mia amica  ha deciso di comprare un appartamentino e mi ha chiesto di accompagnarla  a visitarne alcuni, per scegliere quello più adatto.  con l'occasione, a furia di vedere palazzine e villette credo di aver capito una cosa che distingue gli architetti dagli ingegneri, a seconda che l'immobile sia stato progettato dall'uno o dall'altro:

     l'architetto è essenzialmente un artista e, come tale, cerca di distinguersi disegnando una casa originale e diversa dal solito, per poter gratificare il suo desiderio di affermazione. Purtroppo per lui le abitazioni vengono realizzate da millenni e quasi tutte le soluzioni principali sono state già realizzate; perciò  poco resta da inventare e gli architetti finiscono per disegnare cose belle esteticamente, ma più costose  e poco pratiche funzionalmente. Per esempio, possono fare  un edificio tondo: che risulta originale, ma costa di più di uno rettangolare, perché i muratori devono fare un lavoro diverso dal solito e poi i mobili, che sono a forma di parallelepipedo, male si adattano alle pareti. Anche negli accessori si vogliono distinguere, usando, per esempio, rubinetti di forma e concezione originale:  Gli amici dei proprietari della casa faranno loro molti complimenti per la novità; peccato che quando i rubinetti si guasteranno non si troveranno i pezzi di ricambio, che frattanto saranno scomparsi dal mercato.

     Una mia amica si era fatta mettere dei rubinetti stile antico, color bronzo, ovviamente assai più costosi del normale. Dopo alcuni anni lo sciacquone iniziò a perdere e si dovette cambiare quel manicotto cilindrico che lo chiude inferiormente. Non ci fu verso di trovarlo di quel colore, mentre tutti i negozi abbondano di  manicotti cromati. Sicché, per fare una cosa ben fatta avrebbe dovuto cambiare tutta la rubinetteria del bagno: finì per mettere il manicotto cromato, con buona pace dell'eleganza e della spesa iniziale!

     Ad un'altra mia amica, un architetto ha realizzato un finestrone fisso, che non si sa come pulire esternamente.

     Dagli anni 1980 è invalsa la moda di usare i faretti da illuminazione; sembra che non si possa fare un'architettura d'interni senza faretti. Eppure essi sono in pieno contrasto con i suggerimenti per il risparmio energetico, sia perché le lampade costano e consumano di più e durano meno di quelle a basso consumo, sia perché l'illuminazione realizzata con molte sorgenti è meno efficiente di quella ottenuta con un'unica lampada.

     Gli ingegneri, al contrario, non hanno aspettative artistiche, ma si concentrano sulla funzionalità; perciò realizzano, in genere, abitazioni più scontate, ma molto pratiche ed efficienti.

 

 

 

 

Modi di dire ed esotismi

Giugno 1993

 

     Mi è capitato di riflettere su alcuni modi di dire che usiamo quotidianamente, senza saperne  l'origine; per esempio, perché diciamo: "a bizzeffe", per significare "in gran quantità"? Oppure: "a ufo", per dire "gratis"? O ancora: "tornarsene con le pive nel sacco", cioè "sconfitti"?

     La mia curiosità mi ha spinto a cercare delle risposte ed ho trovato le seguenti:

·        "A bizzeffe" viene dall'arabo "bizzef" = "molto"

·        "a ufo" discende da una sigla che si apponeva ai materiali da costruzione delle basiliche (specie blocchi di marmo, per S.Pietro, duomo di Milano, duomo di Firenze): A.U.F. = "Ad Usum Fabricae", che in tal modo venivano esentate dai dazi.

·        "tornarsene con le pive nel sacco" viene da una tradizione militare, secondo cui gli eserciti vincitori tornavano in patria, con la banda che suonava strumenti a fiato (pive). Naturalmente se perdevano non suonavano e tornavano con gli strumenti riposti nei loro sacchi.

·        "essere la pecora nera" deriva dal fatto che la lana commerciabile deve essere bianca, perché facile da tingere. Se nasce una pecora nera è scartata e considerata male, perché commercialmente inutile.

 

     Un altro tipo di modi di dire mi sembra quello che si usa dicendo una cosa, ma intendendone un'altra. Per esempio: spesso, in una pranzo di molte persone, quando la prima portata è stata servita a tutti, il padrone di casa dice: "Buon appetito", ma non intende fare un augurio, bensì dare il segnale di inizio pasto!

    

     E quando uno vuole sapere qualcosa di un'altra persona, come: dove sta andando, con chi s'incontra, ecc. non glie lo chiede semplicemente, ma ci aggiunge la chiosa "di bello"; per esempio: <<dove vai, di bello?>>, <<dove sai stata - di bello - in vacanza?>>, come per far vedere che il suo interesse sarebbe rivolto all'oggetto, anziché ai fatti dell'interrogato.

 

     Ci sono poi gli esotismi: modi di chiamare le cose in altre lingue, sicché sembrino molto migliori.

     Per esempio per dire di una persona che è un arruffone, un pasticcione, si usa dire - almeno in certe regioni - che è un "cioccolataro"; recentemente, invece, una pubblicità di una ditta di dolciumi parla di "maitre chocolatier", con aria di sussiego.

     Chi vorrebbe fare il vaccaio oggi? Eppure molti ragazzini vogliono mascherarsi da cowboys!

     E le escort? Certe ragazze non disdegnano di dichiararsi tali, anche in talk-shows televisivi; chi sa se accetterebbero invece di definirsi ragazze-squillo, o prostitute?

     Gli zingari diventano molto più fascinosi se li chiamiamo gitani, non è vero?

     Chi non ha sentito definire dei piatti di ristorante con nomi esotici: sembrano più buoni!  L'omelette confitture non è più seducente di una frittatina con la marmellata? E il consommè de volaie non  attira di più di un brodino di pollo?

     Recentemente ho seguito una puntata di un programma televisivo in cui una ragazza disse che il suo fidanzato lavorava "nel settore pubblicitario"; nel corso del programma si scoprì che faceva del volantinaggio!  Lo spazzino viene ormai chiamato "operatore ecologico" e negli USA, il portiere di uno stabile si chiama "superintendent"!

     Sempre in tema di sofisticherie possiamo collocare la locuzione "piuttosto che"; essa dovrebbe significare "anziché", cioè indicare una preferenza di una cosa rispetto ad un'altra. Purtroppo da un po' di tempo si è  diffuso un vezzo, secondo cui  "piuttosto che" viene usato per indicare un'alternativa, col  significato di "oppure" o semplicemente "o". Per esempio, se uno dice: <<questo file si può registrare su CD, su DVD, piuttosto che su pen drive>. Chi la usa crede forse di apparire più raffinato, sofisticato o moderno, ma secondo me risulta solo snob e dimostra ignoranza e confusione linguistica.; infatti nell'esempio, chi ascolta può pensare che il dichiarante voglia sconsigliare l'uso di una pen drive, anziché indicare un'alternativa.

 

     Analoghe mode sono responsabili di tanti altri modi di dire, a cui ci si  allinea, senza considerare che ci fanno sembrare poco colti e intelligenti. Esempi:

"cioè" molto usato in passato, da studenti ignoranti all'inizio di un discorso.

"Ma dai", per significare "ma davvero?"

"Non me ne può fregare di meno", per mostrare indifferenza.

 

 

 

 

India

Il Viaggio

 

 

Agosto 1993

 

    Finalmente si parte per l'India misteriosa. Dopo tante fantasie, sogni, aspettative e speranze, mi imbarco sull'aereo che mi porterà dall'ambito Maestro, nel cuore dell'India. Sono inserita in un gruppetto di  devoti di Sai Baba, che hanno la mia stessa méta e che mi aiuteranno a raggiungerla, grazie alla presenza di alcuni, tra cui il capo gruppo, che hanno già fatto quel genere di viaggio.

    L'aereo parte da Roma, diretto a Bombay (che poi avra' il suo nome cambiato in "Mumbai", in seguito alla nazionalizzazione dei nomi delle città indiane, per discostarsi dal retaggio della dominazione inglese). Lungo il percorso si fa scalo per qualche ora a Dubai, dove cambiamo aereo.

    Lungo un corridoio dell'aeroporto, dove passeggiamo in attesa di ripartire, vedo degli arabi nelle loro palandrane bianche, con un individuo vestito di nero dalla testa ai piedi; è piu' basso degli uomini ed ha le scarpe più piccole ed il passo più breve ed affrettato; da ciò deduco trattarsi di una donna; non vi sono altri segni di identità e tanto meno di femminilità, dato che non un centimetro quadrato di pelle è visibile: la veste la copre dalla punta del capo fino a terra; i piedi si vedono solo perché spuntano a momenti a causa del cammino, ma oltre le scarpe indossa delle calze, anch'esse nere; la guardo in viso, coperto dal velo, pensando: <<le si vedranno gli occhi>>; macché: porta occhiali neri con la montatura d'oro e le mani sono  protette da guanti (manco a dirlo: neri). Al confronto una nostra suora sembrerebbe una ragazza squillo! E pensare che tutta quella copertura si usa in un paese desertico, dove i quaranta e cinquanta gradi sono la norma; infatti mi trovo a passare davanti ad una porta che viene aperta sull'esterno per pochi secondi e un'ondata di calore arido mi investe: mi sembra di stare in cucina quando apro lo sportello del forno acceso. Al controllo passaporti un'agente deve verificare l'identità della donna araba: gli uomini che l'accompagnano fanno capannello attorno a lei, celandola agli sguardi estranei; lei scosta lateralmente e momentaneamente il velo, schermando l'altro lato con la mano libera: mostrando così il viso al poliziotto, che lo confronta col passaporto.

    A Bombay ci accoglie una folla variopinta di vocianti e disordinate masse, vaganti in un'atmosfera afosa, caldo-umida, pregna di odori fortemente speziati, forse provenienti da bancarelle di venditori di cibi cotti, come "ciapati" (una sorta di piadina locale, che si mangia arrotolandola attorno a verdure cotte o altro), o riso bollito, condito con curry; forse invece è proprio il complesso degli odori della città e dei suoi abitanti.

    Recuperiamo i bagagli, in mezzo a scatoloni di cartone, chiusi con etti di nastro adesivo e cordoni ed identificati con grandi scritte a mano, fatte con pennarelli variopinti: sono il bagaglio di molti indiani, che non dispongono di valige regolari e di dimensioni adatte a contenere l'esagerata quantità di articoli che portano.

