Paolo Vita



CHI SONO... ?

 

Una riflessione in toni leggeri sulla nostra identità:
Come ci percepiamo? Come ci percepiscono gli altri?

Cosa siamo veramente?

 

 Chi sarò mai ???

 

 Edizione digitale del libro, edito da Edizioni Soham © 2009 - Prima edizione web: novembre 2013
Rev. 4 - 16/9/2017

 


Indice

 

 
Pupo

Romanista o' Laziale?

Carnevale

Per strada

Il corpo

Avere

Identita' o' Ruoli?

Ingegnere

Chi sono?

 

                   Poesie sul tema

                       Storia di Naresh
 




Pupo

<<Che bel Pupo! Quant'e' carino! ... Che Amore! ... >> dice una donna agitando un affaretto colorato, che fa uno strano rumore vicino a me, che sto sdraiato, con un malloppo in mezzo alle gambe. Avvicina la sua faccia alla mia, sorridendo esageratamente e facendo delle smorfie con la bocca e ridicoli gesti con le mani, poi dice <<dai un bacino a nonna!>> e mi spiaccica la bocca sulla guancia, con strani e sgradevoli scrocchi a ripetizione, che mi lasciano la guancia umida; hai voglia a scansarmi, quando la vedo avvicinare la bocca: e’ troppo grande e forte per me e non capisce che non mi va di essere “baciato”. Mi vedo intorno tre persone: quella che sta parlando, una giovane che mi sta sempre appresso e che mi fa attaccare la bocca al suo corpo, quando ho fame ed una coi capelli bianchi, che mi viene a vedere spesso e mi parla dicendo cose che non capisco.

<<Apri gli occhietti! ...>> mi fa la giovane, anche se io ce li ho gia' socchiusi abbastanza da vedere la scena attorno a me.

<<Fai un sorrisino!>> aggiunge la vecchia, come se fossi una macchinetta a comando, da mostrare ai visitatori e mi prende in braccio, alzandomi ed abbassandomi e poi mi da’ una serie di baci sulle guance, che mi fanno schifo: quando si avvicina con quelle labbra protese mi viene uno sturbo e cerco invano di divincolarmi per evitarla.

Sicche' io sarei "Pupo"? E loro chi sono?

Spesso mi guardano, dicendomi: "Amore". Forse mi chiamo così? Pero' dicono:

<<Mangia la pappa a Mamma>> o' addirittura: <<Mangia la pappa, Mamma>>, <<Fai la ninna, Nonna>>, mettendomi sdraiato e pretendendo che io stia zitto e fermo, con gli occhi chiusi. Dunque mi chiamo Mamma o' Nonna, o' altro? Altre volte dicono invece: <<Dai il ciuccio a Mamma!>>, <<Fai ciao a Nonna!>> ... a furia di sentire queste cose, siccome sono intelligente, nonostante il casino che fanno e la fatica che mi fanno fare, per capirci qualcosa, finisco per afferrare che e' la giovane che si chiama. "Mamma" e la vecchia: "Nonna".

Non capiro' mai invece perche' diavolo continuano a dire spesso frasi come: <<non piangere, Mamma>>, o' <<hai fatto la pupu', vero? Nonna>>. Se loro sono Mamma e Nonna, perche' mi ci chiamano a me? Per complicarmi la vita? E' gia' tanto difficile capire quello che diavolo dicono con voce infantilita e frasi lunghe! Per complicare le cose ancora di piu' e farmi fare fatica a capirli, sembrano indicare le stesse cose con nomi diversi, tipo:  "ninna" e "nanna"; "pappa", "lattuccio" e "bumba"; "mani" e "manine"; "denti" e "dentini"; "pupù", "cacca" e "cacchina"; "pancia", e "pancina"; e cosi' via.

            Pian piano, sento sempre piu' distintamente che mi chiamano, dicendo: "Paolo ... Paolino". Col tempo comincio a capire che c'e' una relazione tra me e quel nome: sono "Paolo" (o "Paolino"?). <<Paolo, Paolo, Paolino, fai un sorrisino!>> mi dicono insistentemente; perche' lo ripetono fino allo sfinimento? Che credono che sia sordo?

Sono solo scocciato, non mi va di fare il sorrisino, non sono il loro giocattolo, il pappagallo di casa...

C'e' anche una persona di dimensioni intermedie tra me e Mamma: una che chiamano "Marcella"; dicono che e' mia "Sorella". Comunque la situazione non e' tanto chiara, perche' sento che le varie persone parlano di me con altri nomi diversi, Mamma dice spesso "mio Figlio" o' "il Bambino", Nonna dice "il mio Nipotino"; Marcella dice: "il mio Fratellino". A parte i nomi, sembra che io sia qualcosa "di proprietà" di ciascuno di loro. Invece io non mi sento appartenere a loro, o' essere una loro appendice: mi sento "mio".

Sento che dicono: <<Come mai non parla ancora? Ha quasi due anni e non dice una parola>>.

<<E ti credo!>> penso io <<Con la gran confusione che mi fate, mi volete dare il tempo di capirci qualcosa, prima di sparare un po' di fesserie?>>

Ogni tanto sento anche Nonna che chiama Mamma "Margherita", ma allora quella e' "Mamma" o' "Margherita"? D'altra parte qualche volta sento Mamma che chiama Nonna "Mamma" e Nonna che parla in un coso nero, attaccato ad un cordone e dice <<Pronto, sono Adele ... >>. Ma non eri Nonna? Che confusione! Sembra che le cose siano piu' complicate di quanto pensassi. C'e' anche in casa un tizio piu' alto, con la faccia ruvida, i capelli corti ed una voce piu' cupa delle altre persone di casa; mi dice: <<Bello di Papa'>>. Chi e' questo Papà? Anche Marcella lo chiama "Papà", Mamma, invece, lo chiama "Vincenzo" e dormono nello stesso lettone.

Quando ho cominciato a capire qualcosa ed a muovermi da solo, mi portano in un posto, dove ci sono tanti altri tizi della mia statura, e dicono: <<Vedrai che ti divertirai con gli altri Bambini>>. Una nuova persona, che chiamano "Maestra" mi fa: <<Vieni, che ti faccio conoscere i tuoi Compagni>> e mi snocciola una serie di nomi che sulle prime manco capisco. Poi, a furia di sentirli, comincio a memorizzare: "Giovanni, Francesca, Romano, Virginia, Matilde, Pierino, ...", ma allo stesso tempo sono "Compagni" e ogni tanto chiamano "Compagno" anche me. La maestra un giorno, parlando con un'altra maestra e indicandomi, fa: <<Questo "Allievo" e' bravo, ma un po' strano ... >>.

Insomma chi sono? Pupo, Paolo, Figlio, Nipotino, Fratello, Bambino, Compagno, Allievo o' che altro? Dipende da chi mi considera; ognuno mi vede e mi tratta secondo i suoi interessi e punti di vista.

I miei compagni arrivano accompagnati da una persona grande e loro la chiamano "Mamma", ma "Mamma" e' quella che sta con me, o' e' un nome molto diffuso? Possibile che si chiamino tutte cosi'? Che scarsita' di fantasia! Quelle donne ed anche alcune del posto dove ci tengono, d'altra parte, mi chiamano anche "Amore", ma chiamano "Amore" anche altri bambini. Piano piano imparo che sono sopratutto "Paolo" e Paolo e' quel ragazzino che vedo nello specchio, quel corpo, quel viso dai capelli marroni e gli occhi scuri. Sono proprio io, perche' l'immagine cambia in base ai miei movimenti, alle smorfie che faccio; quindi lo padroneggio. Imparo anche, con l'esperienza, perche' nessuno me lo dice chiaramente, che sono tanto piu' apprezzato ed ammirato quanto piu' sono bello e ben vestito. Nonna mi dice spesso <<Guarda che bel vestitino che ti ha comprato Nonna! Cosi' farai bella figura a scuola>>

Ma i nomi non si esauriscono li'.  Un bel giorno arriva un amico di Papa', che mi fa un sacco di feste e mi porta un camion rosso, che mi piace tanto. Mi dicono: <<questo sara' il tuo Padrino e tu il Figlioccio>>.  Come? Finora ero Figlio, ora "Figlioccio"?

Un altro giorno mi portano in un altro quartiere di Roma (la mia citta’): ai Parioli, in un bar a comprare dei pasticcini; dei ragazzini tutti eleganti e con la puzza sotto il naso, appena mi sentono parlare, dicono<<E' "Trasteverino">> Domando a Mamma <<Che vuol dire?>> e mi risponde che significa che appartengo al quartiere piu' tipico di Roma: Trastevere, ma sostanzialmente sono Romano; ma Romano non e' quel mio compagno dell'asilo? Subito dopo la cassiera, mentre mamma paga, mi fa': <<Come va, giovane Cliente?>>. Insomma per lei io sono "Cliente", ma chi glie lo messo in testa? Volevo dirle: <<Guardi che io sono "Paolo" e non "Cliente">>, ma ho lasciato perdere, in fondo che m’importa di come mi chiamano gli altri, specialmente se sono persone di passaggio?

Un giorno andammo a trovare una zia a Faenza, certi ragazzi di li' mi dissero subito:<<sei Romano?>> <<No, sono Paolo!>> Tutti a ridere!

Un'altra volta andammo a fare un giro turistico in Francia e Papa' continuava a dire agli altri turisti sulla spiaggia: <<Siamo Italiani>>. Io credevo che fossimo "Vita", almeno prima - con una certa fatica - avevo capito che tutta la famiglia avesse quel "cognome" oltre ai vari nomi e soprannomi personali.

La confusione delle relazioni e dei nomi mi apparve evidente anche in altri bambini; difatti un’estate – avro’ avuto otto anni - mio padre mi porto’ in vacanza a Santa Margherita Ligure, dove suo fratello abitava con la famiglia; mio zio aveva due figli; il maggiore aveva un anno meno di me. Io chiamavo la moglie di mio zio “zia”, come mi avevano insegnato, e, a furia di sentirlo, anche mio cugino comincio’ a chiamarla “zia”, tra l’ilarita’ dei presenti.


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Romanista o' Laziale?

Tornato a scuola, un certo Luigino mi dice: <<sei Romanista o' Laziale?>>

Io faccio: <<Nessuno dei due>>

<<Non sei Tifoso?!>>

<<Ci mancherebbe, il Tifo mi sembra che sia una malattia>>

Poi arriviamo ad una spiegazione: non si trattava di nomi o' di malattie, ma di scelta di campo calcistico. Pare che uno debba per forza esaltarsi (o deprimersi ed essere preso in giro dai tifosi opposti) a proposito dei risultati del gioco di una squadra di calcio, che ha scelto di sostenere.

Chi non e' tifoso non trova posto nelle animate discussioni tra ragazzi (ed anche tra adulti), quando i tifosi della squadra che ha vinto dicono: <<Avemo vinto!>>, come se avessero giocato loro.  Cerco di capire meglio:

<<Quali ragioni ci sono per scegliere la Roma o' la Lazio?>>

<<Gnente, è 'na fede!>>

Insisto: <<Ma chi tifa in genere per la Roma?>>

<<I romani veri, quelli de sette generazioni!>>

Penso: <<Quanti ce ne saranno rimasti? Con l’arrivo continuo di persone di altre regioni e addirittura di altre nazioni, fra poco dovremo contare quelli che a Roma ci sono nati, altro che discendenti da varie generazioni di romani.>>

Dico: <<Almeno penso che nella Roma giocheranno solo dei romani "veri"?>>

<<Ma quando mai? Vengono da tutte le parti: da altre regioni, da altre squadre, certi so' pure stranieri! L'importante e' che vincano!>>

<<Forse l'allenatore, il direttore tecnico della squadra e' romano?>>.

<<Macche', nun e' manco italiano, lo chiameno: "er Mister">>.

<<Allora il presidente e' romano di sette generazioni?>>.

<<Acqua...! E' ciociaro! E poi la squadra se la compra chi ci ha' i sordi>>

Ma allora che senso ha? Perche' dovrebbe importarmi se vince o' perde una squadra, in cui non solo non gioco io ne' qualche amico mio, ma addirittura che non ha nulla a che vedere con il mio quartiere o' la mia citta', salvo il nome?

Alla fine, per non essere escluso dal gruppo, mi sforzo di scegliere una squadra qualsiasi di cui essere tifoso per forza e cerco di ispirarmi ai miei compagni, almeno quelli che frequento di piu’: Luigino e Pietro. Siccome Luigino - che e' della Roma - e' un tipo greve, scelgo la Lazio, di cui e' tifoso Pietro, che e' invece molto tranquillo ed educato e quindi mi sento piu’ portato a condividere con lui le “gioie” e i “dolori” del tifo. Alle sua giovanissima eta' Pietro veste gia' in giacca e cravatta e ha i capelli lisci impomatati di brillantina. Mamma dice sempre: <<Che personcina a modo!>>.

Si, mio malgrado, fui costretto ad un compromesso per restare nel gruppo: specialmente da giovani abbiamo bisogno d’essere parte di un gruppo, come la classe, o' la comitiva in vacanza, o' il reparto in ufficio. Per esserne parte bisogna parlare delle stesse cose, usando lo stesso gergo, vestire negli stessi modi, fare certe attivita' che dominano. All’epoca era di moda vestire “distinto”, forse perche’ dopo la guerra si voleva far bella figura mostrandosi eleganti nonostante le difficili condizioni economiche generali. Quando vedemmo il primo compagno venire a scuola col “Montgomery”, anziche’ col cappotto classico, ci fece l’effetto di un capo d’abbigliamento dimesso e lo prendemmo in giro tutto il giorno chiamandolo “frate cappuccino”. Molti anni dopo la tendenza si e’ invertita. Andarono di moda scarpe da ginnastica, o' stivaletti anfibi, lo zainetto, pantaloni strappati o' con le toppe e la camicia fuori dei calzoni. Roba che ai miei tempi i ragazzi si sarebbero rifiutati di usare, ed i genitori se ne sarebbero scandalizzati. Una cosa del genere e’ successa per la biancheria intima: quando ero piccolo si teneva ben nascosta; le donne studiavano bene come abbinare i vestiti scollati, in modo che non si vedessero le bretelline del reggiseno e della sottoveste; c’erano appositi passanti sotto i vestiti, che le tenevano ferme, per evitare che si affacciassero sia pure per errore; ricordo che un’amica disse che doveva comprare delle mutandine speciali, senza bordi, che neppure sapevo esistessero, per indossarle sotto i pantaloni attillati, in modo che non si vedesse nulla. Ora sembra che sia un vanto mostrare bretelle di reggiseno e mutandine fuori dei pantaloni.


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Carnevale

A carnevale mi mascherano, dicendomi che si usa cosi', tutti lo fanno e ne devo essere contento; <<Cosi’ poi ti portiamo a spasso in Via Cola di Rienzo, dove ci sono tutte le altre mascherine e vi tirate i coriandoli>>. Mi mascherano da cinesino, perche' qualcuno mi ha regalato un cappelletto di carta da mandarino cinese, col codino attaccato dietro. Ai piedi mi hanno messo un paio di pantofole indiane damascate, che Papa' riporto' dall'India; dicono: <<Non sono cinesi, ma sempre orientali sono>>. Addosso mi hanno messo una casacca di raso, cucita da nonna e sotto un paio di calzoncini corti miei. All'epoca - chi sa perche' - i bambini, prima della puberta', non potevano indossare calzoni lunghi neanche in inverno; al massimo “calzoni alla zuava”, con in fondo alle gambe degli elastici, che avrebbero dovuto mantenere il bordo sopra i polpacci, facendo sblusare la parte finale, ma, col movimento, gli elastici scendevano dai polpacci fino alle caviglie, con effetto mortificante e conseguenti frequenti manovre di riaggiustamento.

Anche gli altri bambini vengono mascherati ed io vedo quelli che conoscevo sotto una diversa luce. Gianni, il timidone, e' vestito da cowboy e tira due pistole fuori delle fondine, sparando delle cartucce; lo invidio un po' e gli chiedo se ne fa sparare qualcuna anche a me; dice: <<Si, ma una sola, che se no si sprecano>>. Serena la smorfiosetta, e' vestita da principessina, con la faccia bianca di borotalco e fa continuamente l'inchino, come le dice sua madre. Luigino, il romanista e' vestito da calciatore, con due maglie di lana sotto la maglietta da giocatore e va in giro con un pallone piu' grosso di lui sotto braccio, gridando <<Forza Roma!>> a intervalli. Pietro e' mascherato da mago, col frac e la bacchetta magica di cartone nero; sembra Mandrake. Io "cinese" non so bene che fare, dato che non conosco i cinesi (non c'e' ancora la televisione, ne' i ristoranti cinesi). Mi dicono che devo tenere le mani davanti al petto coi pugni chiusi e gli indici in alto, muovendoli alternativamente su e giu'. Io lo faccio un po', ma poi mi stufo, anche perche' gli altri bambini non lo capiscono.