    Poi ci affacciamo ad un chiosco di cambiavalute, dove dobbiamo procurarci delle rupie, necessarie per pagare qualsiasi cosa ci servirà lì. Riempiamo un modulo ciclostilato e lo passiamo all'impiegato, insieme al passaporto ed alle banconote italiane da cambiare. L'impiegato legge il modulo, lo scarabocchia e lo timbra con sussiego, come se emanasse un editto di importanza capitale; poi lo passa ad un altro impiegato, che conta i soldi e segna il numero e l'importo di ogni banconota italiana, nonché i dati del passaporto; poi mette un altro bel timbro sul modulo e lo passa al cassiere; questi mi consegna un mazzo di banconote indiane di dimensioni incredibili, unite con un enorme punto metallico, più alcune  sfuse ed un foglio con i dati relativi (che sembra mi servirebbe in caso di domande della polizia sulla provenienza del denaro).[†]

    Il capo gruppo ci guida fuori dell'aeroporto, in mezzo alla confusione delle masse di passeggeri e di un nugolo di personaggi locali: accattoni, venditori, facchini improvvisati, tassisti insistenti, che ci salutano e ci rincorrono; arriviamo ad un vecchio autobus, che dovrebbe trasferirci all'aeroporto nazionale, dove prenderemo un altro volo interno verso Bangalore, la città piu' vicina alla nostra destinazione: Puttaparthi.

    L'autobus è semipieno, coi sedili imbottiti, costellati di varie macchie ed il corridoio ingombro di bagagli. Ci sediamo un po’ qua, un po’ là, dove possiamo; l'autobus resta lì per un quarto d'ora, poi finalmente sale l'autista e mette in moto. Una raffica d'aria m'investe: proviene da un ventilatore legato vicino al soffitto ed azionato nel tentativo di alleviare l'afa della metropoli tropicale. Non so se mi aiuterà o mi farà venire un torcicollo.

    Osservo per la prima volta il caos stradale indiano: i veicoli arrancano a gara per le strade, cercando continuamente di superarsi a vicenda e di inserirsi negli incroci prima di altri; si sorpassano da destra e da sinistra (lì la guida è a sinistra, come da tradizione britannica), strombettando per avvisarsi l'un l'altro e farsi strada; vige la legge del più grosso: chi ha il mezzo più grande passa prima; chi ha moto e motorette sguscia da tutte le parti. I veicoli emettono dei gas di scarico mefitici; al confronto l'aria di Roma è una boccata d'ossigeno.

    Lì molte famiglie - quelle "fortunate" - hanno lo scooter, spesso di origine italiana, costruito su licenza in India. Nessuno porta il casco di protezione e lo scooter viene utilizzato non da una o due persone, ma da tutta la famiglia: padre, madre e due figli, a volte anche con bagagli, sorretti dalle braccia dei passeggeri.

    A centro della città, in mezzo a quel caos strombettante ed in quell'atmosfera soffocante, scorgo su alcuni marciapiedi dei rifugi sommari, fatti con qualche cassetta di legno e dei pezzi di plastica; racchiudono un spazio di circa un metro quadrato: è la "casa" di qualche accattone, che invidierebbe le baracche di Roma. D'altra parte molti poveri locali non hanno neppure quel rifugio simbolico e dormono direttamente sui marciapiedi del centro, davanti ai negozi ed agli alberghi di prima categoria.

    Finalmente arriviamo all'aeroporto nazionale, dove ci aspetta una lunga fila solo per entrarvi, far controllare le valige, fare il check-in il controllo dei documenti e finalmente arrivare in sala d'aspetto. Dopo ore d'attesa si riparte per Bangalore; ci viene offerto un pasto a base di riso e lenticchie in salsa piccantissima, che mi lascia a bocca aperta. Mi affretto a rinfrescarmi col succo di frutta di mango: almeno è un sapore gradevole.

    A Bangalore l'ambiente è assai più discreto che a Bombay e veniamo salutati da gentili signorine, che offrono un fiore ad ognuna di noi, come omaggio della città. Fuori ci aspetta la solita folla di questuanti, per fortuna più sparuta che a Bombay e fatta soprattutto di tassisti; loro sanno che andiamo da Sai Baba e ognuno offre insistentemente i suoi servigi. Infatti il tassì è il mezzo principe per noi occidentali per raggiungere Puttaparthi (ci sarebbero anche autobus, ma - mi dicono - sono troppo scomodi e lenti per la maggioranza dei pellegrini).

Domando: <<quanti chilometri sono?>>

Una ragazza mi risponde: <<centosessanta>>.

Meravigliata ridomando: <<ma quanto ci costerà andarci in tassì!?>>

Dice: <<circa mille rupie a tassì>>.

Allarmata, prendo il foglio di cambio della valuta e mi faccio un po' di conti: scopro che mille rupie equivalgono a circa venti Euro e, siccome il tassi lo divideremo fra tre persone, mi costerà solo sette Euro, mancia inclusa!

    Il capo gruppo tratta con un uomo che dirige tre tassì; carichiamo i bagagli e saliamo su tre automobili, di origine inglese anni cinquanta, riprodotte in India col marchio: Ashok Leiland, modello "Ambassador". Le gomme dei tassì sono consumate allo stremo: non si vede più ombra di battistrada.

    Nuova immersione nel traffico cittadino; le auto, che naturalmente non hanno condizionatore, viaggiano coi finestrini aperti per il caldo, qui più sopportabile, dato che Bangalore è in collina. Poi finalmente ci immettiamo sulla strada extraurbana, che conduce verso Puttaparthi; il traffico si fa meno caotico, anzi le auto possono procedere a velocità costante, ma comunque moderata, sui sessanta all'ora, perché si tratta prevalentemente di vecchie auto diesel e le strade hanno molte buche e dossi.

    Noto che, nonostante la velocità costante, l'autista - che guida a piedi nudi - preme ritmicamente l'acceleratore su e giù, come se dovesse alimentare i cilindri aiutandosi con la polpetta di ripresa.

    Man mano che ci allontaniamo dalla città, la strada si restringe, contornata da palme di cocco e grandi alberi bellissimi, colorati di vivaci fiori rossi;  passiamo attraverso villaggi sempre più piccoli, dove molti contadini abitano in capanne di terra, coperte da rami di palma e lamiere ondulate e costituite da un unico locale, spesso senza porta.

    Dopo un paio d'ore di marcia i tassì si fermano senza spiegazioni; cerchiamo di capire e il capo gruppo ci spiega che, poiché il viaggio dura circa quattro ore, a metà strada i tassisti si fermano per riposarsi e, soprattutto, per usufruire di un pasto gratuito che il proprietario del bar-trattoria del posto offre loro, nella speranza che i passeggeri consumino anche loro qualcosa a pagamento.

    Quando l'autista ha finito il suo pasto, si riprende il viaggio attraverso zone sempre più di campagna, facendosi strada spesso attraverso gruppi di bambini seminudi, che popolano i villaggi, invadendo la strada, o greggi di capre e qualche mucca, che procedono sulla via. Ormai il sonno ha preso possesso di noi; non riesco più a guardare fuori dal finestrino per ammirare la novità del paesaggio così diverso dal nostro. Gli occhi si chiudono da soli, mentre i miei compagni di viaggio già dormono con le teste ciondolanti e le bocche aperte, svegliati ogni tanto da un sobbalzo violento, provocato da qualche buca più profonda della media.

    Ad un certo punto la strada si fa così stretta da essere adatta per un solo veicolo; il traffico lì è scarso, ma quando arriva un veicolo in senso opposto entrambi, o almeno uno dei due, devono scansarsi lateralmente, invadendo la banchina in terra battuta, che costeggia la striscia asfaltata. La banchina laterale, però, provoca una maggiore usura dei pneumatici e dei sobbalzi del veicolo, sicché ogni autista cerca di evitare di passarci, essendo sufficiente che uno dei due veicoli si scansi. Il risultato di tali ragionamenti ed abitudini è che ad ogni incontro del genere si innesca una specie di sfida a chi resiste di più sull'asfalto, sperando che sia l'altro a scansarsi per primo; si può immaginare l'effetto di quelle sfide sulla serenità dei passeggeri. Scopro che l'unica è non guardare, confidando nella protezione di Sai Baba.

    Una nuova fermata del tassì davanti a noi ci sveglia e ci rende perplessi: siamo in aperta campagna, perché fermarci di nuovo? Sentiamo i tassisti che vociano fra loro a distanza e finiamo per scoprire che l'altro tassì ha forato una delle sue gomme levigate. Gli autisti si adoperano alla sostituzione e ripartiamo. Dopo una mezz'ora siamo svegliati ancora da sobbalzi ed un'altra fermata: ora è il nostro tassì che ha forato e non c'è più una ruota di scorta per la sostituzione; fortunatamente viaggiamo ancora incolonnati ed anche gli altri si fermano. Un altro tassì preleva la ruota bucata e si allontana; sembra proprio che questo viaggio non finisca mai; noi scendiamo rassegnati e fiduciosi nell'assistenza di Sai Baba; nell'attesa facciamo due passi nella campagna circostante, attenti a non mettere i piedi vicino a qualche scorpione, o cobra, che ci dicono popolino la zona.

    Finalmente avvistiamo il tassì di soccorso e, poco dopo, ripartiamo. Arriviamo a Puttaparthi che sono le nove di sera (eravamo partiti da Roma ventiquattro ore fa); siamo sfiniti per il sonno perso,  per il viaggio, per il cambiamento climatico, alimentare e di fuso orario. Non ci sembra vero: emozionati vediamo - una dopo l'altra - varie insegne, che preannunciano l'ashram di Sai Baba; sono degli archi in legno con scritte in sanscrito ed in inglese; prima di arrivare all'ashram passiamo davanti all'ospedale specialistico, una meraviglia per l'assistenza gratuita, in una nazione che non ne ha; realizzato da Sai Baba nel tempo record di un anno, con l'offerta di un suo devoto: Isaak Tigrett - il fondatore dell'Hard Rock Café - che vendette la catena del famoso locale e donò a Baba metà del ricavato: una donazione di cinquantaquattro milioni di dollari.

    Passiamo anche davanti a dei begli edifici in stile indiano tradizionale: sono varie scuole di ogni grado, fondate da Baba e tutte gratuite, come l'ospedale: sono finanziate da donazioni spontanee e continue dei devoti. Anche a Puttaparthi c'e' confusione, nonostante sia sera: clacson, vociare di  persone e latrato di cani turbano la quiete.