Ho una nuova visione dei miei compagni: li vedo diversi da prima, i costumi sembrano averli trasformati, aver dato loro dei caratteri diversi. Mi domando quanto valga la considerazione che Mamma ha di Pietro, in relazione al suo abituale modo di vestire. Le persone sono da valutare secondo come appaiono, a come si vestono? Addirittura alcuni comportamenti diversi dal nostro abituale possono qualificarli agli occhi superficiali degli altri. Ho una cara zia, moglie di un fratello di mamma. Lei ha parecchi fratelli e sorelle; alcuni di loro li conosco e siamo in rapporti affettuosi. Uno di loro - Giacomo - vive in Svizzera e non l'ho mai visto; ne chiedo notizie a Mamma, che me ne ha menzionato l'esistenza; mi dice: <<E' un tipo strano: pensa, e' vegetariano!>>.

<<Che vuol dire?>> faccio io

<<Non mangia la carne>>

<< E perche'?>>

<<Mah!>>, mi fa con aria perplessa, che lascia pensare a chi sa quali retroscena.

Chi l'avrebbe detto che un giorno lo sarei diventato anch'io, nonostante l'impressione negativa che Mamma me ne trasmise.

Sull'onda del carnevale, a scuola si decide di organizzare una recita. Mi affidano una parte: quella di un mendicante e Mamma mi cuce un vestitino, fatto con un sacco di juta. Non mi piace quel ruolo: mi sento mortificato; osservo con invidia Pietro che fa il re, con tanto di corona in testa e Serena che fa la regina, con lo strascico. Non vedo l'ora di togliermi quella maschera e tornare ai vestiti di tutti i giorni, alla pari con gli altri. La suora mi consola e mi spiega che non ha importanza il ruolo interpretato ed i vestiti che indosso: l'unica cosa che conta e' come recito la parte assegnatami: se la faccio bene avro' degli applausi, se no, no (magari non dei fischi, perche' sono solo un bambino).

Difatti, molti anni dopo, andai a vedere la commedia musicale "Forza venite gente!", basata sulla vita di San Francesco. Uno penserebbe: <<Se e' sulla vita di San Francesco, la parte principale e' la Sua, quella del santo e, se fossi un attore, vorrei quella parte>>. Invece l'attore-cantante che interpretava il ruolo di San Francesco non era male, ma il successo dello spettacolo era assicurato da Silvio Spaccesi, che faceva la parte del padre: Pietro di Bernardone e recitava benissimo, sebbene Pietro di Bernardone sia un personaggio storicamente semi sconosciuto.

Vari autori, Maestri e filosofi hanno paragonato la vita ad una recita ed il mondo ad un palcoscenico, su cui noi interpretiamo un personaggio, ma siamo degli attori che, una volta usciti di scena e rimessi gli abiti borghesi, non hanno molto a che fare col personaggio appena interpretato. D’altra parte avviene anche la confusione inversa: personaggi di fantasia sono confusi con persone fisiche. Una volta un bambino, interrogato su quale fosse il suo migliore amico disse: <Paperino>. E quanti, pur sapendo la verita’, pensano o' scrivono a Babbo Natale?



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Per strada

Un giorno Mamma mi porta con se dalla “modista”; le domando <<Chi e’ questa Modista?>>.

<<E’ la padrona di un negozio di cappelli per signora>> (una professione scomparsa ai nostri giorni). Li’ Mamma perde un sacco di tempo a misurarsi vari cappelli con penne, fiori, frutta, velette ed altre amenita’ e finisce per non comprare niente, dicendo che ci deve pensare.

Camminando per strada, Mamma mi dice: <<Passiamo qui: i Pedoni devono attraversare sulle strisce, cosi' hanno la precedenza e le macchine si devono fermare>>.

<<Ma chi sono questi "Pedoni"? Dei pezzi degli scacchi, come mi spiegava Nonno l'altro giorno?>>.

<<No, siamo noi, che andiamo a piedi>>

Il giorno dopo Papa' mi porta con se' in macchina; vedendo dei signori con una divisa scura gli domando: <<Chi sono?>>.

Mi fa: <<Sono Vigili Urbani>>

<<Che fanno?>>

<<Multano gli Automobilisti indisciplinati>>.

<<Chi sono gli Automobilisti?>>

<<Siamo noi!>>

Eccone un'altra! Ma ieri - sempre per la strada - non eravamo "Pedoni"?

Ci fermiamo ad un parcheggio; un uomo con un berretto in testa, simile a quello di un amico di Papa', che ha una barca a vela, dopo aver fatto un sacco di gesti, dice a Papa': <<Lasci le chiavi sotto il sedile, Dottò, ci penso io!>> Io avevo sentito qualche volta chiamare mio padre "Ragioniere", ma mai "Dottò". Ne fui contento: forse, senza dircelo, Papa' si era laureato?

Incrociando le altre macchine le osservo come se fossero delle creature viventi, con il muso e gli occhi, e scopro che guardo piu' il loro aspetto, piuttosto che quello dei loro guidatori; l'aspetto delle macchine mi trasmette un'impressione che finisco inconsciamente per attribuire ai loro guidatori. Una Fiat 126 o' una Panda mi fanno tenerezza: le vedo come tranquille signore. Una Porsche o' una Golf mi sembrano aggressive; sono portato a pensare che il loro guidatore sia uno spericolato, che corre come un matto e contravviene sistematicamente al codice della strada.

Mi regalano una bicicletta ed imparo ad usarla; un giorno Papa' mi porta a passeggio in bici insieme con lui e mi dice: <<i Ciclisti e' bene che vadano sulla pista ciclabile>>.

<<Beh?>>

<<Allora imbocca la pista, Ciclista!>>

Ero diventato Ciclista e non lo sapevo!


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Il corpo

Mi guardo allo specchio e dico <<Io sono quello li'. Sono alto, proporzionato, ho un bel sorriso. Devo solo fare un po' di palestra, cosi' faro' piu' bella figura al mare la prossima estate.>>.

Valuto spesso anche le altre persone a prima vista, da come appaiono i loro corpi: "Quella e' una bella donna"; "Quell'altra e' una cozza"; "Caio e' un panzone"... Faccio un po' come Mamma, quando giudica Pietro dal suo modo di vestire e di muoversi, insomma dall'apparenza. Anche a me Mamma raccomanda di vestirmi bene, quando vado a scuola, specialmente il primo giorno di scuola: <<Cosi' farai buona impressione sugli insegnanti e ti prenderanno a benvolere>>.

Forse per questo le persone dedicano gran cura ai loro corpi: si truccano, si pettinano, si fanno massaggiare, si abbronzano artificialmente, si fanno addirittura operare da chirurghi estetici. Si racconta di un noto giornalista televisivo che era cosi' maniaco dell'abbronzatura da prendere il sole con le dita ben aperte, per assicurare una buona colorazione anche tra un dito e l'altro! Naturalmente in questo, come in molti altri campi, la bellezza e' spesso del tutto soggettiva. Ci sono, infatti, quelli che ritengono di rendersi piu' attraenti tingendosi i capelli di verde o' rosso o' d’entrambi i colori assieme, tagliandoseli a scopetta, come "l'ultimo dei moicani", o' a zero, o' tatuandosi. Si vestono all'ultima moda e con capi firmati, comprano o' meglio si fanno regalare gioielli, che abbelliscano i loro corpi.

Leggo su una rivista che tutte le cellule del nostro corpo - ad eccezione di quelle cerebrali - muoiono continuamente e sono sostituite da altre nuove, quindi dopo alcuni anni il corpo non e' piu' quello di prima. Anche le ossa, che sembrano tanto robuste e stabili, sono continuamente demolite e ricostruite da appositi agenti interni; questi meccanismi di rinnovamento permettono di rimarginare le ferite e di riattaccare le ossa, in caso di frattura.

Col crescere, arrivo a prendere la patente ed a guidare qualche volta la macchina di Papa'. Al volante imparo a distinguere sempre meglio i rumori del motore e delle altre parti dell'auto. Se non premo bene la frizione e do una "grattata" al cambio di velocita', il rumore mi da' fastidio, quasi come se mi avesse grattato una parte del mio stesso corpo. Una volta ho un piccolo incidente, in cui una moto urta lo sportello posteriore della mia macchina. Il rumore delle lamiere della mia macchina, che venivano accartocciate dall'urto, mi disturba, quasi come se fosse stato colpito il mio stesso corpo. Questo mi fa pensare che ci possa essere una spiegazione psicologica alle reazioni spesso esagerate degli automobilisti, in caso d’incidente: un’identificazione inconscia col veicolo? Poi ci rivolgiamo alla societa' assicuratrice, che mi considera un "Assicurato"; invece il motociclista che mi e' venuto addosso sarebbe la mia "Controparte", il mio amico, che era in auto con me, diventa un "Terzo" trasportato ed il tizio che vide l'incidente e' "Teste".

Man mano che vado avanti con l’eta’ mi rendo conto che ci deve essere qualcosa di piu’ della semplice apparenza fisica a suscitare in noi interesse o' disinteresse, simpatia o' antipatia a prima vista, attrazione o' repulsione inconscia nei confronti altrui, non spiegabile con logiche razionali e non riconducibile a motivazioni intellettuali, giacche’ spesso tali sentimenti si manifestano prima di aver avuto la possibilita’ di un colloquio. C’e’ chi sostiene che questo e’ dovuto ad un’energia che ci accompagna, che fa parte di noi e magari ha una vita diversa e piu’ persistente dello stesso corpo fisico; spesso la percepiamo negli altri, senza rendercene conto.

Un giorno vado al luna park, giro di qua e di la', senza trovare un gioco nuovo o' che m’interessi; ci sono sempre le stesse cose: l'autoscontro, il tiro a segno, la pesca, il tunnel della paura, il labirinto, ...; finalmente vedo una nuova attrazione: un gioco di "realta' virtuale"; ti mettono un casco con un visore incorporato, dei guanti e degli stivali. Poi inizia il gioco: all’interno del casco vedo un ambiente in tre dimensioni, che si modifica in funzione dei miei movimenti; e' come nel mondo ordinario; mi sposto, incontro personaggi, ci parlo; le sensazioni (vista, udito, tatto) mi arrivano come nella "realta' quotidiana". Che differenza c'e'? Quanto sono "reali" le sensazioni del gioco, e quanto quelle della vita normale? D’altra parte, anche senza sperimentare la realta’ virtuale, semplicemente andando al cinematografo, chi non si e’ immedesimato qualche volta nella storia del film al punto da piangere o' aver paura, con il cuore che accelerava? E nel sogno? Quando sogniamo non ci sembra che le vicende a cui prendiamo parte siano del tutto reali, con tutte le loro emozioni?

Sono questo "Corpo"? Ormai ho superato la mezza eta' e, quando mi guardo allo specchio, mi stupisco di vedermi come lo specchio mi rappresenta; nella mia mente mi sento piu' giovane e m’immagino diverso. Il mio corpo peggiorera' sempre di piu' e mi rifiuto di identificarmi con esso. Dopo la morte noi occidentali abbiamo la tradizione di conservare le salme nelle bare e nelle tombe, ma molti orientali (ed alcuni anche in occidente) si fanno cremare: i loro corpi diventano cenere che, per lo piu’, sono sparse nei fiumi o' nei campi; di essi non resta neppure lo scheletro.

Un giorno, sono seduto in poltrona, davanti ad un grande specchio posto sull'anta di un armadio; sono in penombra e non posso distinguere i tratti del mio viso, vedo solo la sagoma del corpo intero riflessa. Non lo vedo come mio, ma come qualcosa di distinto, specialmente se sto immobile, evitando cosi' di generare quell'impressione spontanea d’appartenenza che scaturisce dalla corrispondenza tra le azioni che facciamo e le conseguenti modificazioni dell'immagine del nostro corpo. Lo guardo e mi stupisco che quel “coso” possa essere “io”. Spesso percepisco il mio corpo come un peso, una limitazione, una zavorra che mi tiene vincolato; vorrei poter volare leggero e veloce, per spostarmi a mio piacimento, recandomi quasi istantaneamente nei luoghi desiderati.  Sento anche il peso degli impegni quotidiani che il corpo c’impone e che assorbono gran parte del tempo disponibile: mangiare, dormire, far toeletta, pulire la casa. Mi e’ venuto in mente un paragone: il corpo per me e’ come una corazza per gli antichi cavalieri. Immagino che sara’ stato un peso considerevole ed una grossa limitazione dei movimenti; il cavaliere non poteva correre, saltare, strisciare e persino per montare a cavallo aveva bisogno di scudieri che lo aiutassero; la sua visuale era limitata dalle protezioni dell’elmo e dalle possibilita’ di movimento del collo che esso gli consentiva; d’inverno la corazza sara’ stata gelata e d’estate, al sole, bollente; insomma i vantaggi dell’armatura si pagavano a caro prezzo.

Una sera sono a letto, stanco; scivolo nel dormiveglia. Tutto d'un tratto mi sento leggero, mi trovo galleggiare nell'aria verso il soffitto, rivolto col viso verso il basso. Nella penombra scorgo il letto sotto di me e su di esso una forma umana. Guardo meglio: sono io! O’ meglio: e' il mio corpo, cosi' come lo vedo allo specchio, anzi e' un po' diverso; piu' tardi realizzo che allo specchio ci vediamo con i lati invertiti, speculari, appunto. Io pero' continuo a vivere senza di esso; posso vedere la stanza e il suo contenuto; posso sentire: odo i rumori della strada e quelli del caseggiato; vivo e "sono" indipendentemente da quel corpo, in cui usualmente m’identifico. Anzi mi trovo in una condizione di leggerezza e di liberta' mai provata; posso muovermi senza sforzo, secondo i miei desideri, non sento caldo ne' freddo, ne' alcuno di quei piccoli fastidi che usualmente percepiamo dal corpo, come pruriti, dolorini, compressioni dovute agli abiti, ecc. Dunque non sono il mio corpo; sono quest’entita' che svolazza nella stanza? O’ la mia vera essenza e' un'altra ancora?  Mi domando se ho sognato o’ ho avuto un’allucinazione; cerco informazioni al proposito e scopro che migliaia d’altre persone - d’ogni ceto, paese e livello d’istruzione - hanno testimoniato esperienze simili in vari libri.

Mia cugina, un giorno, mi riferi’ una sua strana sensazione: spesso ha l’impressione di osservarsi agire, come se la sua coscienza si trovasse separata dal suo corpo; si osserva muoversi, parlare ed interagire con gli altri, quasi come se avesse uno sdoppiamento.

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Avere

Una volta ero in visita ad un amico in un complesso residenziale marino; conobbi un tizio, che aveva un appartamentino a pianterreno e si era fatto scavare sotto di esso una sala hobby; aveva attrezzato la sala con un proiettore e megaschermo televisivo, che a lui non serviva, ma gli consentiva di raccoglierci tanta gente (me compreso, che non lo conoscevo neppure) che lo facesse sentire al centro dell'attenzione. Questo mi fece pensare che, dopo aver esaurito eventuali tentativi di miglioramento e promozione del corpo e del vestito, molti cercano di trovare se stessi nel possesso: siamo, contiamo in quanto possediamo e possiamo dimostrare il nostro valore sfoggiando i nostri successi materiali. "Io sono le cose che possiedo", se non possiedo nulla non conto nulla, non sono nessuno.

La casa e' il possesso primario, il piu' importante ed ambito, il piu' legato alla propria personalita'. Appena raggiunto l’ambìto possesso di una bella casa tutti si affrettano ad invitare gli amici per mostrarla. Noi pensiamo <che gentili: c’invitano a casa loro>, ma si puo’ dire che loro se la sono fatta per quello. E che dire di certe case disegnate da architetti con soluzioni molto originali e fantasiose, ma pochissimo pratiche? Per esempio case con pareti tonde, in cui non si sa come piazzare i mobili lungo le pareti, o' appartamenti pieni di vetrate, che saranno freddi d’inverno e fornaci d’estate. I proprietari si sobbarcano a scomodita' e spese, che sembrano talvolta utili solo allo scopo di raccogliere i complimenti dei loro conoscenti.

Un nostro coinquilino, che non si poteva comprare una casa nuova, cercava di valorizzare la propria immagine comprandosi un'auto, o' una moto. L'auto era costosa, dell'ultimo modello, originale, di moda, dotata d’accessori non comuni. Al di la' dell'uso strumentale di mezzo per agevolare avventure sentimentali, la macchina ha un gran fascino per molti ed e' un surrogato piu' economico e piu' sciorinabile della casa, infatti si puo' mostrare ovunque, senza far venire gli osservatori. Alcuni anni fa si sono diffuse le auto fuori-strada, i gipponi con quattro ruote motrici. Contro ogni logica esse sono acquistate per lo piu' da gente che le usa in citta', dove le loro caratteristiche tecniche non trovano impiego, mentre le loro dimensioni ne rendono piu' difficile il parcheggio ed il transito negli spazi ristretti. Al contrario ho notato che contadini e boscaioli, che ne avrebbero piu' bisogno e ne farebbero un impiego piu' appropriato, si arrangiano benissimo con vecchie utilitarie, che arrancano per i campi e le salite piu' difficili. Una considerazione simile si puo' fare sulle moto di grossa cilindrata: a che serve una moto di 500 o' addirittura 1000 cc, quando una da 350 ha gia' una potenza piu' che sufficiente a superare ogni limite di velocita'?