   

 

All'Ashram

 

    Al cancello dell'ashram "Prashanti Nilayam" (che in sanscrito significa:  "Dimora della Pace Suprema"; a proposito, il sanscrito è la lingua di origine di varie lingue indiane attuali, come il latino per alcune lingue europee) siamo salutati da un branco di scimmiette, che girano nell'ashram come i gatti da noi; ce ne sono di adulte e di molto piccole. Esibiamo i passaporti agli inservienti addetti alla sicurezza ed entriamo con i taxi, per fermarci all'ufficio di accoglienza, dove ci assegnano delle stanze. Io ed una compagna di viaggio divideremo la camera con un'altra ragazza che ci dicono sia già entrata, pagandone l'affitto ed a cui rifonderemo la nostra parte: due terzi di cento rupie a notte: a me costerà trentaquattro centesimi di Euro. L'India è decisamente economica!

    L'ashram è molto vasto, sembra un villaggio turistico, decine di palazzine per gli alloggi ed i servizi: mense, spacci, sale da conferenza, giardini fioriti, biblioteca, museo delle religioni, ufficio dell'Indian Airlines, posto telefonico e perfino una succursale della Bank of India, dove si possono cambiare altri soldi. Tutto funziona grazie all'opera volontaria e gratuita di devoti, che si alternano nel servizio offerto per alcune settimane ciascuno. Al suo interno c'è molta tranquillità e silenzio: colpisce il contrasto con la confusione esterna; sembra di essere in un altro mondo.

    Alla fine delle formalità posso finalmente andare alla palazzina di quattro piani dov'è la mia camera, insieme ad un'altra devota del mio gruppo. La porta è chiusa da un lucchetto e non si vede nessuno; siamo stremate e non capiamo, sono ormai le dieci di sera e le luci dovrebbero essere spente, secondo il regolamento dell'ashram; chiediamo chiarimenti ad un inserviente: ci dice che se non arriva presto qualcuno farà segare il lucchetto. Ma, poco dopo, qualcuno arriva: è un'indiana che vive in Inghilterra e si è attardata a rientrare in camera. Senza altre discussioni, stendiamo sulla branda un lenzuolo che abbiamo portato da casa, ci buttiamo giù e ci addormentiamo.

    L'indomani mattina ci svegliamo verso le nove, siamo sole: l'indiana evidentemente è uscita presto. La mia compagna di viaggio entra nel bagno annesso alla camera e lancia un urlo, ritraendosi; mi alzo di corsa e mi affaccio anch'io al bagno, restando di stucco: tre grossi scarafaggi camminano sul pavimento. Disorientate c'interroghiamo sul da farsi, poi apriamo la porta della camera e vediamo una signora sul pianerottolo; è americana; le spieghiamo sommariamente l'accaduto; lei sorride per nulla turbata e ci fa capire che quella è una situazione normale in India; ci dice di spazzare via gli scarafaggi e ci dà un paio di palline di naftalina, da mettere vicino al chiusino della doccia, per respingere gli animali, che probabilmente escono da lì. Poi ci chiede se siamo appena arrivate e se siamo state al darshan (l'udienza generale di Baba) del mattino; noi no: non c'eravamo state e non conoscevamo gli orari dell'ashram. Ci spiega che il darshan avviene al mattino intorno alle sette, ma che occorre mettersi in fila verso le quattro, se si vuole tentare di trovarsi in buona posizione e sperare di consegnare una lettera a Baba, chiedergli un'interview (udienza privata), o addirittura toccarne i piedi. Il tocco dei piedi  è un'antica usanza nei confronti del guru, dato che toccare il corpo di un santo trasmette la sua grazia; per motivi di rispetto, si usa toccarne , o anche baciarne i piedi.; del resto questa è un'usanza  che fu in auge anche nei confronti del papa.

    Ormai avevamo perso quel darshan, ma era comprensibile, perché eravamo arrivate distrutte la sera prima e non avremmo certo potuto alzarci alle tre! Alle nove avevamo perso anche la prima colazione, che viene distribuita a mensa tra le sette e mezza e le otto e mezza. Non ci resta che prendere qualche cosa allo spaccio, o farci una doccia ed attendere il pranzo.

    Finiamo per sistemare un po' le nostre cose, lasciando la maggior parte degli effetti nelle valige e appendendo alcuni capi a dei fili, tesi dentro la camera vicino ai nostri letti. D'altra parte non ci sono mobili in cui metterli. La doccia è fredda, o meglio tiepida, come l'atmosfera, ma la cosa non ci dà troppo fastidio, data la temperatura ambiente. Poi cerchiamo nella palazzina se c'è qualche altro compagno di viaggio: alcuni, come noi, si sono alzati tardi e stanno in camera, altri, più esperti e volenterosi sono andati al darshan, verso le sette, senza fare la fila, accontentandosi di osservare da lontano.

    Insieme andiamo a pranzo; uscendo, notiamo fuori della palazzina delle donne con dei panni piegati su stuoie.

    <<che fanno quelle donne?>> domando ad un compagno.

    <<fanno il servizio di lavanderia: ogni mattina ritirano i panni di chi ha bisogno di lavarli ed il mattino seguente li riportano lavati e stirati>>

    <<e quanto costa?>>

    <<due rupie a capo, indipendentemente dalle dimensioni del capo, che sia un fazzoletto o un sari>>

    Faccio il solito conto e scopro che si tratta di quattro centesimi di Euro: che pacchia!

    Alla mensa occidentale (ce ne sono anche due indiane) ci attende una lunga fila sotto il sole, in attesa dell'apertura, poi avanziamo lentamente, finché riusciamo ad entrare; un'altra breve fila all'interno e ci serviamo da soli ad un banco servito da volontari di varie nazionalità occidentali. In un piatto tondo di acciaio, con vari scomparti facciamo mettere le pietanze - tutte vegetariane - che ci attraggono di più e che, comunque, desideriamo divorare dopo un digiuno prolungato. Alla fine del self-service c'e' un tavolino con una volontaria, che riscuote il prezzo del pasto: cinquanta rupie, bevande e dolce incluso, pari ad un Euro.

    Dopo un breve riposo in camera, alle due e mezza del pomeriggio usciamo di nuovo per andare al nostro primo darshan. Io indosso un paio di pantaloni larghi ed una casacca lenta ed accollata, a maniche corte, più uno scialle di cotone leggero, che mi hanno consigliato di portare, secondo l'uso locale, per mascherare il seno. La mia compagna di stanza armeggia, arrabattandosi per indossare un sari, che aveva acquistato in un viaggio precedente; ci prova  e ci riprova, ma il sari le cade di dosso, lasciandola in mutande. Finisce per fissarlo con molte spille da balia. Molte donne occidentali mettono l'abito tradizionale indiano, che acquistano sul posto ed indossano come una divisa, avendo visto che le donne indiane ed anche molte occidentali lo indossano.

    Il sari è una semplice striscia di stoffa, senza tagli né cuciture, nata millenni fa, per costituire una copertura semplice ed economica, come del resto il dothi per gli uomini, simile nella concezione. Esso si indossa avvolgendoselo attorno al corpo, e richiede una certa perizia, che si acquisisce con l'abitudine e senza l'uso di spille, o altri surrogati. Sebbene ricordi più un abito da sera - con la sua lunghezza fino ai piedi e la ricchezza di pieghe sul davanti, che gli conferisce eleganza - le donne indiane lo usano in ogni circostanza, incluse quelle in cui ci vorrebbe un abbigliamento più pratico, come: le faccende di casa, il bucato a fiume, la pulizia delle strade ed il lavoro nei campi.

    Non condivido la scelta delle occidentali di indossarlo, memore del proverbio che recita: "l'abito non fa il monaco"; oltretutto il sari è un abito poco pratico anche per noi, per il tempo che richiede nell'indossarlo, per le difficoltà nel sedersi in terra, e per il caldo che tiene con tutte le sue pieghe, specie nella sua versione in seta: la più amata dalle donne. Capisco di più chi usa il punjabi: l'abito originario del nord-ovest dell'India, simile ad un pigiama dalla casacca lunga fino alle ginocchia ed usato anche dagli uomini; potendo essere scelto di un cotone più leggero del nostro, può essere meno caldo.

    Ci mettiamo in una delle tante file che si formano davanti alla Sai Kulwant Hall (il portico del tempio dell'ashram, dove si svolgono i darshan). Un'indiana vicina a me emette un sonoro rutto; ne rimango francamente perplessa, che mi sia sbagliata? Forse era un colpo di tosse? No: ne fa subito un altro! Mi spiegheranno poi che lì si usa ed è segno di gradimento del cibo appena consumato, per cui lo si fa liberamente.

    Dopo un'ora un inserviente volontario consegna un numeretto - estratto da un sacchetto come nella tombola - alla prima persona di ogni fila. Chi riceve il numero uno entrerà per primo, con la sua fila. Così si evita di indurre i devoti a gareggiare eccessivamente nel presentarsi anzitempo per fare le file.

    Noi siamo fortunate: la nostra fila ha il numero due, il che ci consente di trovare posto in ottima posizione all'interno, dove ci si siede in terra, eventualmente aiutate da un cuscino, che ci siamo portate. La sala è un portico enorme coperto da una tettoia in parte in muratura, in parte di ferro e vetro, sostenuta da colonne. Mentre aspettiamo sento anche una pernacchia di qualche altra indiana; resto alquanto bloccata, non sapendo che fare e dove guardare, ma nessuno ci fa caso: apprenderò che anche questo è un uso non stigmatizzato, come da noi.

   

 

Sai Baba !

 

Dopo un'altra ora di attesa ecco una musica di flauto, che annuncia l'ingresso di Sai Baba. A prima vista mi appare molto piccolo - non me lo immaginavo così (non sapevo che è alto un metro e mezzo) - indossa una veste arancione lunga, simile a quella dei preti, senza alcun altro accessorio; cammina a piedi nudi lungo i corridoi della sala, che dividono i vari gruppi di devoti. Le donne stanno a destra, gli uomini a sinistra, guardando il tempio. Lui prende le lettere che Gli vengono porte, scambia poche parole con qualcuno ed occasionalmente materializza un pizzico di vibhuti con un gesto della mano destra. La vibhuti è cenere sacra e simboleggia l'ultimo stadio della materia non soggetta ad ulteriore trasformazione, quindi pura. Quella materializzata da Baba, oppure fabbricata (per motivi di quantità), benedetta e distribuita nell'ashram, viene usata per proteggere il corpo, un po' come l'acqua santa da noi.

    Man mano che Baba avanza verso di noi, l'emozione aumenta, finché mi sorprendo a fissarlo con le mie mani spontaneamente ed inconsciamente giunte e mi prende una grande emozione, che non saprei spiegare, ma nasce spontanea ed irrazionale in me, anche se Baba non si ferma vicino a noi, né mi guarda direttamente. Avevo portato una lettera da consegnarGli, con delle richieste riguardanti la mia situazione affettiva, economica e sanitaria, ma in quel frangente ho dimenticato tutto ed ho sentito che quelle sono preoccupazioni inutili e che mi devo affidare a Lui.