Molto tempo fa conobbi un collega negli Stati Uniti; aveva trovato modo di acquistare una Cadillac seminuova ad un prezzo cosi' conveniente che poteva tenerla un anno e rivenderla senza deprezzamento. Mi mostro' con orgoglio tutti i vari accessori, nuovi per l'epoca, come i sedili regolabili elettricamente e la climatizzazione con termostato digitale. Dato l'alto costo dell'auto, delle sue parti e degli interventi manutentivi, per potersela permettere doveva pero' tenerla in garage e con ogni cura, manutenerla da se', parcheggiarla dove difficilmente avrebbero potuto danneggiarla. Parlandone mi disse soddisfatto che, vedendolo uscire con la Cadillac, il suo vicino di casa l’avrebbe creduto milionario.

Un mio zio costruttore, che aveva gia’ tutto, si attrezzo’ con la barca. Non era appassionato del mare, non sapeva navigare e neppure nuotare. Teneva abitualmente la sua conquista ormeggiata in un porto turistico alla moda e ci trascorreva qualche giornata ogni tanto. In tali occasioni invitava amici e conoscenti a prendere un drink e cosi' sciorinava il suo bene e la sua raggiunta posizione economica. Il "fortunato" possessore dello yacht, quando non era in grado di mostrare direttamente la sua "perla", coglieva le occasioni opportune per menzionarla nei suoi discorsi. D’altra parte molti avranno avuto occasione di sentire una notissima attrice cinematografica italiana dire, nelle sue interviste: <<Mi trovavo con la Rolls...>>.

Un giorno mi soffermai ad osservare dei bambini al parco. Uno aveva una palla ed un altro un’automobilina. Ognuno dei due cercava di impossessarsi del giocattolo dell’altro, mantenendo il proprio, se uno ci riusciva per qualche momento, non giocava con nessuno dei due giocattoli, semplicemente se li teneva stretti, mentre l’altro piangeva indispettito. Se poi l’altro distratto dalla mamma, finiva per disinteressarsi dei giocattoli, magari per fare lo scivolo, allora il bambino che aveva conquistato i giocattoli, li abbandonava, mostrando cosi’ di non essere realmente interessato ad essi come mezzo di divertimento, ma solo come status simbol, che, una volta persa la sua funzione, per l’evidente disinteresse altrui, veniva abbandonato. E’ una scena molto comune, che tutti abbiamo visto prima o' poi. In genere noi adulti cerchiamo di convincere i bambini che cosi’ non si fa, che bisogna giocare insieme, senza impossessarsi dei giocattoli altrui e soprattutto che e’ inutile tenere i giocattoli senza giocarci. Raramente riflettiamo che anche noi adulti – mutatis mutandis, cioe’ prendendo in considerazione i giocattoli dei grandi – ci comportiamo in maniera simile: cerchiamo di avere molti “beni”, piu’ per suscitare ammirazione ed invidia degli altri che per altro. Insomma abbiamo davanti agli occhi l’esempio continuo dei bambini, che col loro comportamento ci fanno sorridere per la loro improntitudine e non ci accorgiamo di fare spesso altrettanto.

Un giorno sfogliai un libro di un famoso autore tedesco, che contesta quest’approccio sull' "avere" e valorizza quello che chiama dell' "essere". Lui sostiene che quello che conta non e' avere delle cose, ma essere qualcuno. Essere, secondo lui, è l'altro modo di concepire l'esistenza dell'uomo e si basa sulla tensione alla crescita e all'arricchimento della propria personalità.

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Identita' o' Ruoli?

Cos'e' la "personalità"? E' un'identita' nella societa'? E' la cultura che uno accumula o' matura? E' la conseguente autorita' che uno guadagna? E' il potere che uno esercita? E' il complesso di azioni che uno svolge nella societa'?

Molti vantano l’idea ed il valore della personalita’, associandole un concetto molto elevato. Un giorno andai a vedere sul dizionario il significato della parola “persona”; recitava: “Voce latina, probabilmente di origine etrusca, con significato = maschera teatrale”. Dunque gli antichi associavano la persona e la personalita’ all’apparenza, alla maschera con cui appariamo nella societa’: un concetto la cui relativita’ e’ stata poi tanto ben illustrata dal grande Pirandello.

Ad un certo punto della mia giovinezza mi dicono che sono "Conte", si: la mia famiglia e' di discendenza nobiliare. Che significa? Un mio antico progenitore fece qualcosa per cui il re o' altri gli conferirono quel titolo, per cui da allora tutti i discendenti sono conti! Che senso ha ereditare un presunto merito altrui? E che senso ha condividerlo con altre persone, che nel corso dei secoli si sono allontanate sempre piu', sicche' , sebbene abbiamo lo stesso cognome, non ci conosciamo neppure?

Man mano, nella vita, scopro quante etichette mi vengono messe addosso a mia insaputa e mio malgrado, da varie persone ed enti, secondo la loro prospettiva:

Vado sotto le armi: sono "Recluta" o' "Soldato", eventualmente "Caporale di giornata", ma per i miei compagni sono "Commilitone".

Mi fidanzo e, per la mia ragazza, sono "Fidanzato", poi saro' "Marito".

Affitto un appartamento e leggo sul contratto d’affitto: "Con il presente contratto, il locatore Tizio, affitta al conduttore Paolo Vita...". Oh bella: eccomi diventato "Conduttore" ed io che pensavo che bastasse la patente! Dunque per il proprietario sono "Conduttore", "Locatario", o' "Inquilino"; lui e' "Locatore", o' "Padrone di casa", e per gli altri abitanti del palazzo sono "Vicino". Nella nuova casa leggo un avviso affisso che dice: "I Signori Condomini ..." Ecco la': esistono pure i "Condomini"

Se invito qualcuno a casa, sono io "Padrone di casa" e lui e' "Invitato", o' "Ospite".

Vado negli Stati uniti, in un albergo pretenzioso e trovo scritto: "Our goal is to provide each guest with courteous service ... " (Il nostro scopo e' di assicurare un servizio cortese ad ogni Ospite). In America gli alberghi chiamano il cliente "Ospite", ma poi li fanno pagare: com'è?

Per lo Stato sono "Cittadino". Se lavoro in un seggio elettorale, sono "Scrutatore". Dando un'occhiata alla legge elettorale scopro: "Ogni Elettore dispone di un voto per la scelta della lista ... "; eccoci "Elettori". Se mi propongo per essere eletto, divento di nuovo "Candidato" (come per gli esami ed i concorsi). Se mi eleggono divento "Consigliere Comunale", "Assessore", "Deputato", o' "Senatore"

Il modello 730 o' Unico, come primo dato mi chiede il codice fiscale del "Contribuente" (che sono sempre io).

Se vado in ospedale, sono un “Paziente” (forse perche’ devo aspettare una vita prima che mi visitino). Se mi devo ricoverare, sono “Solvente” o' “Mutuato”, secondo se pago o' meno (pero’ a scuola, nel corso di chimica, mi avevano insegnato che i solventi sono dei liquidi che sciolgono le sostanze; allora i pazienti che pagano li chiamano solventi perche’, pagando, sciolgono e fluidificano l’organizzazione ospedaliera?).

Per la mia associazione professionale, sono "Membro" (termine che m’imbarazza un po') e come destinatario della rivista dell'associazione, sono "Abbonato".

Se vado a teatro, sono "Spettatore", (magari "Abbonato" anche li', se ho comprato il posto per tutta la stagione) mentre quelli sul palcoscenico sono per me solo "Attori", o' "Artisti", o' "Cantanti".

Alcune di queste identita' sono passeggere e occasionali, ma altre rischiano di prendere un corpo notevole e, di quando in quando, diventano dominanti.

Il bello e' che la gente si riunisce in associazioni, movimenti, squadre, gruppi, in base alle varie identita' occasionali:

Associazione ex-alunni, perche' hanno studiato nella stessa scuola.

Sindacato, per le rivendicazioni salariali e normative.

Automobile Club, come automobilista

Movimento consumatori, perche' acquistano le cose.

Associazione cattolica, per gli aspetti religiosi.

E cosi' via.

 

Lessi recentemente la breve autobiografia di una signora, che era figlia di un giudice di cassazione e sorella di un famoso produttore televisivo. La gente la identificava sempre come la figlia di … o' la sorella di … e lei stessa per molti anni ebbe difficolta’ a riconoscersi come una persona autonoma, anziche’ come “appendice” di uno o' l’altro dei suoi familiari. Una cosa del genere e’ tutt’altro che rara, specialmente per le donne: non prendono il cognome del marito? Sicche’ una certa Anna diventa la signora Bianchi, solo perche’ il marito si chiama Bianchi e tutti la chiamano in base a questo e la considerano un’emanazione, un accessorio del signor Bianchi.

E’ esperienza comune quella di donne che iniziano la loro vita come studentesse, poi si sposano e diventano mogli; poco dopo diventano madri e s’immedesimano totalmente in quel ruolo, arrivando a disinteressarsi del marito, tanto ambito in passato. Quando i figli diventano grandi ed indipendenti e non hanno piu’ bisogno di loro, cercano di assumere il ruolo di nonna, se le circostanze lo consentono, altrimenti, facilmente entrano in crisi d’identita’ e spesso si separano dal marito.

Nel paragone dell’armatura, che ho menzionato prima, e’ logico immaginare come l’armatura stessa conferisse inevitabilmente al cavaliere il ruolo di guerriero: chi la indossava difficilmente poteva svincolarsene e sentirsi qualcosa d’altro.

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Ingegnere

Mi laureo in ingegneria e sono assunto in una grande ditta. Per la ditta con cui lavoro sono "Dipendente", per il sindacato sono "Lavoratore", per gli altri che lavorano con me sono "Collega", per il mio "Capo" sono "Collaboratore". Per tutti sono "Ingegnere". Alla fine del periodo lavorativo diventero' "Pensionato".

Dopo di quella con "il corpo" e quella col possesso, questa di "Ingegnere" (o qualsiasi identificazione analoga, che indichi la posizione dell'individuo nella societa') e' una di quelle identita' che rappresentano un ruolo cosi' importante da provocare in me un’identificazione vera e propria. Poi penso: <<E se non mi fossi laureato, chi sarei? E se perdessi il posto e dovessi fare un'altra attivita'? Pero', a pensarci bene sarei sempre ingegnere! Ma prima di laurearmi non ero nessuno?>>

I parenti che da piccolo si rivolgevano a me, dicendomi: <<Mangia la pappa, Mamma>>, <<Fai la ninna, Nonna>>, <<Non piangere, Mamma>>, cercavano forse inconsciamente di inculcare in me il loro "ruolo", cioe’ di assicurarsi che io li riconoscessi bene e li considerassi come Mamma o' Nonna e non come due persone “qualsiasi”? Oppure e' un tentativo inconscio di rafforzare in se stessi il ruolo di genitore? Questo mi fa pensare al famoso detto "Mamma, ce n'e' una sola" e mi piace scherzarci ricordando una storiella che ne “svela” l'origine: "C'era una Mamma ed un bambino che stavano in cucina; il bambino disse alla Mamma: <<Mamma mi fai le mele al forno?>>. La Mamma rispose: <<Si, vai in stanza da pranzo, nella fruttiera ci devono essere tre mele: portamele e le faro' al forno>>. Il bambino ando' in stanza da pranzo, dove noto' che non c'erano tre mele, ma una e grido' alla Mamma: <<Mamma, ce n'e' una sola!>>. Il grido fu udito da un poeta, che abitava nel palazzo e gli rubo' l'idea, diffondendo il motto.

Io ho sempre avuto una sorta di rifiuto spontaneo ad autocatalogarmi come "Papà"; non ho mai detto ai miei figli <<Sono Papà>> e neppure firmo i miei messaggi per loro in tal modo. Mi sembra gia' inadeguato il nome di "Paolo" per identificarmi, ma lo uso per semplice convenzione: non ho alternative.

Parecchio tempo fa nell'azienda in cui lavoravo c'era una segretaria, che aveva la licenza media inferiore, piu' qualche corso di segreteria. Si mise in testa di ottenere un diploma superiore; punto' su quello di maestra d'asilo. Le domandai se era interessata ad insegnare ai bambini piccoli: mi rispose di no, ne' mi seppe dare una motivazione razionale del suo impegno (che fini' per coronare), ma capii che voleva solo poter dire di essere diplomata e voleva diventarlo col minimo sforzo, giacché non aveva tempo ne' voglia di studiare tanto.

C'e' chi non sa ne' vuole sostenere neppure quel genere d’impegno, oppure punta "piu' in alto" e cerca di valorizzarsi utilizzando la fama della sua famiglia, per esempio se illustre o' nobile; se non c’e l’ha, ricerca un titolo nobiliare a pagamento, piu' o' meno fasullo. Peccato che con i meriti arrivano spesso anche i demeriti: quanti nobili hanno trascinato nel fango il nome della loro famiglia! Chi vorrebbe piu’ avere il nome di certe famiglie addirittura reali?

Nella sua autobiografia, una nota donna di salotto, dichiaro' esplicitamente di sentirsi a disagio rispetto alla sua famiglia borghese e sposo', uno dopo l'altro, due nobili, che le hanno assicurato l'ambito titolo e le relative conoscenze.

Un nostro conoscente di famiglia si vantava spesso di conoscere personaggi famosi: “VIPs” e suscitava il nostro interesse raccontandoci di quando aveva incontrato Amedeo Nazzari o’ era stato a cena con Toto’. Un altro preferiva vantare conoscenze del computer, e della fotografia, anziche' di VIPs ed ogni tanto sparava con ostentazione sentenze di dubbia fondatezza su quegli argomenti. Altre volte il saputone conosce veramente a fondo un ramo del sapere, a costo di un continuo studio che e' la sua ragione di vita. Avevo un professore universitario, che si mostrava molto severo con gli allievi, non tanto per cattiveria, ma per sottolineare che c'era un abisso tra la "vera conoscenza" (la sua) e quella dimostrata da noi. Era un umanista, che sfoggiava spesso e volentieri citazioni dotte e raffinatezze linguistiche. Una nostra conoscente faceva qualcosa del genere, ma in modo piu' raffinato, trovando modo di menzionare la sua conoscenza con disinvoltura, piazzandola nel discorso al momento piu' opportuno. Ma guai a cercare di utilizzare le vantate conoscenze dei VIPs. Se dicevamo: <<Dato che conosci tizio, me lo presenti?>> oppure <<Gli domandi questo?>>, il "conoscitore" generalmente rispondeva di sì, per supportare le sue affermazioni, ma difficilmente soddisfaceva la richiesta, perché di solito le sue conoscenze erano superficiali o' addirittura millantate, ma sopratutto la loro menzione aveva uno scopo puramente esibizionistico, mentre l'interessarsi al nostro problema era tutt'altra cosa. Una gustosa rappresentazione di questo tipo umano e' illustrata in un film di Carlo Verdone, in cui il protagonista millanta una vita avventurosa, nonche' la conoscenza personale di Lucio Dalla.

Un’interpretazione della cosiddetta “Personalità” e’ spesso basata sugli “interessi”: essere interessato ed aggiornato sulle attualita’ del momento da’ lustro e suscita uditorio. Non importa quanto oggettivamente importanti siano tali argomenti. Anzi essi sono assai mutevoli al giorno d’oggi. Per qualche tempo va di moda la clonazione; poi tutti se ne dimenticano e si parla dell’Islam; in seguito si passa al terrorismo, poi degli scandali nel calcio, e cosi’ via. Chi e’ aggiornato ed approfondito, piu’ della media, sull’interesse del momento sembra avere una personalita’ interessante, assume il ruolo dell’esperto.

Un mio collega piu' anziano di me era evidentemente molto identificato col suo ruolo di "ingegnere capo reparto". Un bel giorno, anzi direi un brutto giorno per lui, ando' in pensione. Quando si trovo' a casa, senza piu' quel ruolo, e nessuno lo chiamava piu' capo, o' ingegnere, anzi nessuno piu' lo cercava, non si ritrovava piu', aveva perso la sua identita', cadde in depressione e si suicido'.

Ad un certo punto della mia vita ho cominciato ad interessarmi piu’ a fondo di questa questione del “Chi sono”. Tra le tante strade per affrontare il problema mi capito’ – quasi per caso – di conoscere una psicologa viennese, che praticava la regressione a vite precedenti. Mi sottoposi con interesse a delle sedute di regressione e scoprii alcuni brani di vite passate. Ero stato: Soldato romano, forse centurione, con elmo, calzari, corazza e gonnellino, impiegato come guardia al palazzo dell’imperatore; Arabo, nel deserto dell’Africa settentrionale, tra i beduini; Tamburino a cavallo, a Parigi, durante la rivoluzione francese e le relative esecuzioni capitali; Comandante di un veliero inglese, in viaggio fino all’oceano Pacifico; ufficiale di polizia nel 1700.

Di ognuno di questi personaggi posso ritrovare delle tracce nel mio carattere, gusti ed abilita’. Per esempio, da ragazzo mi attirava molto la guardia presidenziale che passava sotto casa mia, a Roma, in Viale Giulio Cesare, per recarsi al Quirinale, con i tamburini in testa; poi fui appassionato della batteria e ne ebbi una per alcuni anni. Feci volentieri equitazione. Piu’ tardi, nei villaggi turistici, seguii corsi di vela, con immediato profitto. Infine uso raccogliere e conservare tutte le informazioni anagrafiche e domiciliari che mi capitano, come un poliziotto. Per anni ho pensato di essere stato bravo a vela per la mia intelligenza e di fare quelle annotazioni perche’ possono essere utili in ogni evenienza, ma, dopo i risultati delle regressioni, mi sono ricreduto ed ho capito qualcosa di piu’.