    Da quel momento ho dimenticato e mi sono abituata di buon grado a tutte le difficoltà e le scomodità del viaggio e del soggiorno in India: esse sono sciocchezze, in confronto a quello che si prova e si guadagna con Baba, anche se ciò non si può quantificare, descrivere o perfino spiegare a noi stessi.

    Il giorno dopo andiamo al darshan prima dell'alba, alzandoci alle tre; durante la fila si canta il mantra OM ventuno volte e si ascolta un canto del mattino: il "Suprabatam", eseguito da una devota.

A proposito ormai tutti sanno cos'è un mantra: un suono o parola carico di energia positiva, utile a condurci verso uno stato meditativo. Pochi sanno, invece, che anche nel cristianesimo ci sono accorgimenti simili, solo che nessuno ce lo dice. Alcuni esempi di mantra cristiani? Amen, Criste eleison, Alleluia. Li pronunciamo spesso, senza saperlo. E' chiaro come tali parole abbiano acquisito una carica energetica positiva, attraverso secoli di preghiera di milioni di persone. Questa considerazione mi fa riflettere sul fatto che i conservatori della chiesa avessero qualche ragione (conscia o inconscia) nell'opporsi all'abbandono del latino, in favore delle lingue locali: così facendo si guadagnò in comprensione, ma si perse parte dei frutti di secoli di preghiera, e  ne occorrerebbero altrettanti per caricare nuovi mantra.

    Anche la partecipazione alle cerimonie in ore antelucane ha una ragione ben precisa: le ore tra le tre e le sei del mattino sono considerate ideali per la comunione con Dio; ben lo sanno (o lo dovrebbero sapere) anche i nostri monaci, che - come tanti altri religiosi - si alzano prestissimo per questi compiti.

    Dopo l'ingresso nella Sai Kulwant Hall vediamo sfilare due processioni: una di alcuni bramini, che cantano i mantra vedici, partendo dall'interno della sala stessa, l'altra composta da centinaia di devoti, che percorrono il periplo del tempio, cantando i bhajans. I bhajans sono canti devozionali in sanscrito, hindi o telegu (la lingua locale), per lo più composti da Baba stesso ed hanno la funzione di tutti i canti religiosi.

    I bhajans vengono anche cantati due volte al giorno nella stessa Sai Kulwant Hall, un paio d'ore dopo il darshan, per circa mezz'ora. Spesso, alla fine, Sai Baba esce dalla stanza delle "interview": le udienze private, a cui Lui invita chi ritiene opportuno. La stanza accoglie poche decine di persone; oltre che comunicare più direttamente ed estesamente con i devoti, durante quelle interview, mi dicono che spesso Baba materializza oggetti ricordo per alcuni devoti, quali: orologi, anelli, ciondoli, collane, immagini, ecc. In effetti un giorno vedemmo uscire un gruppo di devoti dalla stanza delle interview, ci avvicinammo per sentire cosa era accaduto e vedemmo una signora che mostrava al dito un solitario, appena creatole da Baba.

 

 

A Puttaparthi

 

    Dopo il darshan e la colazione ci avventuriamo fuori dell'ashram per vedere un po' il paese di Puttaparthi, o meglio, la zona commerciale adiacente all'ashram - e fare un po' di shopping di souvenir e oggetti d'utilità. Noto alcune donne che stanno stirando all'aperto con un ferro a carbonella, come quelli che noi usiamo ormai solo come soprammobile o fioriera. Dalle facciate degli edifici e da alcuni pali pendono e si diramano cavi e fili  dell'energia elettrica e del telefono, che passano da un appiglio all'altro, in una confusione caotica, che mi fa pensare stiano per strapparsi da un momento all'altro.

    Dopo una mezz'ora mi sento stordita ed infastidita dal traffico, dal chiasso, dall'assedio di venditori e mendicanti di mestiere (che accorrono da vari paesi per approfittare dei turisti) e mi ritiro nell'ashram.

    Alle dieci del mattino c'e' una conferenza in inglese di un devoto indiano anziano, che ci parla di Baba, delle sue esperienze e miracoli a cui ha assistito e degli insegnamenti di Baba.

    Torniamo in camera per un riposino, ma troviamo tutte le nostre cose sottosopra; sulle prime pensiamo a dei ladri, ma la porta era ben chiusa col lucchetto, poi ci affacciamo alla finestra e vediamo che un gruppo di scimmie sta maneggiando alcune delle nostre cose e mangiando delle banane che avevamo comprato; alle finestre abbiamo delle inferriate anche abbastanza fitte - ci spiegano poi che servono proprio per evitare l'intrusione delle scimmie - ma, in questo caso, si vede che ad entrare attraverso le maglie dell'inferriata è stato un cucciolo di scimmia, così piccolo da passarci. Siamo disorientate da quella situazione e cerchiamo di rimettere un po' d'ordine nella stanza e di ricomprare alcuni degli oggetti trafugati.

Un giorno, dopo il Darshan, Baba fa distribuire del prasad (cibo benedetto, che spesso Baba regala ai devoti), consistente in un dolcetto di cocco e pasta di mandorle. Io ed un paio di devote del gruppo restiamo sedute, mentre la maggior parte degli altri devoti si è già alzata per ottenere il prasad e poi si allontana. Come spesso accade c'è un po' d'agitazione, i devoti si accalcano per ottenere il prasad. Io non voglio prendere parte alla calca e penso tra me: <<Baba, non voglio fare a botte per prendere il Tuo prasad; se e' bene che io lo abbia pensaci Tu>> e resto compostamente seduta al mio posto.

Ad un certo punto una sevadal (inserviente volontaria) si avvicina col prasad per la distribuzione, girando tra le file delle persone sedute; io allungo la mano verso di lei: contemporaneamente un dolcetto vola verso di me, senza che  possa vedere alcun gesto della sevadal che me lo getti; essa anzi si volta subito , allontanandosi.

Il prasad cade in grembo a me e s'infila dentro il sacchettino che porto al collo, a mo' di borsetta. A causa delle restrizioni d'ingresso al porticato, dove si svolge l'udienza generale e le altre cerimonie e dov'e' consentito introdurre solo lo stretto indispensabile, il sacchettino è molto piccolo ed è stretto dai cordoncini che lo reggono! Un'altra devota del gruppo, che siede accanto a me si stupisce  anch'essa dell'accaduto

          Un altro giorno, mentre Sai Baba si era recato per una visita lampo a Bombay, sto in camera. Ad un certo punto vedo bene dalla finestra quella che ritengo un'immagine o un poster di Sai Baba, in piedi, a grandezza naturale, sul muro esterno di un edificio nuovo. L'immagine compare a fianco di una finestra, tra essa e la finestra successiva; è molto realistica: Baba sembra vivo. Per un po' non riesco a staccarne lo sguardo. Quando la mio compagna torna in camera glie ne parlo, ma è ormai buio. Il mattino dopo guardiamo insieme dalla finestra, ma constatiamo che non c'è nessuna immagine ed è anche difficile che vi fosse stata messa e poi tolta. Dunque Baba ha voluto darmi un darshan personale!

 

    La vita continua con questi ritmi, per un paio di settimane, finché arriva il giorno della partenza. Ho vissuto accanto e con persone di ogni razza, nazionalità e religione, senza problemi o discriminazioni, uniti nella stessa fede in Sai Baba, che insegna l'unità di tutti ed il rispetto per tutte le religioni, che hanno uno scopo ed un denominatore comune: l'Amore di Dio. Il tanto ricercato ecumenismo qui è un fatto scontato ed acquisito, senza problemi.

    Incontrando tanti devoti di tante estrazioni diverse, sentiamo raccontare episodi "miracolosi" accaduti a molti, sia durante gli incontri con Sai Baba, sia lontano da Lui, magari nelle loro case, in patria. Ecco qui alcuni racconti :

 

 

Rifornimento di vibhuti

 

Maddalena aveva conosciuto Sai Baba da poco, attraverso la sua amica Anja, ma non era ancora mai stata in India.

Un giorno parlando al telefono con Anja, le diceva di aver esaurito la sua vibhuti: la cenere sacra distribuita a Puttaparthi ed usata per assumerla periodicamente, mettendone un pizzico nei cibi, o direttamente in bocca, specie in caso di malattia. Maddalena, come tutti i devoti di Baba, la teneva in una scatolina di plastica, nel secondo cassetto del suo settimino; le chiese se poteva procurargliene dell'altra, magari prendendola in un centro Baba.

Poco dopo, mentre stava pranzando, sentì il desiderio di andare a vedere la scatolina della vibhuti: la aprì e la trovò piena, con la cenere ammonticchiata in forma conica.

 

 

Invito in India

 

Nella era devota di Sai Baba dai primi anni 80. Desiderava andare in India con sua figlia, anch'essa devota e già andata da Sai Baba, ma le circostanze familiari glie lo impedivano. Nel 1994 sognò di vedere una luce bianca e di camminare sulle nuvole; sentì una voce che le diceva:

<<Vieni avanti>>

ma lei non si muoveva.

La voce ripeté l'invito ed infine, con tono perentorio, le disse:

<<Vieni avanti: e' il tuo Dio che te lo ordina !>>

A quel punto Nella avanzò e vide il viso di Sai Baba da giovane, in mezzo ad una nuvola bianca.

Baba le disse:

<<Ci sara' un intervento e dopo un anno tu verrai da me>>

In seguito Nella fu effettivamente ricoverata in ospedale per un piccolo intervento. Dopo circa un anno dall'intervento, pote' andare finalmente in India a trovare Sai Baba per la prima volta.

 

 

Soccorso stradale

 

Era una domenica di giugno, Paolo, Olga e Barbara erano stati al centro Baba a cantare i bhajans. All'uscita pioveva e Paolo andò a prendere la macchina per limitare l'esposizione delle due signore. Una brutta sorpresa: la macchina - che fino ad allora era andata benissimo - non partì, la batteria risultava completamente scarica.

Paolo tornò al centro, dove c'erano ancora vari devoti ed informò le due signore; Olga chiese l'aiuto di uno di loro, che conosceva, per collegare le batterie delle due macchine e mettere in moto. Anche l'altro devoto aveva però problemi con la macchina: aveva una ruota bucata. I due sostituirono prontamente la ruota e accostarono le due macchine. Paolo aveva i cavetti di collegamento per le batterie e la sua macchina partì subito.

Dopo aver raccolto le due compagne, si misero in viaggio per tornare alle rispettive case, ma il motore si spense dopo alcune centinaia di metri. Fortunatamente si era in salita e Paolo - dopo aver fatto allontanare le auto che lo seguivano - riuscì a mettere in moto l'auto, lasciandola arretrare sul pendio, con la retromarcia inserita. Proseguirono : Paolo lasciò Barbara a casa sua e continuò fuori città per andare a casa di Olga, che abita in un paese vicino. Olga, preoccupata per il rischio dello spegnimento del motore, disse in tono confidenziale: <<Baba, mi raccomando, pensaci tu !>>.

Quando mancavano pochi chilometri all'arrivo, la macchina doveva passare in una strettoia con senso unico alternato a precedenza fissa: le auto della direzione di Paolo avevano la precedenza di passaggio rispetto a quelle provenienti in senso contrario. Purtroppo - come spesso accade in Italia - molti non rispettano le precedenze e Paolo segnalò il suo arrivo con un lampeggio di fari. Evidentemente l'improvviso assorbimento di corrente sottrasse energia alle candele ed il motore si spense. Paolo tentò invano di rimettere in moto, sperando che la batteria si fosse ricaricata durante il tragitto percorso. Le auto che seguivano cominciarono a suonare impazienti e Paolo, con l'aiuto di Olga, dovette spingere la macchina oltre la strettoia e fermarsi lì, perché dopo iniziava una salitella.

Paolo era rassegnato a chiamare il soccorso stradale, ma erano le 20.30 di domenica e avrebbero dovuto aspettare chi sa quanto tempo per strada, lontano da qualsiasi locale pubblico. Non aveva finito di immaginare queste cose, che un signore, in compagnia di una signora e di una bambina, si fermò con una macchina, proveniente in senso opposto ed in procinto di attraversare la strettoia; gli disse dal finestrino: <<serve una mano?>>. Paolo - sorpreso dell'offerta che non avrebbe mai pensato di sollecitare da uno sconosciuto - accettò l'aiuto: in pochissimi minuti collegarono le due batterie e rimisero in moto la macchina.

Paolo ringraziò e saluto' il soccorritore e riprese il suo viaggio, fino a casa. Olga ebbe l'impressione che il viso del soccorritore non le fosse nuovo e comunque era dolce. Insieme a Paolo rifletterono sulla tempestività e la spontaneita' dell'offerta di aiuto ricevuta, dopo l'appello a Baba, pronunciato da Olga.

 

 

Sono io a dettare !

 

Giulio aveva, da anni, cominciato a praticare la scrittura ispirata ed aveva una guida spirituale, che gli si era manifestata.
La scrittura ispirata consiste nello scrivere dei messaggi senza pensare, buttando giu' le parole che vengono in mente allo scrittore; esse poi compongono delle frasi di senso compiuto, dimostrando di non essere semplici farneticazioni. Usualmente lo scrittore opera sotto dettatura della sua guida spirituale (tutti ne abbiamo una, anche se non lo sappiamo: e' un'entita' incaricata di fornirci consigli ed opportunita' di crescita spirituale). Talora la guida non detta personalmente, ma dà spazio ad altre entita' che presenta, onde evitare rischi di intromissione da parte di spiriti di bassa levatura.

Un giorno di giugno, Giulio ebbe messaggi di commiato dalla sua guida, che fu sostituita nel contatto direttamente da Baba! Giulio non poteva credere che Sai Baba stesso gli dettasse dei messaggi, ma Baba insisté e gli scrisse che gli avrebbe fornito due prove:

  1. gli disse di guardare la sua foto "grande" gli avrebbe dato anche un'altra prova

Giulio ha tre foto di Sai Baba in camera sua: una a figura intera (la foto è di cm 21 x 53, il quadro, col passepartout, è sensibilmente più grande), una a mezzo busto (di cm 24 x 30) ed una piccolina (cm 10 x 15), con la copia di un ritratto materializzato al dr. Subba Rao: un vecchio devoto e collaboratore di Baba. Giulio guardò attentamente il quadro piu' grande di Baba, quello a figura intera, ma non vide nulla e si scoraggiò un po'.

Successivamente accadde qualcosa di strano alla foto di Baba a mezzo busto, che ha vicino al letto, con una cornice "a giorno", cioè una tavoletta coperta da un vetro, tenuto da graffe:

essa cadde tre volte a terra:

A quel punto Giulio rifletté che, sebbene dimensionalmente piu' piccola della foto a figura intera, questa era la foto a maggior ingrandimento, cioè quella in cui il volto di Baba risulta più grande: quello era dunque il primo segno offertogli da Baba! Anzi Baba aveva voluto essere particolarmente convincente, producendo il fenomeno su una foto diversa da quella prevista da Giulio.

Gli capitò, proprio in quei giorni, di riprendere a leggere il penultimo capitolo del libro che aveva acquistato nel recente viaggio in India: "Face to face with God" di Sarin; nelle ultime pagine l'autore menziona vari devoti che ricevono messaggi interiori da Sai Baba e sostiene che non c'è ragione per cui ognuno di noi non possa riceverle, se ci "sintonizziamo" opportunamente; cio' lo tranquillizzò sulla possibilita' e diffusione di tale pratica. In piu', come per esagerare, in quei giorni gli ricapitò sotto mano il libro "Emmanuel", che riporta messaggi che l'autore ricevette da Gesù!

Cosi', quando pochi giorni dopo un amico gli chiese un messaggio per una sua amica, sentì l'impulso di tentare, con apparente successo e da allora continua.

 

 

La Mano di Dio

 

Prima di andare al centro Baba, per i bhajans domenicali Paolo, devoto di Baba, andò ad accompagnare all'aeroporto sua figlia e suo genero Antonio , in partenza per l'Egitto .

Durante il tragitto la marmitta della sua fiesta si staccò dal tubo , strusciando in terra: era necessario rimuoverla.  Paolo prese uno straccio per inginocchiarsi ed i guanti per maneggiarla; poi fece molti sforzi per sfilare la marmitta dal supporto di gomma ,che la teneva appesa alla scocca : senza successo.

Neppure Antonio, intervenuto per aiutare riusci' a far nulla ed abbandonò i tentativi dopo una bella sudata.

Paolo riprese a provare con scarsi risultati, finche' chiese mentalmente l'aiuto di Baba e, dopo meno di un minuto, riuscì a sfilare la marmitta e ripartire!

Paolo rifletté sull'accaduto: quando finalmente era riuscito a togliere la marmitta aveva pensato ad una frase idiomatica, di cui non si sa normalmente l'origine: <<per levare quella marmitta c'é voluta la mano di Dio !>>.

 

 

 

 

Cambiamento

Ottobre 1993

 

    Tornata in Italia, riprendo gradualmente la mia vita abituale, con le persone e le occupazioni solite; mi sembra che il viaggio in India sia stato un sogno in una realtà strana ed incredibile, così diversa dal solito.

Le attività usuali mi catturano pian piano, ma le vedo in una luce diversa, con un certo distacco, come se esse fossero un po' un sogno in cui mi trovo inserita mio malgrado, sentendo che non sono più così importanti come prima. Il lavoro diventa meno affannoso e la carriera mi sembra meno importante. Preferisco una maggiore armonia con i colleghi ed uno svolgimento del lavoro più accurato. Il lavoro, che prima mi sembrava un peso e che consideravo poco attinente alle mie aspettative ed ai miei sogni, cominciò ad interessarmi di più. Spontaneamente cominciai ad approfondirlo, leggendo libri ed articoli che lo riguardano e pensando a come valorizzare i miei interventi; mi vennero in mente delle proposte da avanzare nella ditta, per espandere l'attività ed ebbi dei successi e dei riconoscimenti, ma soprattutto vivevo bene la mia giornata lavorativa, andavo volentieri al lavoro e non mi pesava stare in ufficio. Constatai nei fatti quello che dice Sai Baba: non bisogna pretendere di fare il lavoro che ci piace, ma fare bene  quello che c'è da fare.

Anche le amicizie cambiano: gradualmente si riduce la frequentazione degli amici più superficiali ed intesso relazioni amichevoli con qualche devota del centro Sai Baba, che inizio a frequentare di più. I passatempi chiassosi  mi attirano meno e mi trovo bene a passare un po' di tempo da sola, leggendo un bel libro o passeggiando in un parco.

La carne, che prima mangiavo, mi attira sempre meno e preferisco i formaggi ed insalate sempre più ricche e variate, con pomodori, olive, sedano, finocchi. Mi attira, più di prima, la frutta secca: mandorle, noci, pinoli, pistacchi, prugne ed albicocche. Ne mangio ora regolarmente e mi sento meglio.

Riflettendoci, devo scoprire che il viaggio in India e l'incontro con Sai Baba stanno operando su di me un effetto silenzioso, lento e sorprendente, diverso da quello miracolistico e ricco di effetti che mi sarei aspettata, ma profondo e trasformatore.

Ammiro  i Maestri spirituali, gli asceti ed i santi; essi stimolano in me ammirazione e fascino; io però ho difficoltà ad imitarli: non mi sento ancora pronta a seguire interamente le loro orme; forse posso adottare alcuni loro comportamenti, come il non mangiare più carne: cosa che anche importanti organismi medici internazionali consigliano per la salute.

Anche la meditazione quotidiana è un'abitudine che posso adottare e che mi piace. Forse  gradualmente potrò accostarmi di più all'ideale dei saggi, ma per ora non posso imitarli pedissequamente: la mia è ancora una vocazione di madre di famiglia.

Il mio approccio all’amore si è modificato sostanzialmente: ora pretendo meno dagli altri e mi sento più portata per donare il mio affetto a chi mi è vicino, senza necessariamente aspettarmi un comportamento analogo, senza pretendere di essere amata, corteggiata, considerata. Se gli altri mi avvicinano, mi abbracciano, mi amano sono ben felice, altrimenti pazienza: ho qualcosa dentro di me che mi appaga e mi dà serenità.

Mi è anche venuta una sorta di illuminazione riguardo ai rapporti affettivi; tradizionalmente ritenevo che un uomo potesse attirami o meno in base al suo aspetto fisico, e magari al suo carattere. Ora sono più incline a pensare che ci sia qualcosa di più e di diverso: qualcosa che chiamerei "energetico", un quid, che trascende le qualità menzionate e che ancora mi sfugge, ma che può essere la vera spiegazione per l'attrazione verso un'altra persona. Direi che l'attrazione potrebbe essere composta da due tipi di energia: la prima generica e basata sulla differenza di sessi, per cui l'energia maschile provoca attrazione nella donna e viceversa; essa si esercita più o meno marcatamente da parte di qualsiasi esemplare dell'altro sesso; per estremizzare mi viene in mente la battuta di certi uomini, che sarebbero attratti da qualsiasi donna "basta che respiri".