In seguito a queste rivelazioni mi sono domandato come identificarmi: non sono necessariamente italiano, visto che ho vissuto in tante altre nazioni, anche con ruoli pubblici, quali soldato, poliziotto o' comandante di nave; sono appartenuto a nazioni che l’Italia ha combattuto in passato ed i cui cittadini erano considerati “nemici”!

Non ho neppure una religione stabile: fui politeista, musulmano, anglicano, oltre che cattolico. Anzi queste informazioni m’insegnano a rispettare di piu’ le nazionalita’ e religioni altrui.

 

Un altro atteggiamento assai diffuso e’ quello dell’identificazione con l’azione: io sono in quanto realizzo qualcosa, e di conseguenza “mi realizzo” dicono; possibilmente eccello in un campo d’azione, divento famoso e magari lascio qualche tangibile ricordo della mia azione nel mondo. Potrei fare un palazzo, un ponte – magari sullo stretto di Messina – oppure dei quadri, brani musicali, romanzi, films, ecc. Chi non sa far molto, o' non vuole impegnarsi, o' ha fretta di arrivare, si appiglia a comparire in televisione, partecipando ad un reality show e chi non ci riesce mette la sua firma sui muri con le bombolette spray, perche’ qualcuno si accorga che lui esiste.

“Essere” e’ dunque “Agire”? Consiste nel fatto che altri riconoscono la nostra esistenza, si accorgano di noi, magari lasciando un ricordo di noi ai posteri? Ma che ce ne importa se i posteri associano il nostro nome con qualche opera, se intanto noi siamo morti? E poi all’opera resta attaccato solo il nome del promotore, privo d’altre informazioni. Al di fuori degli specialisti, chi sa qualcosa di Keope (magari il suo nome e’ pure storpiato, rispetto all’originale ed e’ funzione della lingua in cui lo si menziona), di Caracalla, o' di Paganini? Eppure questo e’ un atteggiamento classico tra gli intellettuali e comunque diffuso ovunque. Potenti d’ogni nazione hanno realizzato (e vorrebbero tuttora realizzare) grandi opere spesso solo per questo: per l’illusione di diventare famosi e sopravvivere nel ricordo dei posteri.

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Chi sono?

Insomma ripensandoci bene: Chi sono? Non il corpo!

Sono la mia "Mente"? Ma che cos'e' la mente? E' un insieme di conoscenze ed esperienze acquisite? Ma quanto di esse ha una validita' permanente ed importante? E' la "personalità" che mi sono costruito negli anni, con i rapporti sociali e lavorativi? Quanto delle eventuali vite passate si e’ conservato e fa parte della mia personalita’ attuale, del mio ambiente, delle mie conoscenze, delle mie abitudini e gusti?

La mente e’ l’accumulo delle abitudini, delle conoscenze e della cultura acquisite fino ad allora? Molti anni fa, per lavoro, mi recai in Thailandia e vissi per un certo tempo a contatto con un gruppo di contadini , che vivevano lungo un fiume. Io ero “ingegnere elettronico, italiano, conoscevo l’inglese, il computer e i radar; avevo studiato le opere della cultura italiana, come la Divina Commedia, I promessi Sposi, il Barocco, Raffaello, Leonardo, ecc. Loro – i contadini – sono per lo piu’ analfabeti e comunque la loro lingua e la loro scrittura sono assai lontane da quelle occidentali; vivono poveramente in baracche in legno e lamiera, in riva al fiume; il fiume e’ la loro risorsa principale: vi attingono l’acqua, ci irrigano la terra, ci pescano, ci viaggiano sopra e ci trasportano le loro merci per andare al mercato, anch’esso fluviale. Hanno delle barche lunghe ed affusolate, simili alle gondole, che, invece del remo, hanno un lungo albero incernierato sulla poppa; ad una estremita’: quella che pesca nell’acqua, c’e’ l’elica, all’altra: quella emersa, vicina al timoniere, e’ attaccato solidalmente un motore diesel di automobile, grottescamente svolazzante nell’aria, grazie al preciso bilanciamento dell’albero, che ha un braccio corto dal lato motore e lunghissimo dal lato elica. Il timoniere guida spostando a destra e a manca l’impugnatura dell’albero, con tutto il motore e, di conseguenza, orientando l’elica da un lato o' dall’altro della poppa, con risultati di navigazione velocissima e manovre guizzanti. Le ragazze ballano con grande grazia delle danze molto eleganti e colme di simbologia, che mi piacquero molto di piu’ della danza classica occidentale.

I contadini non sapevano nulla della mia cultura, che percio’ non mi giovava in quella situazione ed io non sapevo nulla delle loro conoscenze e tradizioni, piu’ antiche della cultura italiana. Perfino quel modo di costruire barche e di navigare mi sorprendeva, nonostante fossi ingegnere. Forse sarei stato qualcuno per loro se avessi saputo pescare o' coltivare la terra o' suggerire metodi migliori per incanalare l’acqua per l’irrigazione, ma a queste cose non potevo contribuire, anzi era un impresa il solo comunicare con loro in qualche modo.

Sono forse l'immagine che gli altri hanno di me, l'apparenza? Ma gli altri come mi vedono? Ascoltando i loro discorsi, di quando in quando, scopro che ognuno ha una sua visione che non corrisponde completamente con la mia e poi ognuno ne ha una un po' diversa dagli altri.

Inoltre io cambio nel corso della mia vita: una volta ero studente, poi ingegnere, poi padre di famiglia, poi pensionato, poi scrittore,...

Io stesso non mi riconosco quasi piu' ripensando a come ero e cosa facevo quaranta o' cinquanta anni fa; i miei interessi e gusti sono cambiati. Anche le persone di famiglia mi dicono che non sono piu’ quello di tanti anni fa.

D'altra parte il contrasto tra il ricordo e la situazione presente vale anche per i miei conoscenti: se ne incontro uno che avevo perso di vista vent'anni fa lo ritrovo assai diverso da molti punti di vista; si verifica un contrasto tra il mio ricordo e l'attualita'; un contrasto che mi fa pensare che sarebbe stato meglio non incontrarlo piu': avrei mantenuto intatto il mio ricordo di come era; invece cosi' mi si e' guastato non solo il ricordo di lui ma anche il contesto di tale ricordo: gli altri amici come saranno diventati?

Avro' avuto una decina d'anni quando fui invitato a trascorrere un periodo di vacanza ai Castelli Romani, con certi miei cugini che vivevano nel nord Italia e che erano venuti a Roma per l'estate, nella villetta di un comune zio. Erano tre ragazzi: due maschi ed una femmina. Del piu' grande ho il ricordo come di un ragazzone entusiasta ed estroverso; del secondo - che aveva la mia stessa eta' - ho pochi ricordi; la piu' piccola era una bambina timida, dimessa e riservata. Dopo quella volta non ebbi piu' occasione di rivederli. Circa quaranta anni dopo mi trovai a passare in Veneto e rividi due dei tre "ragazzi" di una volta: il maggiore era diventato medico e lo incontrai per caso andando a visitare un altro parente in ospedale: mi saluto' senza alcun entusiasmo e mi apparve piccolo e smorto, completamente diverso da come lo ricordavo; mi fece l'impressione di un uomo che non avesse alcun interesse per la vita. Rividi invece la "ragazzina" ad un pranzo organizzato da un altro nostro cugino. Era diventata una donna bella, molto curata ed elegante, faceva l'estetista e mi dette l'impressione di una persona vivace ed estroversa. Se non me li avessero presentati non avrei mai potuto riconoscere quei miei due cugini, non solo per i loro cambiamenti fisici, ma sopratutto per la profonda trasformazione - direi inversione - che avevano subìto i  loro caratteri. Qual e' la loro personalita' vera: quella giovanile o' quella della maturita'? Oppure altre intermedie? E' quella che mi hanno mostrato (o' che mi e' apparsa) o' un'altra ancora che non conosco?

La "personalità" o' il "carattere" sono tanto piu' validi quanto piu' spiccano nell'ambiente e nella societa'? Da ragazzo sentivo dire: <<Quella persona ha un carattere forte>>, con un tono di ammirazione, che dava l'impressione che fosse un pregio. Si trattava di qualcuno che imponeva le sue scelte e la sua volonta' agli altri, cominciando dai suoi familiari, insomma un prepotente. Col tempo ho iniziato a capire che si trattava solo di un egoista, che forse si comportava inconsciamente cosi' per darsi un ruolo, per sentirsi vivo ed influente o' semplicemente per far prevalere i suoi gusti ed interessi sugli altri. In sostanza probabilmente, anziche' un forte era un debole, una persona che non aveva trovato la propria identita' piu' profonda.