La seconda energia sarebbe più orientata da un'affinità di gruppo, come simbolizzata dall'astrologia; essa ci dice che persone di certi segni o ascendenti sono particolarmente attratte da altre dello stesso segno o di segni compatibili, come per esempio tra leone e toro, tra pesci e scorpione, o tra bilancia ed ariete; molto più specifica può essere l'energia di una singola persona, probabilmente causata da un inconscio ricordo di vite passate, in cui vi fu un affetto particolare. Quest'energia può  scatenare forti passioni sessuali, ma può anche prescindere  dal sesso - spiegando l'amore platonico - o causarci attrazione anche per una persona dello stesso sesso, sotto forma di profondo senso istintivo di amicizia.  Di più, a me è capitato di percepire una vera e propria vibrazione energetica da poche persone specifiche; una sensazione piacevole e suadente, indipendente dalla solita attrazione o sensazione erotica. Che sia una sorta di evoluzione e sublimazione dei sentimenti?

Quest'ipotesi forse spiegherebbe perché alcuni sposano persone esteticamente insignificanti, se non addirittura repellenti, o di età esageratamente diversa (a parte i casi di matrimoni di convenienza).

 

Anche le difficoltà assumono per me un aspetto diverso: prima le consideravo un problema, una disgrazia, da scongiurare, allontanare, da cui fuggire con tutte le mie forze. Ora le vedo  più come una sfida, una prova da affrontare e superare. Mi ricordano un po' un enigma o un puzzle da risolvere, con cui spesso ci  confrontiamo volontariamente, allo scopo di  metterci alla prova ed avere la soddisfazione di riuscire. Capisco meglio gli americani che, in caso di difficoltà, dicono di aver un problema o "una sfida" e non un guaio. In fondo questo è lo scopo della vita: un esercizio mediante cui fare esperienza e crescere .

Nessun uomo è perfetto e se abbiamo dei problemi con lui, probabilmente è perché dobbiamo imparare qualcosa. Cambiare partner serve solo a rinviare l'opportunità di un'evoluzione; ho capito che illudermi che un altro uomo sarà migliore e risolverà i miei problemi non funziona: sono io che devo cambiare, evolvere; gli altri sono un aiuto, un'opportunità per la mia evoluzione. Perciò la cosa migliore che posso fare è non di scansarlo, lasciarlo o magari sopportarlo controvoglia, ma di accettarlo, abbracciarlo, ringraziarlo mentalmente per l'aiuto che, involontariamente mi offre e che mi aiuta a migliorarmi.

 

 

Agosto 1994

 

    Un giorno stavo dormendo da sola; il mio compagno non dormiva con me quella notte. Mi svegliai e lo vidi seduto sul letto accanto a me  in aspetto giovanile, con la sua maglietta gialla di Dior; la sua figura irradiava una luminosità propria nel buio della stanza. Sorpresa della situazione e desiderosa di verificare che non stavo sognando accesi la luce del comodino e lo vide a lungo sul letto, che mi sorrideva; gli toccai un braccio e, sentendolo solido, dissi <<Lo, ma tu sei di carne!>>; quel corpo non rispose: continuò a sorridermi; dopo parecchi secondi svanì, come sfumando verso la finestra. Il giorno dopo ne parlai con lui, che ne rimase sorpreso: non avevo fatto nulla per comparire a casa mia: era una visita inconscia (come descritto in un libro “La premonizione e il nostro destino”) o era il mio Angelo Custode, che, come altri dicono, assume le sembianze del soggetto in eta’ giovanile? Forse era una mia creazione, dovuta al desiderio di vederlo?

 

 

Marzo 1995

 

    Tramite un'amica, ho conosciuto Dino:  sensitivo  e medium , che abita ad Osimo; con lui ho avuto una conversazione interessante, di cui mi ha colpito particolarmente il suggerimento di  stare al sole e cercare col pensiero di assorbire l'energia solare: essa ci può fornire nutrimento per il corpo e la mente e ci può consentire di ridurre l'assunzione di cibo. Un altro suggerimento - abbastanza noto -  è quello di  fare delle respirazioni profonde, specie quando siamo agitati o insonni: questa pratica è molto calmante e rilassante.

 

Ottobre 1996

 

    Ho letto un libro che ho trovato molto utile:  "The secret", che esalta l'impiego del pensiero positivo, come mezzo per ottenere ciò che ci si ripromette; si tratta di pensare  e visualizzare di aver già ottenuto il nostro scopo, con fiducia e gratitudine. Mi sembra una pratica interessante e promettente.

 

 

Dicembre 1997

 

    Gradualmente mi sono abituata spontaneamente a non bere  durante i pasti, ma solo un quarto d'ora o mezz'ora dopo di essi. Ho riscontrato che quest'abitudine corrisponde ai suggerimenti di molti igienisti, della macrobiotica e di Sai Baba.

    Ora che lo faccio mi sembra che bere mentre si mangia sia una specie di vizio, che continuiamo per abitudine, ma che non corrisponde ad una reale necessità, specialmente se si mastica bene.

 

 

Febbraio 1998

 

    Ogni tanto, mentre sto da sola in casa, mi vengono in mente delle parole o dei nomi di persona, senza alcun apparente motivo; si tratta di nomi che non sembrano avere alcuna relazione con quanto sto facendo, leggendo o pensando, persone che non conosco, o parole che non uso; me ne meraviglio e non capisco come nascano; poi, talvolta la sera accendo la televisione e scopro  che quella parola o quella persona viene citata nel programma televisivo o invitata a parteciparvi; allora penso: <<che si stia evidenziando in me una forma di telepatia, per cui al mattino io percepisco quella parola, perché varie persone la stanno pensando o pronunciando in uno studio televisivo, in preparazione del programma?

 

 

 

 

Il Matrimonio

 

Giugno 1998

 

    Ho riflettuto sul matrimonio: Specialmente per una ragazza un bel matrimonio d'amore è il massimo delle aspirazioni; da piccole ascoltavamo le favole che narravano di un bel principe azzurro, che compariva come per incanto per prendere la ragazza spesso povera, o addormentata e portarla con se nel suo castello meraviglioso, dove sarebbero vissuti felici e contenti per tutta la vita. Quest'idea mi veniva confermata e rafforzata ascoltando gli auguri e gli entusiasmi di tante persone, in occasione del matrimonio di una loro parente o amica, mentre scartavo come battute scherzose quelle di qualche scapolo, che faceva mostra di scetticismo per l'occasione.

    Per molti anni ho immaginato così il mio incontro ideale e la  mia vita futura. Poi ho cominciato a guardarmi intorno scoprendo che i matrimoni reali non sono così ed anche le persone che conoscevo e che avevano fatto un matrimonio d'amore con un bel ragazzo spesso entravano in crisi e - lungi dal vivere felici e contente per tutta la vita - finivano per separarsi dolorosamente e divorziare, con ripercussioni problematiche anche sui loro figli.

 

    Anche i figli, molto idealizzati, si rivelano spesso un impegno assai gravoso: non sono come le bambole, che , quando sei stanca di giocarci, le puoi mettere in un cassetto: loro stanno sempre lì con le loro  esigenze ed i loro bisogni. E se non sei pronta a soddisfarli si mettono a piangere e spesso on sai che fare, perché non capisci perché piangono

    A proposito di bisogni e di pianti, una volta vidi un film, con una battuta scherzosa, che riporto per alleggerire l'argomento: un bambino piccolo piangeva in continuazione, senza che la mamma potesse farlo smettere. Un'amica le disse: <<hai provato a cambiarlo?>> e la mamma: <<si, ma avevo perso lo scontrino e non me lo hanno ripreso>>.

 

    Ho cominciato a leggere dei libri sull'argomento ed ho scoperto che il matrimonio comincia per un'attrazione speciale, solo per indurci a vivere la  situazione più impegnativa della nostra vita. Infatti col matrimonio ci s'impegna ad una convivenza , che ci sembra una favola, ma che poi ci mette a dura prova, per le differenze di carattere e di aspettative che ciascuno dei coniugi ha.

    A ben vedere il matrimonio è una scuola all'interno della scuola della vita, che ci siamo scelti, senza saperlo, per imparare ed evolvere.

    Più che un matrimonio d'amore, occorre pensare ad un amore da costruire continuamente.

 

    Spesso nel matrimonio, come in altre relazioni tra amici, succede di litigare. Ho letto un'annotazione raccontata dal Mahatma Gandhi sulle liti:

<<Sapete perché si grida quando si è arrabbiati? Il fatto è che quando due persone sono arrabbiate i loro cuori si allontanano molto. Per coprire questa distanza bisogna gridare per potersi ascoltare. Quanto più arrabbiate sono, tanto più forte dovranno gridare, per sentirsi l'un l'altro.

    D'altra parte che succede quando due persone sono innamorate? Loro non gridano, parlano soavemente. E perché? Perché i loro cuori sono talmente vicini che neanche parlano, solamente sussurrano. E quando l'amore è più intenso, non è necessario nemmeno sussurrare, basta guardarsi. I loro cuori s'intendono. E' questo che accade quando due persone che si amano si avvicinano.  Quando voi discutete non lasciate che i vostri cuori si allontanino; non dite parole che li possano distanziare di più, perché arriverà il giorno in cui la distanza sarà tanta che non incontreranno più la strada per tornare>>.

    Originariamente pensavo - come tutti in occidente - che bisogna sposare la persona che si ama. Poi ho scoperto che in India (e forse anche in altri paesi) i matrimoni vengono combinati dai genitori dei ragazzi, addirittura quando sono ancora in età infantile e questo mi sembrò il retaggio di un costume sorpassato ed oppressivo. Poi ho scoperto che perfino grandi saggi insegnano che quella può essere una delle tante strade attraverso la quale il piano della nostra vita - comunemente chiamato il Destino - ci fa incontrare la persona con cui lavorare in questa vita. Perciò non dobbiamo scandalizzarci di una pratica del genere, ma vederne il lato positivo: in quella situazione c'è da aspettarsi che nessuno si illuda di vivere un matrimonio da favola, ma piuttosto che valga il detto: "non bisogna sposare chi si ama, ma amare la persona con cui siamo sposati".

    In fondo la situazione non è molto diversa da quella del matrimonio che potremmo chiamare "spontaneo"; infatti in occidente noi crediamo di scegliere e sposare la persona amata ideale, ma si tratta solo di un trucco della vita per metterci insieme alla persona con cui dobbiamo fare quell'esperienza. E' bene perciò non farci troppe illusioni, destinate a naufragare, ma accettare di buon animo quello che ci accadrà, lavorando per il meglio, sapendo che quello è il nostro compito e che se lo allontaniamo, probabilmente ce lo ritroveremo nella prossima vita.

 

 

 

 

L'esercizio delle sedie

Ottobre 1999

 

    Ho letto l'ultimo libro di una famosa medium; tra l'altro descrive un esercizio, che mi ha colpito. Serve a modificare la nostra prospettiva della vita.

    Se abbiamo un ricordo penoso, che magari pesa sulla nostra vita, possiamo sederci su una sedia, che chiameremo "la sedia triste"; lì racconteremo agli amici e parenti presenti quello che ci accadde ed esprimeremo le nostre emozioni, collegate all'accaduto.

    Successivamente ci siederemo su un'altra sedia (o anche sulla stessa), che chiameremo "la sedia felice", cercando di trovare i lati lieti e divertenti della stessa situazione; per quanto strano e incredibile possa sembrare qualche aspetto del genere ci sarà nella stessa storia triste che avevamo raccontato.

    Infine ci siederemo sulla sedia più importante: "la sedia ispirata"; su di essa siamo chiamati a capire e individuare la lezione, che abbiamo imparato e l'esperienza che abbiamo guadagnato da quel fatto. Questo è il vero scopo della vita.

 

 

 

 

Somiglianze

Gennaio 2000

 

    Ho cominciato a fare qualche ricerca su alcuni aspetti delle varie tradizioni religiose. Questo perché, essendo andata in India ed avendo sentito alcuni discorsi, avevo scoperto alcune somiglianze sorprendenti per me.

    Intanto mi sembra ovvio che i miracoli, che noi abbiamo sempre attribuito esclusivamente ad esponenti della nostra religione, siano di diffusione universale; non c'è tradizione religiosa che ne sia priva, sia nel passato che in manifestazioni contemporanee, come ha mostrato anche la trasmissione televisiva "Miracoli", nonostante i freni  dell'ambiente cattolico.

    La prima cosa nuova che ho scoperto è che Gesù non è stato la prima, né l'unica incarnazione divina. L'idea che Dio possa incarnarsi in un uomo è assai precedente al cristianesimo; in India quella dell'avatar è normale tradizione, anzi io direi che è la logica conseguenza del fatto che siamo tutti "figli di Dio" e fratelli di Gesù. La differenza tra noi e Lui è che Egli è pienamente cosciente della propria divinità, mentre noi dobbiamo ancora raggiungere tale coscienza e le facoltà ad essa connesse. Le incarnazioni divine poi si manifestano in gradi diversi, non c'è chi è solo umano e chi è pienamente divino, ma ci sono entità con gradi intermedi di coscienza, che noi conosciamo come santi. Le incarnazioni divine più elevate e note nella tradizione indiana sono: Rama e Krishna, vissuti rispettivamente oltre 5000 e 3000 anni prima di Gesù.

 

    Il concepimento di Gesù, da parte di Maria, senza un rapporto con un uomo, sembra da noi così straordinario che molti cristiani esitano a crederci. Eppure si tratta della somiglianza più comune in tutte le religioni; ricordo solo alcuni dei tanti esempi:

    Secondo gli antichi egizi, Iside concepì magicamente Horus.

    Fin da tempi antichi la tradizione vedica ha ritenuto che persone evolute spiritualmente possano concepire senza contatti sessuali; così fu anche per Krishna.

    Lao Tse - il fondatore del taoismo - e Zoroastro - il fondatore della religione pre-cristiana che da lui prese il nome e di cui pare fossero adepti i re magi - furono entrambi concepiti da una vergine.

    Il Budda nacque da Maya, un'ascetica principessa, preservatasi vergine nonostante fosse sposata da trentadue mesi. Essa vide in sogno un elefante che la colpi ad un fianco; dopo dieci mesi nacque il Budda, uscendole dal fianco.

    Anche il lamaismo - derivazione tibetana del buddismo - venera la vergine madre Dolma.

    Lo stesso Sai Baba - nostro contemporaneo - fu concepito, come testimoniò pubblicamente sua madre, mediante una sfera luminosa che la investì. In questo caso lei non era vergine, ma già madre di vari figli, concepiti naturalmente.

    C'è da pensare che, man mano che l'umanità si evolve, le nascite di questo tipo potrebbero diventare sempre più frequenti e l'amore si manifesti in modi più spirituali che carnali.

 

    Un'altra singolarità in queste somiglianze è quella della cosiddetta "strage degli innocenti", che noi riguardiamo come un'infamia eccezionale ed irripetibile. Ebbene una cosa simile avvenne con Krishna: al re locale Kansa, zio di Krishna, fu predetto che un nipote lo avrebbe ucciso. Allora Kansa, nell'illusione di sfuggire al presagio, fece imprigionare sua sorella col marito ed ordinò che i loro figli fossero uccisi appena fossero nati. Sei bambini furono così trucidati, ma la madre riuscì a salvare Krishna, affidandolo ad un pastore, che lo crebbe come un figlio.

 

    L'ascensione o assunzione in cielo è un'altra tradizione che accomuna molte religioni:  Krishna, Elia, Mitra, Guru Nanak e Maometto hanno tutti lasciato la Terra così.

 

    La redenzione - come possiamo constatare - non appare tanto come un salto generale e definitivo dell'umanità, ad opera di un avatar, ma mi sembra  piuttosto una riduzione del karma generale, mediante l'assunzione di parte di esso ad opera dell'avatar stesso.

    Dato che il karma non può essere annullato per semplice comando del Signore, quello che l'avatar può fare e' di farsene carico Lui stesso, per alleggerire gli altri. In virtù del Suo livello, assai più elevato del nostro, Egli risente molto poco del karma di un singolo individuo: è come se un tumore lo colpisse al pari di una puntura di spillo. Purtroppo per Lui, le persone da "salvare" sono milioni, per cui anche una puntura di spillo, moltiplicata per milioni può provocare effetti disastrosi.

    C'è poi la modalità di assunzione del karma; confrontando, ad esempio la storia di Gesù con quella di Sai Baba, vediamo che Gesù soffrì la passione molto intensamente dalla sera del giovedì al pomeriggio del venerdì santo, mentre Sai Baba ha sopportato problemi fisici per vari anni e  fino all'abbandono del Suo corpo; mi sembra che si possano paragonare a due corridori di tipo diverso: un centometrista ed un maratoneta; entrambi producono uno sforzo enorme: il primo uno strappo tremendo, in un tempo molto breve, il secondo una fatica più moderata, ma per un tempo lunghissimo.

 

 

 

 

Sogni

    In vari momenti  della mia vita ho fatto dei sogni singolari, che mi hanno colpito particolarmente e che trascrissi appena sveglia. Infatti ho scoperto che, se una non se li segna subito, i sogni, o buona parte di essi, svaniscono rapidamente.

    Ne voglio trascrivere alcuni:

 

 

Perdere la testa

 

Febbraio 2001

 

    In quel periodo avevo appena conosciuto un certo Renzo, che mi aveva colpito particolarmente e con cui avevo cominciato ad uscire.

Sognai di essere stata poco bene e sapevo di essere convalescente, seduta sul letto matrimoniale, sopra la sopracoperta con la schiena appoggiata alla spalliera.

Sulla parete di fronte c'era un grande specchio che mi consentiva di vedere il mio corpo: ero vestita normalmente, ma dal colletto della camicetta non usciva ne' collo ne' testa: ero senza testa!

    Una persona di famiglia o amica, non meglio identificata, che stava in casa per assistermi nella convalescenza, entrò e mi domandò come stavo, senza notare che ero senza testa, sicche' pensai che quella era una mia visione soggettiva.

    Riflettendo al sogno pensai che poteva essere interpretato in base alla locuzione figurata: "Avevo perso la testa .. per Renzo"

 

Sai Baba e  lo zucchero

 

Marzo 2002

 

    Sognai di essere nella platea di un teatro. Sai Baba era seduto dietro di me. Io bevevo un liquido, forse un cappuccino freddo, da un bicchiere colmo, mettendoci molto zucchero.

    Baba ironizzò, dicendo che la mia voglia di zucchero era un'idea: perché non metterci un'automobilina?

Per ascoltare Baba stavo voltato indietro, tenendo il bicchiere colmo verso di Lui e Lui mi suggeri' di scansarmi per non sgocciolare sulla Sua veste. Lo feci e poi succhiai dal colmo.

    No so se lo zucchero fosse simbolico, o se Baba volesse sconsigliarmelo, come sostengono molti dietologi; comunque, a distanza di qualche anno, posso dire che non uso lo  zucchero quasi più, non fosse altro perché non bevo più cose che lo richiedono, come caffè, o tè.

 

Arrosto

 

Aprile 2003

 

    Sognai un mio caro parente, molto anziano e malmesso in salute: Sergio che mi telefonava, con voce allegra e giovanile; intervenne un uomo di eta' apparente inferiore ai 50anni, che mi disse che non ci sentivamo da 1,5 anni.  (in realtà eravamo in contatto ogni qualche mese).

    Riparlando con Sergio gli chiesi chi fosse l'altra persona che era con lui e che non ricordavo; rispose:<<arrosto>>; pensai fosse una persona che avevo incontrato in passato, ma associai il suo nome ad "arrosto morto". 

    Avendo tentato di telefonare a Sergio il giorno prima, senza avere risposta, anzi sentendo uno strano silenzio dall'altro capo in luogo dei segnali telefonici, temetti che Sergio stesso fosse morto e che "arrosto" potesse essere suo figlio Paolo, che fu cremato, a cui poteva essersi riunito.

    Perciò il giorno dopo ritelefonai a Sergio, che mi disse di stare a letto, "convalescente da una infiammazione delle vie linfatiche"; parlava a fatica; gli dissi che lo avrei richiamato dopo un paio di settimane, dato che al momento era affaticato.

    Qualche giorno dopo seppi che era stato ricoverato in clinica e lo andai a trovare: era in stato soporifero, assai dimagrito, non riusciva a parlare ne' a bere; aveva una frequenza respiratoria elevata; era alimentato artificialmente; mi dissero che era consumato da metastasi tumorali.

    Pochi giorni dopo mi giunse la notizia della sua morte.

    Insieme ad altri parenti andammo a vederlo nella camera mortuaria della clinica: sul corpo era poggiato un fiore, un rametto di rosmarino ed uno di salvia; una persona del gruppo, a cui lo feci notare, associò quelle erbe aromatiche al concetto di "arrosto". Anche la salma di Sergio fu cremata.