Sono la mia cultura? Molti sostengono che i grandi artisti sopravvivono nelle loro opere, in cio' che lasciano ai posteri, nel ricordo che la gente mantiene di loro grazie a cio' che fecero, magari sacrificando possibili guadagni economici in favore dell'arte che non li sfamo'. Lo stesso dicono di personalita' famose per le loro gesta.

Sono il mio nome? Perfino quello e’ aleatorio per molti. Quelli che l’hanno lungo (il nome) spesso se lo accorciano, o' glie lo accorciano gli altri, o' glie lo deformano: Giuseppe diventa spesso Peppe, o' Pippo, o' Pino; in un paese della Ciociaria una certa Giuseppina veniva chiamata Pippa ciuca (ciuca vuol dire piccola). Salvatore diventa Tore, o' Turi, o' Turiddu (in Sicilia) e cosi’ via. C’e’ chi dice che cambiare  o' deformare i nomi equivale ad incidere sul destino delle persone, in quanto il nome e’ forse la caratteristica piu’ legata alla personalita’.

C’e’ una barzelletta di Toto’ che e’ diventata famosa forse proprio perche’ coglie implicitamente questo senso di ambiguo abbinamento tra nome e persona; e’ quella in cui Toto’, ridendo a crepapelle, racconta ad un suo amico di aver incontrato uno sconosciuto che lo aveva riempito di botte chiamandolo “Pasquale”. All’amico, che gli domanda sbigottito come avesse reagito e perche’ ridesse tanto, Toto’ rispose: << e che me ne importa a me? Che so’ Pasquale io?>>

Apparire, Avere, Agire, Comporre, Studiare, ... . Quali di queste cose e' "Essere"?

CHI SONO dunque realmente? Mi guardo allo specchio, fissandomi negli occhi - anzi in un occhio, perche' non posso guardarli tutti e due insieme - e mi ripeto: <<Chi sono?>>

Non sono certamente quel corpo, quel viso, che mi sembra una maschera come un'altra, anche se molto familiare. La mente mi annoia talvolta col suo ronzio continuo di pensieri che si rincorrono; ne riconosco spesso l'inutilita'; vorrei metterli a tacere per un po'. Poi dico tra me e me: <<Paolo?>> Ma chi e' "Paolo". Ripeto, sillabando lentamente: <<Pa - o - lo >> ...  questo nome mi identifica, mi rappresenta, ma io non mi sento "Paolo".

Piu' ci penso e ripeto <Pa – o – lo> e piu' mi rendo conto solo che SONO e non posso non essere. Arrivo ad un punto in cui i miei pensieri hanno un attimo di sospensione; me ne rendo conto quando riprendo lo stato di coscienza abituale, "ritorno in me" come si dice, ma quale sara' il Me Reale?





POESIE SUL TEMA

(di Rosa Bellavitis)


Chi sono

Chi sono,
non l'ho capito,
mi guardo allo specchio,
non vedo niente.
Lo so
che c'è qualcuno
qualcosa,
ma non lo vedo.
Poi capisco,
sono io,
che non riesco
a vedermi.

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(di Milena Galante)

 
  

BIZZARRIE

 

E' strano, è come se vivessi

una vita sdoppiata. Non

sono ancora morta, se lo fossi

lo saprei dall'agire degli altri,

ma dico e faccio cose nelle quali

non mi riconosco e sono tali

da farmi credere a un doppio

livello; uno è il consueto

l'altro quello vissuto

nell'immaginario. Come farò

a farli combaciare a ritrovare

il punto di perfetto incontro che

neanche conosco e non posso vedere?

M'attendo un qualche aiuto

da chi non so, ma così vivo

in modo sconosciuto a tutti

ed è perciò che per chiarirmi scrivo.

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EGOTISMO

 

Egotista ti scopri

davanti alla pagina

bianca, ma l’ “io”

che sovrasta non è

forse un po’ Dio?

Se soggetto tu fossi

ad “altro” da te

ti vedresti assai

basso sulla scala

dell’essere. Ma

se pensi che l’animo

tuo è parte d’un tutto

grandioso e superno

confida nell’oggi,

ma ancor più

nell’eterno.

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ANCORA STRANEZZE

 

Strana realtà la mia,

sono ancora sdoppiata.

Mi “vedo vivere” sempre.

I due “io” son divisi,

ma uniti nel destino

esistenziale. L’uno agisce

l’altro guarda da un obbiettivo,

ma non si sente vivo.

Forse sarà nel trascendente

se non può fare niente di

diverso.

Cerco una spiegazione

che soddisfi davvero la

ragione.

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SMARRIMENTO

 

Se la mente smarrisce

non temere; t’attende

l’Assoluto. Lo vedi nel

tuo prossimo negli uccelli

nell’azzurro del cielo.

Riconoscilo: è celato

da un velo.



STORIA di NARESH

(da Antigua Tau)


Un giovane di nome Naresh incontrò un santo.

Il santo gli chiese chi fosse, e il giovane rispose:<<Sono Naresh>>.

<<Chi sei?>> ribadì il santo.

Naresh, pensando che il santo non lo avesse udito, disse:<<Mi chiamo Naresh>>.

<<Sì, ma chi sei ?>> incalzò il santo.

Perplesso, Naresh rispose:<<Mio padre si chiama Ram Dutta. Vivo a Delhi.Faccio il ragioniere>>.

<<Sì, ma chi sei ?>> continuò il santo.

Il giovane si spremette le meningi per capire quella domanda. Il santo era forse duro d’orecchi ? O stava diventando vecchio e un po’ senile?

 <<Beh, se non lo sai,>>disse il santo con un sorriso<<forse è bene che tu sia venuto da me>>.

 A questo punto il giovane rimase completamente sconcertato! Sentiva però una certa pace in presenza del santo e quindi tornò molte volte da lui, pur senza sapere veramente il perché. Un po’ alla volta, cominciò a riflettere:

<<Posso davvero definire me stesso in un modo così limitato, ad esempio dicendo che sono un ragioniere?

Cominciò a pensare:<<Io non sono ciò che faccio. Sono un giovane con molti interessi, incluso quello di fare visita a questo santo, anche se lo faccio per ragioni che non comprendo pienamente>>.

 <<Chi sei?>> gli chiese nuovamente il santo, un giorno. A quel punto, il vecchio apparve al giovane non solo perfettamente normale, ma perfino saggio.

<<Non so chi sono veramente>> disse Naresh.

<<Adesso va meglio!>> esclamò il santo.<<Allora pensaci di nuovo. Chi sei?>>

 Bene, rifletté il giovane. Ho un nome, una famiglia, un domicilio. Ma sono davvero una qualunque di queste cose ? All’improvviso ebbe questa rivelazione:

<<Sono un’anima in cerca di se stessa!>>.

 Il suo corpo era ancora giovane, ma sapeva che col tempo sarebbe invecchiato. Anche adesso, nel suo intimo, egli era la stessa persona che era stato da bambino. Il corpo era cambiato, ma lui no. Quindi non era il corpo.

Continuò a riflettere. La sua comprensione era cambiata da quando aveva incontrato il santo, ma nel suo intimo era ancora lo stesso. La sua personalità era cambiata, ma qualcosa nella sua coscienza era rimasto immutato.

 Lentamente comprese che lui, proprio lui, era un punto di percezione interiore dal quale si limitava ad osservare quei cambiamenti, senza però definire se stesso in base a essi.

Ciò che cambia, comprese, non può essere ciò che sono. Io sono quel qualcosa dentro di me che rimane immutato, che semplicemente osserva il cambiamento.

Così, giunse ad identificarsi sempre più con la sua anima.

 Un giorno disse al guru:<< So chi sono, ma non ci sono parole con cui io possa parlarne>>. Il santo, nell’udire questo, si limitò a sorridere. Più tardi disse:<<Ora che ti mancano le parole, c’è così tanto che possiamo dirci!>>





QUESTO TESTO E' DEDICATO AL SIGNORE, CHE SI E' INCARNATO NEI GRANDI AVATARS, COME : 

GESU'  SATHYA SAI BABA*
  

     * Sai Baba si è incarnato il 23 Novembre 1926 a Puttaparthi, un villaggio nella regione dell'Andra Pradesh nel centro-sud dell'India. Ha lasciato il corpo il 24/4/2011. Ha decine di milioni di devoti in tutto il mondo. Opera ogni sorta di miracolo. Ha realizzato ospedali, scuole, villaggi, acquedotti, ecc. per sollevare la condizione dei più disagiati. 
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