 

 

 

 

Proprietà

Gennaio 2004

 

    Ho riflettuto che noi generalmente crediamo che le idee, le scoperte, le invenzioni, che ci capita di sfornare siano di nostra proprietà; ne reclamiamo l'originalità, vi iscriviamo un brevetto o un copyright e pretendiamo i diritti d'autore, magari contendendole con altri, che pretendono lo stesso diritto.

    Non riflettiamo che sono cose che ci sono state regalate da qualcun altro, probabilmente da uno spirito guida, che c'e le ha ispirate, cioè suggerite silenziosamente, senza che noi ci avvedessimo di riceverle dall'esterno, perché le diffondessimo al servizio di tutti. D'altra parte non diciamo, spontaneamente, senza riflettere al suo significato: <<Mi è venuta un'idea>>, come significando inconsciamente che l'idea ci sia venuta dall'esterno? Oppure: <<Ho avuto un'ispirazione>>: Più chiaro di così!

    Molti scienziati ed artisti hanno candidamente dichiarato di aver scoperto delle cose per caso o per intuizione, al di là di studi e ricerche mirate. Ci sono sensitivi che sostengono che  le grandi opere degli artisti e le invenzioni degli scienziati vengono realizzate prima nell'aldilà, per essere poi copiate in Terra, attraverso l'ispirazione.

    Ormai, fortunatamente, si  sta instaurando una filosofia spontaneamente nuova, attraverso il World Wide Web: quella della condivisione gratuita di informazioni e idee; anche se ci sono ancora molti che cercano di vendere quello che sanno, c'e ne saranno sempre tante altre che c'e le offriranno gratis.

    Per questo spontaneamente scrivo sotto pseudonimo, perché sento che sono solo un mezzo di espressione di concetti che mi vengono suggeriti per qualche scopo che neppure so bene.

   

    Sempre a proposito di proprietà e di guadagni ho riflettuto sul fenomeno delle lotterie.

    Agli inizi del 1900 maturò e si diffuse la teoria marxista, secondo cui pochi ricchi erano in possesso di grandi fortune, in quanto avevano sottratto senza parere delle risorse ai molti poveri. Da questa constatazione, che sul piano morale condivido, scaturì la rivoluzione proletaria comunista, il cui difetto fu quello di imporre la ridistribuzione del reddito e della proprietà, anziché far maturare il concetto di una più giusta perequazione.

    Cosa accade oggi, nella società occidentale? La gente che ha un reddito basso versa dei soldi per acquistare dei biglietti della lotteria, del superenalotto, o altri giochi, sicché poche persone acquisiscano - senza lavorare - grandi somme di denaro, ottenute dai versamenti di tanti poveracci, che se le guadagnarono col lavoro: l'esatto contrario di ciò per cui tanti proletari morirono un secolo fa!

    E più i premi sono stratosferici (ed ingestibili), più la gente spende per parteciparvi. Potenza della libertà!

    Se una legge volesse costringerci a fare così, apriti cielo: scoppierebbe un'altra rivoluzione!

 

 

 

 

Il complesso dell'incontro

Aprile 2005

 

    Talora mi capita di incontrare qualche conoscente, o collega al di fuori del solito ambiente in cui ci frequentiamo. Ho notato che in tali occasioni la gente si comporta in modo strano, come se quell'incontro fosse qualcosa di straordinario e sorprendente. Di più: manifesta sorpresa e compiacimento ed una cordialità inusitata:

<<che ci fai qui?>>

mi dicono enfatici, come se il luogo in cui ci siamo incontrati fosse di loro proprietà o uso esclusivo. Vorrei rispondere loro: <<quello che ci fai tu!>>, specie se si tratta di un bar, un parco, un cinematografo, la cui frequentazione è autoesplicativa.

 E' un fenomeno psicologico che chiamerei: "Il complesso dell'incontro".

Colleghi di lavoro, che normalmente non mi salutano neppure quando c'incrociamo in ufficio, se mi vedono al parco, mi si fanno incontro con grande affabilità e confidenza, come se rivedessero un caro amico dopo tanti anni e mi mettono a parte di cose mai dette in tanti anni.

    Una volta incontrai una ragazza che vedevo sempre in palestra fare ginnastica con me e con cui non avevo mai scambiato parola; la incontrai per strada mente lei aspettava l'autobus:, a poche centinaia di metri dalla palestra stessa, ma in un giorno di riposo; mi fermò sorridente e mi parlò cordialmente, riferendomi sulle attività ginniche e concluse  con un arrivederci a presto in palestra.

    Un'altra volta incontrai una collega di lavoro su un treno  Roma - Milano non stop; bé non mi disse <<dove vai?>>?

Gli dovetti  rispondere che non potevo che andare a Milano, visto che non potevo scendere in corsa.

    Se poi aveste la ventura di incontrare  un conoscente, ma che di conoscente: un semplice concittadino fuori d'Italia, specie se in una nazione un po’ inusuale, apriti cielo: ti sembrerà di essere a "Carramba". Probabilmente ti dirà, la famosa frase:

<<Sei di Roma? allora conosci Giovanni?>>

 

 

 

 

La terra e la guerra

Maggio 2006

 

    Ho fatto un'altra riflessione: riguarda le dispute e le guerre che si fanno per accaparrarsi o difendere un pezzo di terra. Nel passato, ma talora anche oggi , ci si ammazza tra nazioni vicine per il possesso di una parte del territorio.

     Analizzandone i motivi, mi sono venute in mente questi:

  1. La necessità di terra per l'esercizio delle proprie attività

  2. Il possesso di miniere per lo sfruttamento di risorse naturali (metalli, uranio, carbone, petrolio, ecc)

  3. L'ambizione di dominio

  4. L'attaccamento ad un simbolo della propria nazione e tradizione

 

    La necessità di superficie fisica di terreno, per scopi di lavoro era importante secoli fa, quando si viveva sopratutto di attività "primarie": agricoltura e pastorizia, basate su un impiego esteso del terreno. Con l'evoluzione, le attività primarie si stanno riducendo notevolmente e intensificando, nel senso che si produce con sempre minore necessità di superficie territoriale. Il lavoro umano si è spostato sul secondario (industria ed artigianato), sul terziario (commercio e servizi) ed oltre (comunicazioni, software, ecc). Le nuove attività non solo non hanno bisogno di terreno per essere esercitate, ma addirittura la loro localizzazione è indifferente. Basti pensare che molte ditte occidentali commissionano in India i loro software; lo scambio di dati e programmi avviene tramite Internet con qualsiasi frequenza e senza problemi. I fondatori di Apple, Microsoft, Google, ecc. non hanno avuto bisogno  di un terreno o una collocazione specifica per sviluppare le proprie idee ed iniziative. Google per esempio, è stata fondata da tre uomini di diversa nazionalità: Larry Page, Sergey Brin, Rajeev Motwani.

     

     Il possesso di risorse del sottosuolo è , invece, ancora attuale, ma confinato ai livelli governativi e non sentito dai popoli, se non attraverso pretestuose motivazioni sollevate dai governanti stessi, per trovare credito nel popolo, che poi dovrebbe combattere.

 

     L'ambizione di dominio è stata molto forte; basti ricordare i grandi conquistatori, come Gengis Khan, Giulio Cesare, Carlo Magno, Napoleone, Hitler, che si consideravano tanto più importanti quante più terre riuscivano a dominare. Oggi, fortunatamente, queste velleità si sono dimostrate vane, dato che quelle conquiste sono poi state perse in pochi secoli o addirittura in pochi anni e sembra che il genere umano le abbia un po' accantonate.

 

     L'attaccamento al territorio, considerato come "patria", è l'ultima motivazione territoriale, forse la più sentita e celebrata, specialmente per chi si dà da fare per difenderla da attacchi altrui. La Patria è considerato un simbolo di identità nazionale, tradizionale, culturale, linguistico.

     C'é però da domandarsi quanto anche questa motivazione sia ancora valida e perseguibile.  Infatti da molti decenni abbiamo assistito alla migrazione di milioni di persone dalla loro terra di origine ad altri stati, specie in America, dove hanno trovato lavoro, amicizie e  matrimoni. Più recentemente altri popoli stanno colonizzando pacificamente anche l'Europa e noi stessi ci mescoliamo con altre nazioni europee, spostandoci in Francia, Germania, Regno Unito, Spagna, lavorando lì e sposando persone del luogo, senza tanti problemi, incoraggiati dal fatto che l'Unione Europea si sta consolidando, dando luogo ad una "patria" più ampia e multietnica.

     Ricordo che già molti anni fa, viaggiando a Londra in metropolitana, contai nella mia carrozza, le persone di aspetto occidentale, rispetto a quelle di evidente colore o conformazione estranea non dico all'Inghilterra, ma all'Europa: gli occidentali (incluso me) saranno stati si e no un 20%.

     A parte le necessità di lavoro, quante persone decidono di trasferirsi in altre nazioni, per una semplice preferenza ambientale, accantonando la propria identificazione con un aspetto fisico, una lingua, un tipo di abitudini? Ci sono italiani in tutte le parti del mondo e molte di esse non offrono particolari vantaggi lavorativi. Io personalmente conosco tre amici che hanno sposato persone di altre nazioni europee e vi si sono trasferite, per ragioni diverse dal lavoro: una è andata in Inghilterra, una in Spagna, una è venuta in Italia dalla Francia. Un mio parente è vissuto praticamente sempre all'estero: prima in Germania, poi in Inghilterra, ora in USA, dove ha preso addirittura la cittadinanza.

     Non sarebbe utile lasciar andare questo tipo di attaccamento, che ci lega a tradizioni ormai in via di superamento e sentirci sempre più cittadini del mondo?

 

 

 

 

QUESTO TESTO E' DEDICATO AL SIGNORE, CHE SI E' INCARNATO NEI GRANDI AVATARS, COME : 

GESU'  SATHYA SAI BABA*
  

     * Sai Baba si è incarnato il 23 Novembre 1926 a Puttaparthi, un villaggio nella regione dell'Andra Pradesh nel centro-sud dell'India. Ha lasciato il corpo il 24/4/2011. Ha decine di milioni di devoti in tutto il mondo. Opera ogni sorta di miracolo. Ha realizzato ospedali, scuole, villaggi, acquedotti, ecc. per sollevare la condizione dei più disagiati. 
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[*] Nota: La vibhuti e' una cenere sacra o consacrata; essa e' usata comunemente nella tradizione induista. Sai Baba, oltre che utilizzare tale tradizione, ne ha fatto una propria caratteristica personale, facendola oggetto delle Sue materializzazioni piu' frequenti.

[†]Nota: La quantità di banconote indiane è dovuta al minor costo della vita in India. La più piccola banconota indiana è di cinque rupie, equivalenti a circa dieci centesimi (nel 2008) di Euro.